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ALLEANZA NAZIONALE COORDINAMENTO COMUNALE DI PERUGIA |
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Alessandro Campi - Il ritorno (necessario)
della politica (da "Il Secolo" del 24 novembre 2002) La cattiva pubblicistica ha sempre inferieto su quel filone del pensiero che vanta rappresentanti e teorici illustri, da Tucidide a Macchiavelli, da Guicciardini a Schmitt. Gente illustre sui quali però grava il pregiudizio che li vuole teorici di una ragione di stato capace di giustificare qualsiasi azione del potere. Alfieri dunque di una concezione totalmente amorale della politica, priva di grandi ideali, antitetica ai grandi sogni. Tutto l'opposto di quella visione moralistica, sentimentaloide, che domina oggi nei discorsi di pretesi statisti e di improvvisati capipolo, che delle utopie buoniste, pacifiste e terzomondiste fanno la loro insegna. I realisti hanno invece il pessimo vizio di guardare alle cose, agli eventi per quello che sono, senza pretendere che rispondano ai loro sogni. L'idea di fondo di Campi è quella della necessità di un ritorno alla politica, le crisi che la società contemporanea sta attraversando, quelle crisi che travagliano da oltre un decennio l'Italia, appaiono a Campi riconducibili sempre e comunque a un deficit di politica, e ciò in completa antitesi rispetto alla posizione dominante attualmente, che sia stata proprio la politica causa prima dei nostri mali. Per ridare però ruolo alla politica è necessaria anche la fantasia, da non confondere con l'utopia. Al contrario, il vero realista politico si muove in base ai fatti, ma non si lascia dominare da questi; tende, all'opposto, a governare le cose; e sa che, per farlo, è necessaria una duttilità, un'immaginazione creatrice capace di reinventare, per esempio, le forme dello stato, di dare nuova veste all'agire politico per rispondere a un mondo in continua metamorfosi. |
| Gianfranco Formichetti - La rinuncia (da "Il Secolo" del dicembre 2002) TALVOLTA la vita di una persona può ruotare intomo a due semplici e terribili numeri. Numeri che racchiudono, (o forse no), il significato misterioso di un'esistenza bruciata: 23 e 72. Ventitré anni di esilio in Francia vissuti da un terrorista di sinistra in foga dopo aver partecipato all'ennesimo fatto di sangue, il sequestro del presidente di un partito di governo (ogni riferimento a persone reali è ovviamente "casuale"). Settantadue ore per tornare a casa (ventitré anni dopo il luttuoso evento), nella sua piccola città di provincia da cui era partito lasciando, senza troppe spiegazioni, amici, famiglia, l'università e il suo grande amore. Settantadue ore per riannodare il filo della memoria, riappropriarsi delle radici, riscoprire e ritrovare le cose perdute, i sapori, i colori, gli odori, le immagini della sua inquieta e tragica adolescenza volata e gettata via. Lui è Alberto Rivarossi, e il filo della memoria non si riannoda. Tra i propri sogni e incubi, le proprie proiezioni e costruzioni ideali, c'è infatti la realtà Anzi, c'è l'insostenibilità del tempo oggettivo. Il tempo che passa, la vita che trasforma, dove tutto scorre e si modifica, a cominciare dal fisico. Un tragico e grottesco paradosso die qualcuno chiama destino o caso? Dio o il suo pseudonimo, è lo stesso. La realtà assume le sembianze di un cimitero, di una festa di Paese, o di amid e compagni di scuola che si riconoscono e da cui Alberto non vuole farsi riconoscere. E assume soprattutto le sembianze del suo grande amore antico (dei Beatles, delle notti al chiaro di luna in Sardegna), Patrizia, ora sposata con un uomo insignificante, un politico "parvenu" del '94. Patrizia, abbandonata improvvisamente per seguire un sogno, un'utopia, un vortice rivoluzionario di sangue. Una donna innamorata che ha trascorso ventitré anni con l'unico scopo di vendicarsi del tradimento. E che quando, al contrario dei suoi concittadini, lo riconosce in giro per le strade, inscena una pericolosa danza macabra (il mezzo rapimento, la visita ai luoghi dove, molto più giovani, si appartavano). Ma una Patrizia capace pure di restituire con gli interessi a una follia un'altra follia, un altro sogno, un'altra utopia; la disponibilità ad andare con Alberto a Parigi. Poi, l'insostenibilità del tempo oggettivo si vendica anche di lei Ventitré'anni hanno restituito due ex amanti incapaci di riamarsi, superando le loro prigioni psicologiche. Alberto, come al solito, si riconferma (pur tra mille dubbi e lacerazioni) uomo che fugge (pensa unicamente al treno che lo riporterà a Parigi); Patrizia, dopo il sussulto eversivo-nostalgico, risceglie la vita normale di moglie di provincia Insomma, un tragico viaggio nell'io che Gianfranco Formichetti, nel suo libro "La Rinuncia", pubblicato dalla Casa Editrice Pagire, diretta da Luciano Lucarini, affresca con felice minimalismo, disegnando un quadro leggero dove i particolari esterni non appesantiscono mai il continuo dialogo interiore, nell'incrodarsi "ritmato" di cronaca e ricordi (i ventitré anni della fuga e le settantatré ore del ritorno). "II senso del ritorno - è il pensiero di Formichetti, che attribuisce al protagonista della trama - è forte in tutti. Si sente quasi un'sigenza irrinunciabile. Poi, tutto si sfilaccia Sono pentito di averlo fatto. Non c'è niente che mi lega a questa terra E, forse, c'è il rifiuto di rivedersi, ritrovarsi. Forse pensando di ritrovare il passsato, magari quello smarrito. Recuperare, tentare di recuperare l'impossibile". La fine dell'ex terrorista fuggitivo ed esule è scontata Si comprende fin dall'inizio del racconto. È una cappa di piombo che incombe e da cui si libera solo quando la morte bussa alla sua porta nel risultato di un esame fatto in un ospedale di Parigi che gli certifica un tumore senza speranza. Ma con la definitiva sconfitta (del terrorista e dell'uomo), per magia, i tasselli del mosaico si mettono a posto. Alberto, prima di morire, scrive una lettera alla sua Patrizia: nella sua vita avrebbe doluto concedersi all'amore, avrebbe dovuto abbandonarsi alla fragilità e debolezza Porgendo e chiedendo quella mano che non aveva mai voluto. Che aveva sempre rifiutato. Ecco qualche significativo stralcio della lettera: "Cara Patrizia, pensare di essere diventato cenere quando leggerai la mia missiva, mi riempie di rabbia e stupore. Nella prima sensazione, c'è tutta la mia povera umanità, nella seconda, l'innocenza che ho perso di vista troppo presto. La consapevolezza del limite fa esplodere il lupo che è in noi, è invece il senso della meraviglia il sentimento che affascina e attrae. La meraviglia è l'immediatezza di una sensazione che ti investe con tutta la sua potenza Qualcosa che improvvisamente senti palpitare dentro tè stesso. Ho passato gran parte delia mia vita a reprimere tutto questo. Siamo all'attimo fuggente, da un pezzo sono crollati tutti i sogni politici. Può anche darsi, ma la tempesta ti annienta. Mi era rimasto solo di incontrare Dio. Alcuni dicono che capita spesso ai disperati. Sono stato fortunato anche questa volta: ho incontrato solo la consapevolezza del disfacimento, la lotteria delle occasioni mancate si è ben manifestata. Non so ancora se i giorni porteranno la fine a me o se io anticiperò tutto. Preferisco scriverti con la consapevolezza del mio pensiero, per questo lo faccio oggi, 14 luglio 2000. Fuori è festa, si sentono i fuochi d'artificio. Io, però, questa sera rimpiango i fuochi di San Felice, il mio paese". Una conversione tardiva col rimpianto di una partita persa con la vita e di un tempo che non si recupera. |
| SERGIO ROMANO: Il rischio americano (da "Il Secolo" del 18 febbraio 2003) E' un libro molto severo nei confronti della politica degli Stati Uniti il nuovo saggio di Sergio Romano sull'odierna crisi internazionale che è appena arrivato nelle librerie: "Il rischio americano-L'America imperiale, l'Europa irrilevante". L'editorialista e storico utilizza termini insolitamente duri, come raramente li rintracciamo nella sua prosa normalmente pacata. Romano parla senza mezzi termini di "arroganza imperiale" e definisce "ideologi" i consiglieri di Bush in politica estera. Nonostante ciò, sarebbe comunque arbitrario e fuorviante iscrivere l'autore nel partito degli "antiamericani" improvvisamente fiorito in queste settimane di psico-dramma pre-bellico, di marce pacifiste e di protagonismo francese sulla scena internazionale. Romano non ce l'ha tanto con gli Usa quanto con l'Europa, con le sue divisioni, con la sua incapacità di parlare con una voce unitaria delle grandi questioni geopolitiche, con la sua riluttanza a pensarsi, per dirla con Cari Schmitt, come grande spazio imperiale capace di imporla come potenza planetaria e fattore di equilibrio internazionale. L'uso del termine "imperiale" non deve essere inteso come una censura degli Usa quanto piuttosto come la denuncia di un vuoto politico al centro del mondo. Tra le frasi-chiave del libro ne scegliamo due. La prima è all'inizio: "Gli Stati Uniti hanno agito da soli, con arroganza imperiale, anche perché l'Europa non ha parlato e non ha agito con l'autorità di cui potrebbe disporre. Il rischio americano, di cui si parla in queste pagine, è soltanto un altro volto dell'impotenza europea". La seconda è nelle pagine conclusive: "... Ecco perché il mondo ha bisogno dell'Europa. Gli europei non sono necessariamente più saggi degli americani. Ma sanno, dopo le esperienze del Novecento, che le guerre sono creazioni autonome, provviste di una loro insondabile e imprevedibile logica". A scanso di equivoci e per evitare di confondersi con le troppe "anime belle" che fanno sentire la loro voce in questi giorni, l'autore precisa anche che le "motivazioni" in favore di un'Europa più autorevole e coesa "non hanno nulla a che vedere con il pacifismo dogmatico e antiamericano delle sue minoranze chiassose e irresponsabili". Non c'è nulla di ideologico nelle argomentazioni di Romano, c'è, al contrario, la concretezza del buon conservatore e il disincanto di chi crede nella Realpolitik fuggendo la retorica. L'autore si dichiara scettico sull'"ambizioso disegno politico-morale" che sembra legittimare la linea di Bush nella crisi irachena, e cioè la "creazione di un Iraq democratico come passo iniziale per la trasformazione democratica dell'intera regione. Ebbene, osserva Romano, che qualora Bush cercherà di mantenere una simile promessa otterrà soltanto l'effetto di creare "regimi artificiali che avranno una vita breve, un trapasso traumatico e incalcolabili effetti sulla stabilità del Medio Oriente". E' difficile pensare che il Vecchio Continente possa giocare un ruolo da protagonista mettendo sul piatto della bilancia la somma algebrica dei suoi quindici interessi nazionali. Può forse venire qualcosa di buono dall'impetuoso decisionismo di Chirac, un "de Grulle in piccolo, oppure da una Germania "troppo piccola per dominare gli altri, troppo grande per rinunciare a essere se stessa"? Ci vuole ben altro per consentire all'Europa di occupare il vuoto che s'è spalancato al centro del mondo. Romano fissa alcune condizioni. Tra queste la necessità che l'Ue sia armata: "La diplomazia della pace non è credibile se dietro di essa l'avversario non vede in trasparenza l'ombra delle armi". Nutrire dubbi sull'opportunità di un intervento in Iraq non vuoi dire essere pacifisti, come l'illusione ottica del gigantesco corteo di sabato potrebbe al contrario indurre a credere. Il modo peggiore per combattere l'ideologismo dei teorici dell'unilaterismo è quello di contrapporre ad esso l'ideologismo dei neutralisti a oltranza e degli struzzi. L'Europa del disarmo unilaterale non serve a nessuno: ne a se stessa ne all'America ne tanto meno alla causa della pace. |
| GREGOR VON
REZZORI: Tracce nella neve (da "Il Secolo" del 21 febbraio 2003) Gregor von Rezzori nacque a Czernowitz nel 1914. Un luogo e un tempo che, da soli, possono essere emblematici di un destino. Destino individuale e storia, o meglio, fato di un'intera civiltà. Perchè Czernowitz era, allora, ancora la capitale della Bucovina, già parte del vecchio regno di Galizia, ed estrema propaggine verso oriente, circondata dai Carpazi, dell'Impero asburgico. Era, insomma, il centro di uno strano mondo asburgico-orientale, una terra la cui lingua ufficiale - lingua dell'amministrazione, lingua della imperial-regia burocrazia - era il tedesco, ma che vedeva mescolarsi culture, popoli e lingue diversissimi tra loro... fino a dodici etnie diverse - come ci racconta von Rezzori nel suo Tracce nella neve - che parlavano idiomi lontanissimi tra loro, e sovente li mescolavano, anche, in sorte di linguaggi di pura invenzione, di linguaggi funzionali alla comunicazione evanescente di un momento, di un incontro, di una trattativa al mercato della città. Contadini ruteni vestiti ancora come i daci della Colonna Traiana, sassoni nei costumi tradizionali, zingari, variopinti mercanti ebrei-galiziani e rabbini chassidici con i riccioli coperti da cappelli di pelo di volpe, e poi ancora rumeni, funzionari asburgici in marsina, alfieri dell'esercito imperiale nelle loro bianche uniformi, russi che portavano con loro il vento della steppa, che iniziava quasi dove finiva la città. Un mondo fantastico, una città composita, chiese cattoliche neogotiche, e chiese ortodosse in stile pseudobizantino, la sinagoga in stile neoassiro, la chiesa armena. Un mondo, però, ormai sull'orlo del baratro. Destinato a sparire. Perchè, oggi, nomi come Bucovina, Galizia, non sono neppure più determinazioni geografiche; solo vaghe memorie di un tempo irrimediabilmente trascorso, memorie che assumono a tratti, addirittura, la coloritura farsesca di luoghi e città da operetta viennese di fine secolo. Eppure von Rezzori, che vi nacque ancor che fosse tardi - perchè era appunto il 1914, e la guerra stava per travolgere l'Impero e con esso tutto quel mondo - e vi trascorse, in realtà, solo gli anni dell'infanzia e della prima formazione, di quei luoghi serbò sempre un ricordo struggente. Non un ricordo preciso, forse; piuttosto una suggestione profondamente impressa nell'animo, un marchio nel sangue e nella coscienza. Tale, comunque, da divenire, anni dopo, l'immaginario fondante di romanzi come Un ermellino a Cernopol, Diario di Margherita, Memorie di un antisemita... Per quanto, poi, le vicende di una vita complessa, in un'epoca di storia ancor più caotica, lo avessero condotto prima a Vienna, e poi, in giro per l'Europa, sino a trovare l'ultima dimora in quell'Italia da cui erano partiti, nel secolo XVIII, i suoi antenati al servizio dalla Casa d'Austria, Czernowitz gli rimase sempre nell'anima, sorta di humus dal quale continuò a trarre la sua ispirazione di scrittore. Uno dei massimi del '900, certo l'ultimo grande esponente della cultura mitteleuropea. Così, nell'ultimo decennio della sua esistenza, volle ritornare ancora nella natia Bucovina, con un libro questa volta che non fosse un romanzo. Un libro, però, che non è neppure un'autobiografia vera e propria, quanto piuttosto, come recita il sottotitolo, una serie di "ritratti per un'autobiografia che non scriverò mai". Perché questo Tracce nella neve è, in effetti, un insieme di ritratti di figure di familiari che popolavano l'universo dell'infanzia e della giovinezza dello scrittore. Ritratti straordinari, o, per lo meno, resi tali dalla capacità affabulatoria del narratore, che li trasfigura in una luce leggendaria. La luce del ricordo e degli affetti proiettati oltre il velo del tempo. Il padre, discendente da una lunga tradizione di imperial-regi funzionari, ma figlio ribelle di questa, intriso di ideali pangermanistici, di un tardo romanticismo aristocratico che lo fece essere, ad un tempo, pervicacemente antisemita e, poi, awerso ad Hitler ed al suo regime. Un padre cacciatore, o, come dice von Rezzori, uomo dei boschi, perennemente attratto dalla natura ancora selvaggia dei Carpazi, nella quale s'immergeva sino a perdere nozione del tempo e dei suoi doveri. Poi la madre, ritratto di donna che sembra uscire da una stampa d'inizio secolo, Belle epoque, elegante, raffinata, divorata da una nevrosi incoscientemente musiliana, quasi presagio e simbolo insieme della fine di un'epoca. E la sorella, morta nella piena giovinezza, presenza fantasmatica e costante nella vita dell'autore. Straussina, l'elegante, colta governante istituisce di stile bismarckiano, che aprì al giovane Gregor le vie della lettura e della letteratura; Straussina, la tedesca amica degli ebrei, destinata a spendere gli ultimi periodi della sua esistenza per aiutare e salvare tanti suoi vecchi allievi. E la serva Cassandra, il personaggio forse più intenso ed inquietante, dal tragico nome greco e dall'aspetto selvaggio di donna carpatica, contadina figlia di inintelligibili incroci di stirpi e lingue, che rappresentò sempre per von Rezzori il legame con una leggendaria terra-madre, il legame mitico con il suolo, con il vento profumato di neve, con l'istintività della natura. Ritratti tracciati con pennellate rapide, ma anche con un'attenzione ossessiva a certi particolari - i capelli di Cassandra, l'ironia di Straussina, il padre che canta nell'alba - che da soli costituiscono, in fondo, il tessuto delle memorie. Tessuto frammentario, eppure tessuto sentimentale complesso, che ci svela, a poco a poco, come questo non sia un libro di memorie familiari, bensì un ben più complesso libro della memoria. La memoria di una storia, di un'epoca, di una civiltà che von Rezzori intravide appena, prima che la grande guerra e la fuoia devastatrice di nazionalismi ed ideologia la divorassero totalmente. E tuttavia una civiltà che gli rimase nel cuore e nel sangue, e ancor di più nello stile, facendone l'ultimo, struggente, cantore di quella felix Austria, di quell'illusione asburg;ica che oggi appartiene ormai soltanto, come la sua Cernopol, la sua scomparsa Czernowitz, variopinta e caotica, al mondo, nostalgico, della poesia e del ricordo. |
| GIANCARLO
LEHNER: Storia di un processo politico-giudici
contro Berlusconi 1994-2002 (da "Il Sebcolo" del 20 febbraio 2003) A undici anni da Mani Pulite il sistema della giustizia continua ad essere al centro di un dibattito politico alquanto confuso ed incerto. Le inchieste giudiziarie del Pool milanese iniziate ufficialmente nel 1992, che dovevano riguardare la corruzione nel mondo politico italiano, sono infine servite a criminalizzare e a cancellare dalla scena parlamentare alcuni partiti, quelli di ispirazione moderata, e garantire un salvacondotto per la sinistra comunista e postcomunista, che ha ricambiato il favore dando sempre e comunque il suo appoggio ai pubblici ministeri politicizzati, fautori del teorema di Tangentopoli, che si sono specializzati nell'amministrazione della giustizia dei due pesi e delle due misure. La giustizia politica e il giustizialismo hanno sempre caratterizzato, fino ai nostri giorni, attraverso il meccanismo del circo mediatico giudiziario, il pericoloso intreccio tra una parte della magistratura e la politica (quella del Pci-Pds-Ds) che si è particolarmente accanita contro Silvio Berluisconi dal momento in cui l'attuale presidente del Consiglio nel 1994 decise di scendere il campo. Questa è la tesi sostenuta da Giancarlo Lehner nel suo Storia di un processo politico-giudici contro Berlusconi 1994-2002. La "strategia del ragno", che ha visto alcuni "magistrati di partito" costituirsi, nel vuoto politico causato dalla loro azione, in "partito di magistrati", è al centro dell'inchiesta di Mani Pulite. Quella stagione, violando le regole sacrosante dello Stato di diritto, ha imposto per un decennio il protagonismo di alcuni pm che si erano messi in testa, abusando della carcerazione preventiva con il facile tintinnìo delle manette, di "rivoltare l'Italia come un calzino". Lehner ha avvertito la necessità di andare a ritroso nel tempo e storicizzare il fenomeno Mani Pulite mettendo in risalto l'intreccio tra giustizia e politica e le relative connivenze che permettono di cogliere gli effetti devastanti di quella falsa rivoluzione. Nell'assedio giudiziario a Silvio Berlusconi, al quale fu recapitato a mezzo stampa (II Corriere della Sera) un'informazione di garanzia mentre da premier presiedeva a Napoli un importante vertice internazionale, l'autore vede la rappresentazione esatta di una strategia studiata e meditata. Questo libro nasce dal vivo, dall'aula del tribunale. Giancarlo Lehner, nella sua veste di scrittore-imputato, è riuscito ad accedere a documenti processuali riguardanti proprio l'incredibile vicenda dell'invito a comparire spiccato il 21 novembre 1994 a Silvio Berlusconi. Il giornalista, grazie ai processi intentati contro di lui per aver scritto in alcuni libri dai forti contenuti sul pool e le sue strategie operative, è venuto in possesso di testimonianze dirette rese in aula dai numerosi protagonisti illustri coinvolti in quella vicenda, tra cui Francesco Saverio Borrelli, Oscar Luigi Scalfaro, Paolo Mieli. Nel riportare alla luce singolari situazioni, come il fatto che Stefania Ariosto sia stata confidente della Guardia di Finanza ben prima di diventare teste d'accusa, o anche le pagine interessanti sulla possibile identità sulla "gola profonda" che ha permesso lo scoop al "Corriere della Sera", Lehner, documenti alla mano, ha voluto ancora una volta dimostrare quello che da sempre scrive e sostiene nei suoi libri: "L'itinerario della guerra giudiziaria a Berlusconi e 1'ampia documentazione offerta alla libera interpreta/ione dei lettori descrivono soprattutto l'assenza, in Italia, di una radicata cultura giuridica liberale. L'inversione dell'onere della prova, specie nel circo mediatico-giudiziario, è, ad esempio, un dato pacifico e acquisito. L'autore ricostruisce il clima del Paese degli inizi degli anni '90, che annaspava sotto le grinfie della giustizia politica e il clima infernale di 'Mani Pulite, dove una cultura del sospetto prevaleva sul buon senso della legge: il circo mediatico-giudiziario che calpestava le regole più elementari di vita civile: le sentenze continuavano ad essere comminate, prima che nelle aule di un tribunale, da giornalisti senza scrupoli armati da alcune procure. Lehner traccia il profilo della "via giudiziaria alla politica": Berlusconi nel 1994 aveva vinto le elezioni e questa vittoria dava fastidio a molti, perché aveva rotto un equilibrio politico. L'unico modo per ristabilire quell'equilibrio era quello di tentare di eliminare dalla scena politica Silvio Berlusconi. Cosi si mise in moto il rito ambrosiano, e dal 1992 ai giorni nostri, secondo le opinioni nette e decise dell'autore di questo libro, i magistrati del Pool milanese vennero meno al loro preciso dovere, quello di applicare la legge, per occuparsi di politica inventandosi la rivoluzione di Mani Pulite, che ha finito soltanto per innescare il pericoloso meccanismo della giustizia spettacolo, sotto i cui colpi sono caduti alcuni partiti politici e un altro invece è stato premiato con il governo del Paese. Lo scrittore e giornalista, nell'analisi dei fatti, riporta nel libro una dichiarazione di Giovanni Falcone che oggi ha tutta l'aria di essere una profezia che si è avverata: "Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo, l'Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba". Dalla lettura di queste pagine, che ricostruiscono per la prima volta e con completezza gli otto anni di storia giudiziaria (dando la parola direttamente alle "verità" processuali), che in un certo modo hanno sconvolto il Paese, emerge un dato di rilevante importanza: dello spirito di Mani Pulite, a parte il resistere, resistere, resistere, e la nostalgia del tintinnìo delle manette urlata dal popolo girotondino, non resta proprio nulla, visto che gli italiani il 13 maggio 2001 hanno voluto nuovamente Berlusconi presidente del Consiglio. |
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"Il Templare" è un romanzo storico
di ambientazione medioevale, che parla della
prima guerra santa, questione oggi terribilmente
attuale. Il sottotitolo definisce "II
Templare", avvincente libro dello scrittore
svedese Jean Guillou, come "il romanzo
dei templari", e attorno a questi cavalieri
ancora ammantati di un soffuso alone di mistero,
la trama trova inaspettati e coinvolgenti
momenti narrativi. |
| CESARE PAVESE: "La casa in collina" IO non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è una guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Ne mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero". È' l'inciso che chiude il romanzo La casa in collina di Cesare Pavese. E' una opportunità che dovrebbe farci riflettere su tutta l'opera di uno scrittore che ha tracciato dei percorsi forti all'interno del contesto letterario italiano del Novecento. Spesso da queste pagine ne abbiamo discusso. Uno scrittore vero. Antirealista. Scrittore - mito che ha sempre saputo cogliere il simbolo, la metafora. Il destino dei personaggi è una avventura tra il mistero. E' proprio questo romanzo (come La luna e i falò) che parla con chiarezza della guerra di Resistenza e di Salò. Pavese con coraggio affronta il tema di quei "repubblichini" che sono uomini. Un romanzo chiave nella storia della contemporaneità letteraria. E' il romanzo, sostanzialmente, del superamento dell'ideologia. E' il primo romanzo post - resistenziale che ci offre una bella meditazione sulla riappacificazione. Ma poi ci sono i simboli e i miti come c'erano in quel suo primo scritto dal titolo: Paesi tuoi, nel quale la terra, la campagna, la morte assumono codici e archetipi che hanno derivazioni non solo letterarie ma soprattutto antropologiche. Il mito e il sacro sono due punti di forza. La morte come valore e nel valore della morte la forte capacità mitica di trasformare un fatto non in storia ma in griglia simbolica. Ciò non significa che in Pavese non ci sia il rapporto con la realtà e con la storia. In Pavese vi è anche questa condizione ma si risolve in una tensione che rasenta il mistico. Per esempio in La casa in collina c'è un percorso propriamente religioso. Il travaglio di Corrado è travaglio mistico. Pavese si è costantemente confrontato con la storia ma non si è lasciato mai catturare. Ha superato la storia in tutti i suoi scritti. Dalla poesia alla saggistica. Il senso della commozione è una pagina pregna di valori umanitari. "...ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile. Se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuoi dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il san- gue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso". Così in La casa in collina ma in La luna e i falò il messaggio continua con quella chiusa che ci mostra il personaggio Santa bruciata dai partigiani. C'è da dire, senza alcun dubbio, che in questi due romanzi non c'è assolutamente il disimpegno come si era detto qualche anno fa in un saggio sul quale ci siamo soffermati. C'è invece l'impegno dell'intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell'ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica. Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E' qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. La casa in collina è appunto un riferimento e un libro, da questo punto di vista, testimonianza. Le riabilitazioni sul piano spirituale, in questo caso, non hanno alcun senso davanti a un tale contesto. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo mito comunque costituiva l'altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale. L'incipit de La casa in collina: "Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia...". La letteratura del sommesso trova in Pavese l'interprete del sublime. E proprio Pavese che fa del sommesso una chiarificazione metaforica. Così si hanno: "una donna sommessa", "luce sommessa", "gli sguardi sommessi", "parleremo sommesso", "Parleremo alla notte che fiata sommessa", "E le cose parleranno sommesso". Ed è questa letteratura che ricerca il simbolico e si intreccia nel mistero. Con la leggerezza di una consapevolezza che è destino e avventura. Il Novecento letterario italiano recupera nella dimensione del sommesso una pagina significativa che andrebbe costantemente riproposta sia sul versante teorico e tematico che su quello espressivo ed interpretativo. Interessa molti poeti e molti scrittori che non hanno aderito alla parcellizzazione del realismo e sono andati oltre verso i sentieri dell'indefinibile. L'indefinibile, in letteratura, è, appunto, il mistero che si racchiude nella parola e recita la vita nel sogno o il sogno nella vita. Un processo che prima di assurgere a valore culturale è testimonianza esistenziale. La casa in collina è un romanzo della pietas e non della storia, del sublime e non del realismo. Questa letteratura si misura costantemente con quel rapporto vissuto tra tempo e spazio. Tra tempo e spazio c'è la memoria. C'è Proust, c'è Ungaretti, c'è Pavese. Un cordone che segna identità in un paesaggio in cui le immagini sono fantasie e la fantasia è un viaggio al centro della memoria. Si possono fare i conti con questo Novecento. Da una parte una letteratura cronaca che non resiste più alla durata e si lascia leggere come mera rappresentazione di un fatto. Dall'altra una letteratura che prosegue il suo iter sul tracciato della metafora che si colora di paesaggi simbolici. Ed è quest'ultima che si innerva in un contesto di visioni in cui la parola si trasforma in senso poetico. La poesia dell'indefinibileè la poesia del sogno. Ed è nel raccontare il destino dell'uomo come personaggio nell'awentura della vita. È' inutile ormai spingere verso una letteratura dell'impegno. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E' sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell'uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l'altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell'ideologia. È tempo di discutere sui bilanci. E allora è necessario uscire allo scoperto senza permettere la prevalenza di resocontisti che usano il metro dell'impegno politico per dare pagelle. Rileggiamo Pavese attraverso questo scritto o partendo proprio da La casa in collina. Sarebbe troppo semplice dare un senso a Dialoghi con Leucò. La casa in collina è il romanzo dell'antiresistenza e della consapevolezza che si da alla centralità dell'umanesimo. L'inquietudine di Pavese era profondamente un'inquietudine dettata da principi religiosi. Gli ultimi due capitoli de "La casa in collina" sono una testimonianza spirituale di alto valore e pensare a "riabilitazioni" è un'offesa che viene rivolta sia allo scrittore Pavese che all'uomo Pavese. Se poi si vuole entrare nella questione della sua morte, il suo suicidio, i parametri cambiano. Ma anche qui il discorso è tutto aperto e credo che chi ne uscirebbe spiritualmente a testa alta sarebbe sempre Pavese. Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell'attesa, della speranza, della riconciliazione alla vita. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l'uomo contemporaneo che è incarnato da quell'io narrante che è proprio lo scrittore. "Mi fermai contro la chiesa sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbe un'idea di speranza". Ebbene il 1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi. Ma è il sublime, è la pietas che restano come elementi prioritari di un processo non solo culturale ma profondamente esistenziale. Un processo di speranza. |
| VLADIMIR
BUKOVSKIY: "Il libro nero del
comunismo - 2" Ottantacinque milioni di vittime, questo è il tragico bilancio del passaggio del comunismo nel nostro tempo. Com'è potuto succedere che un ideale che predicava il progresso, l'uguaglianza e soprattutto il paradiso in terra si traducesse all'indomani della Rivoluzione bolscevica in una devastante macchina di morte, nella dottrina prepotente della dittatura del proletariato e in novant'anni di deportazioni di massa e stermini? Eppure il comunismo è stato soltanto questo, la sanguinosa ideologia totalitaria che ha condotto nel terrore e nella menzogna il Novecento. In questi giorni la memoria intorno ai crimini del comunismo è stata oggetto di una serie di giornate di studio che si sono tenute a Roma organizzate dai Comitati per le libertà. Nell'ambito del convegno, al quale hanno partecipato storici e politologi, è stata lanciata una provocazione forte. Quella di istituire il 7 novembre, anniversario della presa violenta del potere in Russia da parte dei bolscevichi, il "Memento Gulag", cioè un appuntamento annuale per ricordare le vittime dei crimini del comunismo. Hanno aderito a questa importante iniziativa, oltre a Vladimir Bukovskij, leader storico del dissenso antisovietico, anche il professor Stéphane Courtois, storico di fama mondiale, autore e coordinatore del Libro nero del comunismo, uscito in Italia per i tipi di Mondadori nel 1998. Courtois è convinto che bisogna intensificare il lavoro storico per non disperdere la memoria dei crimini del comunismo. Intensificare la ricerca ovunque esistano gli archivi dei partiti comunisti. Combattere tutti coloro che predicano il negazionismo dei crimini comunisti. E combattere anche i tentativi di mistificazione e la nuova "congiura del silenzio". Il quotidiano "Le Monde", tempio della cultura progressista, dice Courtois, dopo "aver attaccato 5 anni fa il "Libro nero del comunismo" oggi ignora sostanzialmente la seconda parte dell'opera". Questo secondo libro sul comunismo, sui suoi crimini, sui genocidi e le stagioni del terrore, è particolarmente interessante perché si presenta ricco di informazioni detta- gliate e di capitoli supplementari arricchiti di fatti inediti di natura diretta ed esperenziale che svelano altri atroci drammi della tragedia comunista nel mondo. Tre quarti del libro, infatti, è composto da rapporti autentici e inediti di diversi editori dell'Europa dell'Est. Il contributo da loro apportato alla stesura del volume è di notevole importanza. Questi editori hanno deciso finalmente di rendere noti documenti di prima mano e ricerche editoriali che testimoniano tutto quello che accadeva nei paesi dell'Est e che difficilmente riusciva a trapelare oltre la Cortina di ferro. Questo rappresenta un evento straordinario perché qui a parlare sono in prima persona coloro che hanno sperimentato sulla propria pelle gli anni bui del terrore comunista. Importanti anche i capitoli supplementari sui crimini del comunismo della Repubblica dell'Estonia incominciati nel 1940. La prefazione del libro è affidata al presidente della Repubblica estone, anch'egli storico di professione. Nel capitolo dedicato a quei crimini il presidente, nella descrizione di quegli anni violenti, ha raccontato la violenza cieca dell'ideologia comunista che nella sua terra ha lasciato ferite di dolore che difficilmente la Storia riuscirà a rimarginare. Particolarmente interessanti anche i capitoli supplementari, sulla repressione comunista nella Repubblica Democratica della Germania dell'Est, anche questi basati su documenti di prima mano e fonti dirette. Questo lavoro, in modo specifico, si deve alla dedizione di Gerome Gousk il quale ha presieduto una commissione che ha portato il suo nome, venuta in possesso di tutti gli archivi della Stasi adesso resi pubblici e finalmente accessibili a quanti vogliano conoscere in maniera diretta le verità terribili dell'universo repressivo del comunismo tedesco. |
| BARTHEL
HROUDA: LA MESOPOTAMIA Tutti, in tempi moderni, chiamano questa terra Iraq. Ma nell'antichità si chiamava Mesopotamia efu la culla della civiltà. Non sarà inutile riparlarne oggi, mentre infuria la battaglia per Baghdad. Il primo a definire con questo nome, terra fra due fiumi, il Tigri e l'Eufrate, fu Plinio il Vecchio nel 1 secolo d. C. che estese questo denominazione all'intera regione compresa tra le pendici meridionali del Tauro e dell'Antitauro ed il Golfo Persico. La storia di questa terra, che nell'antichità era un giardino circondato dal deserto e che suscitò in continuazione le invasioni delle popolazioni vicine, è narrata dal saggio "La Mesopotamia" di Barthel Hrouda. L'autore esamina la storia di questo territorio dal 5mila a.C. fino al VII secolo d.C. quando fu conquistata dagli Arabi. In questo lungo periodo vi si susseguirono popoli e stirpi che arrivarono, presero il potere, furono a loro volta scacciati: Summeri, Assiri, Aramei, Persiani, Greci, Parti, Sasanidi ed altri. L 'Eufrate e il Tigri, noti nell'antichità rispettivamente con il nome di Purattu e Idiglat, erano le arterie vitali dell'intera regione, anche se da soli non potevano garantire la fertilità dei campi coltivati. Nella Mesopotamia meridionale, infatti, non piove per due terzi dell'anno ed'in inverno le precipitazioni sono molto violente. In primavera, dopo lo scioglimento delle nevi, l'Eufrate ed il Tigri straripano e sommergono le terre vicine alle rive. L'uomo pose rimedio a queste condizioni climatiche sfavorevoli , con un sistema di irrigazione complesso: fu scavata una rete di canali che, nel corso dei millenni, fu rinnovata e migliorata. In questo modo si raggiunse, in particolare nella Mesopotamia meridionale, una fertilità leggendaria. Nonostante alcune lacune, per lunghi periodi è possibile ricostruire una cronologia attendibile. A Babilonia - sostiene l'autore - gli anni venivano designati da eventi particolari come la costruzione, di templi, l'edificazioni di mura cittadine o altri eventi simili. Cosi anche veniva notato il primo anno di regno di un nuovo Re. Nella prima parte il volume riassume le vicende di questo "giardino del deserto", dalla prima documentazione risalente al terzo millennio a. C. al trionfo dell'Islam nel VII secolo d. C. Nella seconda parte espone i tratti generali di questa civiltà che, insieme all'Egitto, fu la maggiore espressione artistico- culturale dell'Oriente antico. Tutto cambia, nella storia. |
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ALDO DI LELLO - Prima guerra globale - L'Islamismo,
l'Occidente, l'Apocalisse. Dopo l'11 settembre il nuovo ordine mondiale è definitivamente mutato. L'attacco di Al Qaeda al mondo occidentale ha aperto una crisi internazionale delicata che ha portato alla guerra angloamericana contro l'Iraq di Saddam Hussein. Questa guerra che si sta combattendo nel cuore del Medio Oriente è stata definita in diversi modi. Per alcuni è stata la prima guerra via internet, altri l'hanno definita una guerra tecnologica e telematica. Adesso sono in molti a parlare di guerra globale. Questa espressione, però, a noi non è sconosciuta Nel febbraio del 2002 Aldo Di Lello, giornalista, saggista e responsabile delle pagine culturali del "Il Secolo", dette alle stampe un pamphlet dal titolo profetico Prima guerra globale - L'Islamismo, l'Occidente, l'Apocalisse. Oggi l'editore, mentre assistiamo alla caduta del regime del raìs avvenuta grazie all'azione di una vera e propria guerra globale, ha deciso di riproporre una nuova edizione del libro nel quale il suo autore analizza, a caldo dopo l'attentato di New York, le ragioni del nuovo conflitto, disegnando il nuovo ordine internazionale nel quale il terrorismo islamico da una parte e l'Occidente con le sue divisioni dall'altra sono i protagonisti del conflitto bellico in corso che è anche l'espressione di un complesso scontro tra civiltà. Di Lello, nel suo libro, parte dalla geopolitica per disegnare gli scenari della prima guerra globale che oggi si sta combattendo. La riscoperta della geografia fa emergere soprattutto le differenze tra l'Occidente e le altre aree della terra. "La guerra del XXI secolo non è altro, con ogni probabilità, che un modo per definire quella serie di tensioni, se non addirittura di conflitti, che si produrranno nella fase di transizione verso questo nuovo assetto mondiale. Molto dipenderà dalla stabilità che sapranno raggiungere i giganti demografici dell'Asia, India e Cina, nonché dall'equilibrio che potrà stabilirsi nella vasta area musulmana. Questa fase di transizione - scrive Di Lello - vede l'Occidente (che poi si riduce agli Usa e all'Europa) nella scomoda posizione di garante. Gli Usa di Bush non sembrano disposti a ricoprire da soli questo ruolo". Nell'era della guerra globale, provocata da un confronto-scontro culturale, l'autore, all'uscita del libro, aveva ipotizzato l'Europa in prima linea. Il fronte della guerra del Terzo Millennio passa per il Vecchio Continente, perché in questi Paesi, trova spazio l'esportazione" dell'estremismo musulmano. L'opinione pubblica occidentale deve essere preparata ad affrontare un conflitto, culturale prima che militare, di lunga durata. La guerra globale non si concluderà con la scomparsa dallo scacchiere geopolitico del Medio Oriente del "socialismo arabo" di Saddam. Dopo l'11settembre, l'operazione in Afghanistan e la guerra contro il raìs non risolvono il problema dei problemi: una grande area della Terra, quella islamica, è diventata la sede delle tensioni esplosive. Dopo le armi bisogna mettere in campo la ragione e le idee. La guerra globale, secondo l'opinione di Di Lello, diventa soprattutto una guerra culturale. "Non sarà una guerra di breve periodo quella del XXI secolo e non finirà con la distruzione di Bin Laden e dei suoi santuari. È una guerra per la cultura e si combatte attraverso potenti forze storiche. Ecco, per prepararci adeguatamente al conflitto di lunga durata, dobbiamo diventare consapevoli di essere noi stessi forza storica". Queste parole scritte un anno fa, oggi che la guerra globale vive il suo momento evolutivo più alto, sono di un'attualità sconvolgente e indicano la via da seguire per raggiungere la stabilità e la pace. Di Lello, parafrasando il pensiero di Huntington, sostiene che la possibilità di scongiurare una guerra globale tra opposte civiltà dipende dalla possibilità dei governanti del mondo di accettare la natura a più civiltà del quadro politico mondiale e a cooperare per la sua preservazione. La soluzione si trova ripudiando in blocco i vecchi arnesi ideologici del terzomondismo progressista, della teologia della liberazione e dell'internazionalismo proletario. Non è cavalcando il pacifismo del Terzo Millennio che scongiureremo la guerra del XXI secolo. Dopo il fallimento del movimento arcobaleno del pacifismo progressista, che ha manifestato demagogicamente contro la guerra auspicando che gli angloamericani la perdessero, possiamo dire che le parole di Aldo Di Lello anche in merito a questo argomento si sono rivelate profetiche e giuste. Dall'11 settembre al dopo Saddam, l'inquietante scenario della guerra globale ha disegnato la mappa del nuovo ordine mondiale. L'lAmerica e l'Europa troveranno lo slancio per sconfiggere lo spettro dello scontro di civiltà agitato dalla violenza del fondamentalismo islamico. La vera arma strategica dell'Occidente, suggerisce Di Lello, è la razionalità. Bisogna adesso capire fino in fondo e in anticipo, in quale nuova epoca ci stiamo dirigendo, quali scenari si preparano, quale perverso meccanismo permette, al di là del Limes dell'Occidente, alle masse islamiche di acclamare una banda di terroristi come eroi. Nulla sarà come prima, ma abbiamo la necessità di comprenderne i motivi. Perché la guerra globale è ubiquitaria e planetaria, nel senso che qualsiasi punto del pianeta è potenzialmente teatro di scontro. Come dargli torto? |
| EDITH NESBIT "L'ultimo drago" "Voi tutti certo sapete che un tempo i draghi erano frequenti quanto gli autobus oggi, e quasi altrettanto pericolosi". Così inizia il breve racconto "L'ultimo drago"di Edith Nesbit contenuto in Draghi e Principesse (Marsilio), raffinata scelta di fiabe dell'Ottocento inglese selezionate da Luciana Tosi. La Nesbit e gli altri autori della raccolta, usando la chiave del racconto fantastico, testimoniano il momento di passaggio nella società inglese dalla staticità del conformismo vittoriano al dinamismo stimolato dalla borghesia riformista. I draghi sono timidi e pacifici, le intraprendenti principesse non aspettano più di essere salvate dai principi ma sanno affrontare da sole i pericoli (sempre agendo in una cornice di tradizionale fantasia). La stessa Nesbit nella sua vita fu antinconformista al punto da adottare due figli che il marito aveva avuto da relazioni extraconiugali. |
| GIAMPAOLO PANSA - "Il sangue dei vinti" Che cosa accade quando finisce una guerra civile? Dopo il grande successo de I figli dell'Aquila, Giampaolo Pansa s'inoltra su un terreno ben poco battuto: la resa dei conti imposta ai fascisti sconfitti. Un tema proibito, per gran parte della storiografia dei vincitori. Con Il sangue dei vinti l'autore decide di affrontarlo come nessuno, sinora. aveva fatto. Aiutato da una vastissima documentazione, ricostruisce nei dettagli decine di eccidi e centinaia di omicidi, compiuti per punizione, per vendetta, per fanatismo politico e per odio di classe. Il teatro di questo bagno di sangue è l'Italia del nord. dal 25 aprile 1945 alla fine del 1946 e, in qualche caso, anche più in là nel tempo. Il risultato è un drammatico diario di viaggio dentro l'alba della nostra libertà, quella libertà che il fascismo aveva soffocato nel 1922. preparando la propria rovina di ventitré anni dopo. Pansa svela vicende prima d'ora ignorate e descrive la fine di migliaia di italiani che, pur avendo scelto di combattere l'ultima battaglia di Mussolini, non erano tutti criminali di guerra da punire con la morte. Da Milano ad altre aree della Lombardia, da Torino a Vercelli, Novara e Cuneo, da Genova e dalla Ligura al Veneto, dalla Romagna all'Emilia, passando per le terre del "triangolo della morte" - Bologna, Modena e Reggio -, l'inchiesta si snoda all'interno di una seconda guerra civile iniziata dopo la liberazione del paese. È un racconto terribile e spieato, dove a prevalere è la brutalità del castigo inflitto a chi era schierato con la Repubblica sociale italiana. Per molti la morte arriva dopo una via crucis di umiliazioni, violenze, torture e stupri. E si incrocia con l'eliminazione preventiva di quanti avrebbero potuto opporsi alla vittoria del comunismo in Italia: i borghesi ricchi, gli agrari, i preti, i democristiani. Il sangue dei vinti è un libro sconvolgente. Il lettore vi troverà le storie di tantissimi italiani incappati nella sorte che sempre tocca agli sconfitti: dai gerarchi del fascismo, come Pavolini, Starace, Farinacci, Mezzasoma, Buffarmi Guidi, Solaro, Vezzalini, Morsero, sino a una folla di donne e uomini qualunque, vite anonime anch'esse straziate. Le loro figure riemergono da queste pagine come fantasmi ancora in attesa di una dignitosa sepoltura. Dopo aver scritto molto sulla Resistenza e sui partigiani, Pansa squarcia la cortina di silenzio sull'altra faccia della guerra che divise in due l'Italia. E ci offre una nuova testimonianza della sua onestà di narratore, capace di osservare con sguardo limpido anche le vicende e le figure di un campo che non è mai stato il suo. |
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BERNARD BLUMENKRANZ - "Il Cappello a punta" Curato da Chiara Frugoni, uno dei nostri maggiori medievisti, esce finalmente in edizione italiana"II cappello a punta" di Bernard Blumenkranz. Il saggio "traccia la storia di un sentimento [purtroppo ancora attualissimo], l'antisemitismo, a partire dalla sua nascita" studiando la percezione dell'ebreo nell'arte medievale cristiana. Apprendiamo così che fino alla prima Crociata (1096) gli ebrei non erano raffigurati con caratteristiche proprie: quella fu "la prima guerra contro un nemico straniero in cui la componente ebraica della popolazione si vide esclusa dall'inizio". Poi il Quarto Concilio Lateranense del 1215 impose agli ebrei abiti o segni distintivi e Filippo IV il Bello con un' ordinanza del 1294 fu il primo ad istituire nelle città un quartiere ebraico separato; piano piano anche nelle raffigurazioni artistiche la differenze di religione venne espressa attraverso stereotipi: naso pronunciato, cappello a punta, barba lunga, i peot, la rotella. Soprattutto nell'iconografia del Nuovo Testamento è evidente una tendenziosità antiebraica. Rispetto all'originale francese, questa edizione presenta numerose illustrazioni a colore che rendono vivacissima la documentazione. |
| RICK AKTINSON - "Un esercito all'alba"
Nella prestigiosa collana storica "Le Scie", Mondadori presenta "Un esercito all'alba" di Rick Aktinson. E' una puntigliosa ricostruzione della guerra combattuta nel 1942-43 in Nordafrica dalle forze angloamericane sotto il comando del generale statunitense Dwight D. ("Ike") Eisenhower contro le armate tedesche. Infatti la controffensiva degli Alleati nei confronti del regime hitleriano partì da un settore militare (il Nordafrica appunto) che poteva sembrare secondario rispetto all'Europa, in cui si stava combattendo già da tré anni e dove solo la resistenza dell'Inghilterra e della Russia aveva impedito alle truppe dell' Asse la conquista dell'intero Continente. Settore secondario ma che si rivelò invece fondamentale perché fu lì che gli americani "impararono" a combattere e a fare quell'esperienza sul campo che poi, trasferita la guerra in Italia e in Normandia, gli permise di vincere; è per equipaggiare le truppe che la produttività dell'industria bellica statunitense fu messa a pieno regime, fu lì che si formarono tatticamente tutti i generali (Eisenhower, Patton, Montgomery) che avrebbero vinto in Europa. Per oltre settecento pagine si sviluppa l'esame del segmento africano di una guerra che alla fine è costata una vita umana ogni tre secondi per 2174 giorni. |
| ALESSANDRO CAMPI - "IL NERO E IL GRIGIO-
FASCISMO, DESTRA E DINTORNI" Dal nero al grigio. Da Mussolini a Fini. Dal fascismo ad Alleanza nazionale, passando per la Repubblica Sociale Italiana ed il Msi di Nichelini e Almirante. Ripercorrendo la storia della destra politico-culturale italiana del Novecento ne "Il nero e il grigio - Fascismo, destra e dintorni" Alessandro Campi affronta, con grande libertà di giudizio, temi e questioni che da diversi anni sono al centro della discussione pubblica e del dibattito culturale: l'incidenza della figura mussoliniana nell'immaginario e nella memoria degli italiani, il dibattito sulla natura e sulle interpretazioni del fascismo, le idee e gli autori della cultura della destra contemporanea, la nascita di Alleanza Nazionale ed il suo ruolo nel sistema politico italiano, la validità della dicotomia destra/sinistra. In proposito il volume così conclude: "La distinzione destra/sinistra è una delle possibili modalità di organizzazione e svolgimento del conflitto politico. E' altresì una categoria storica: come tale non può rivendicare alcuna perennità. Grava si di essa il destino di tutte le categorie e concetti politici. Che è quello, prima o poi, di essere superati o abbandonati o diversamente utilizzati, per quanto la loro memoria, come tutto ciò che è parte della storia umana, possa essere lunga e duratura e, per ciò stesso, finanche fuorviante." |
| ORIANA FALLACI - " LA FORZA DELLA RAGIONE" Due anni dopo "La Rabbia e l'orgoglio" torna la Fallaci con una rigorosissima analisi di ciò che chiama l'incendio di Troia, ossia dell'Europa che è ormai Eurabia, colonia dell'Islam. Lo fa in chiave storica filosofica morale politica, al solito affrontando temi che nessuno osa affrontare ed usando una logica impeccabile. La "Forza della Ragione" è un inno al raziocinio ed alla verità che fa riflettere sulla nostra tolleranza culturale. |
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PIERSANDRO
VANZAN - MARIELLA SCATENA - «Giovanni Palatucci, il Questore giusto» A
DACHAU, il 10 febbraio del 1945, muore un uomo giusto: Giovanni Palatucci. Di
lui ci parlano le pagine di questo libro scritto dal gesuita Piersandro Vanzan e
Martella Scatena. Pagine che si aggiungono alle poche appassionate voci che, a
distanza di tanto tempo, interrompendo un lungo silenzio nella sua Patria, ci
restituiscono la straordinaria figura del "Questore giusto". «Leggendo
questo testo - scrive nell'introduzione il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu
- non vorrei ci adagiassimo come nella celebrazione di un eroe, di un nuovo
Schindler o Perlasca, la cui grandezza scopriamo solo ora». |
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ALESSANDRO
VISANI: LA CONQUISTA DELLA MAGGIORANZA Nella
primavera del 2004 ricorre l'ottantesimo anniversario delle elezioni politiche
del 1924 che, rappresentarono un punto di svolta per la storia italiana e un
momento decisivo della parabola mussoliniana. Con quelle elezioni Mussolini poté
dotarsi di una maggioranza parlamentare certamente più affidabile di quella che
lo aveva sostenuto nei primi mesi della sua esperienza ministeriale. Quella
maggioranza, formatasi in occasione della consultazione del 6 aprile, permise a
Mussolini, una volta superate le gravi difficoltà seguite al delitto Matteotti,
di avviare un rapido processo di smantellamento e di definitiva liquidazione
dello stato liberale che portò infine all'instaurazione della dittatura e alla
costruzione degli assetti di base dello stato totalitario. Buona parte della
storiografia italiana, anche quella più recente, ha generalmente attribuito lo
straordinario successo ottenuto dalle liste nazionali (o "listone
fascista", come fu definito dalle opposizioni) al meccanismo elettorale
(legge Acerbo) e al generale clima di violenza e di intimidazione che
caratterizzò in molte zone d'Italia le |
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PIETRANGELO BUTTAFUOCO: LE UOVA DEL DRAGO Fatti di storia vera in Sicilia tra il 1943 ed il 1947. Poco prima dello sbarco angloamericano in Sicilia, il Muftì di Gerusalemme invia 11 agenti segreti, mussulmani, per rinsaldare l'alleanza ed i comuni obiettivi arabo germanici. Agenti che opereranno travestiti da frati e con la benevolenza e l'accoglienza dei conventi dei Cappuccini. Una lettura che spiazza, un racconto che si leva da una sponda davvero aliena. Nell'immaginazione di Buttafuoco, il mondo corrusco e taciturno delle saghe nordiche si fonde con la loquace solarità mediterranea nell'unione più bizzarra eppure più coerente che si possa immaginare. |
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DANIELA
SANTACHE’: LA DONNA NEGATA – DALL’INFIBULAZIONE ALLA
LIBERAZIONE Un
libro di Daniela Santanchè rivendica alla destra un ruolo-guida nel
dialogo con le donne islamiche e nell’avvio di una stagione di
integrazione e accesso ai diritti. La vicenda delle vignette
blasfeme, gli incendi alle ambasciate, i brividi del fanatismo che
tornano a diffondersi dagli schermi, sembrano rianimare il ”partito
della Fallaci”, e in particolare la sua ala leghista. E c’è chi
vorrebbe tirar dentro al gorgo anche la destra italiana, magari
afferrandola per i capelli di Daniela Santanchè, parlamentare di An e
autrice di un saggio che tra pochi giorni sarà in libreria. La donna
negata-Dal’ìnfibulazìone atta liberazione (Marsilio Editore, 118
pagg.). Un commentatore di Radio Teheran ha accusato ieri l’autrice di
«aver attinto a piene mani ai pregiudizi sull’Isiam»: un caso
curioso di polemica preventiva, poiché non si vede come il libro possa
essere già arrivato in Iran, visto che in Italia ancora deve essere
distribuito. E allora, forse è meglio parlarne subito, per sgombrare il
campo dagli equivoci. Il libro, attraverso le storie di quattro donne
musulmane, racconta la condizione delle In
questo contesto, scrive la Santanchè, «chi dovrebbe stare dalla parte
degli oppressi, se non altro per tradizione politica, finisce invece
sempre più spesso per pendere dalla parte degli oppressori». E a
proposito, il libro cita un lungo e illuminante elenco di prese di
posizione provenienti dall’area della sinistra, dalla giornalista
Ritanna Armeni, che invita a «non osannare i modelli dell’Occidente
per contrapporti alta barbarie degli altri» quando si parla di libertà
femminili; alla sinistra milanese, che si batte per la conservazione
della scuola-ghetto di via Quaranta; a Franco Ferrarotti, che difende il
burqa presentandolo come una sorta di moda esotica. In
questo mondo alla rovescia, come lo definisce Magdi Allam, trovare la
strada dell’integrazione è già difficile, ma diventa impossibile se
si segue lo schema dei pregiudizi ideologici del progressismo, che
sembra aver assunto la difesa d’ufficio della visione più
fondamentalista e retriva dell’Isiam in contrapposizione all’odiato
modello Occidentale e alla tradizione cattolica che ad esso si
accompagna. Chi
cerca una risposta, allora, non può che rivolgersi alla destra. Ed è
questa, certamente, la parte più interessante del saggio: quella in cui
si descrive - attraverso le parole delle dirette protagoniste, le donne
musulmane - l’importanza dell’accesso all’istruzione, di norme che
sostengano l’associazionismo delle donne immigrate, di regole - come
quelle approvate di recente-che mettano chiaramente fuorilegge la
barbarie dell’infibulazione o che aggiornino il concetto di riduzione
in schiavitù, di iniziative per evidenziare e affrontare il dramma
diffusissimo delle violenze domestiche. Una
delle più attuali testimonianze raccolte dal libro della Santanchè è
quella di Souad Sbai, presidente del’associazione Acmid, che raccoglie
le immigrate di origine marocchina, la grande maggioranza delle 30omila
donne musulmane che risiedono in Italia. Souad ha fondato e dirige un
giornale -Al Maghrebìya - diffuso anche in Spagna e in Francia e
orientato su posizioni decisamente riformatrici. Fa parte della Consulta
islamica, recentemente insediata dal governo. E racconta che l’Italia
«tra tutti i Paesi europei è quello più generoso e più accogliente
con la popolazione musulmana», e anche per questo può essere
l’avanguardia di una «strategia dell’immigrazione che finora è
mancata in tutta Europa, una strategia di lungo respiro che abbia il
coraggio di scelte profonde e la forza per eseguirle». Uno dei .punti
di partenza è senz’altro l’alfabetizzazione. L’85 per cento delle
immigrate musulmane che arrivano in Italia provengono da zone rurali, le
più arretrate dei loro Paesi. Sono praticamente analfabete: non
leggono, non scrivono, spesso non sono in grado nemmeno di riconoscere
il numero dell’autobus che devono prendere perché non sanno contare
da uno a dieci. Una seria campagna d’istruzione, magari collegata al
rinnovo dei permessi di soggiorno, potrebbe essere il punto di partenza
per imboccare la strada dell’integrazione. |
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Racconti,
diari, pagine d'evasione e ambiziosi progetti editoriali: così molti autori non-conformisti fanno concorrenza agli onorevoli romanzieri della sinistra (Secolo
d’Italia – 28 gennaio 2006) Chi fa politica ha bisogno ogni tanto di cose lievi: non proprio fughe nella fantasia, immersione nell'evasione, ma forse qualcosa che si avvicina ad un'escursione su terreni inesplorati e insoliti. E così la tentazione letteraria è sempre in agguato, tra un comizio e una conferenza, per addolcire propaganda e accademia con qualche sprazzo di riflusso nel privato. Sarà per questo che sono sempre più numerosi i politici che scrivono romanzi. Il
capofila di questa schiera di "romanzieri del tempo libero" è
Walter Veltroni, del quale sta per essere dato alle stampe un romanzo
giallo ambientato nella Roma anni Settanta. Da ultimo si è aggiunto
Dario Franceschini, dirigente di spicco della Margherita, che ha
pubblicato un romanzo dal titolo romanticissimo: Nelle vene
quell'acqua d'argento. La storia di un uomo alla ricerca delle
radici, degli interrogativi della giovinezza. Una scelta che contraddice
il prosaico assunto di un democristiano esperto come Ciriaco De Mita: «Quello
non sarà mai un politico: scrive romanzi». E invece l'antropologia del
politico sta cambiando: scrivere romanzi, lasciando le "sudate
carte" delle interrogazioni parlamentari, fa guadagnare ai leader
un'aureola più umana. Insomma va di moda. E non solo nella galassia del
centrosinistra. Anche
sul versante opposto ci si lascia sempre più spesso catturare da un
tipo di scrittura che con la sociologia e con la saggistica non ha nulla
a che vedere. Molti sono i titoli in preparazione a destra da parte di
politici e intellettuali che, magari dopo essersi dedicati
all'ideologia, tirano le somme con scritture più
"esistenzialiste". Non è affatto detto, allora, che
saggistica e politica debbano per forza andare a braccetto. Ciò che si
scrive per diletto, per sfogo, per hobby, per divertimento, per caso o
per gioco può alla fine risultare molto più serio dei testi legati
alla propria professione. Un talento come Jane Austen non scriveva forse
futuri capolavori pensando che non valessero nulla e vergognandosi
persino di farli leggere ai parenti più stretti? E la trama di un
fenomeno letterario di successo mondiale come la saga di Harry Potter
non venne in mente alla Rowling mentre viaggiava tranquillamente in
treno lasciando vagare i suoi pensieri in libertà? Fatte le debite
proporzioni, allora, è il caso di dare anche ai politici una chance. Il
serio e contenuto direttore del Tg2 Mauro Mazza, per esempio, a
modo suo ha intrapreso una sorta di "ricerca del tempo
perduto": un po' per divertimento e un po' per nostalgia Mazza sta
scrivendo un diario della sua esperienza al Secolo d'Italia, dove
lavorava con Alberto Giovannini, Gianfranco Fini, Gennaro Malgieri,
Francesco Storace e Maurizio Gasparri. Scuola di giornalismo più scuola
di vita. Titolo (provvisorio) I ragazzi dì via Milano. E l'algido Adolfo
Urso, un politico-intellettuale che ha dedicato quasi cinquecento
pagine alla globalizzazione, ha adesso in animo sulla scia di Goethe -
di dare alle stampe le sue impressioni di viaggio. Alle avventure che
hanno affascinato l'infanzia di più generazioni si ispira invece Andrea
Augello, ex-assessore al Bilancio della giunta Storace che, tra una
cartolarizzazione e l'altra, ha ultimato il suo libro sul mito del Graal,
le cui tracce ha seguito non solo attraverso le testimonianze letterarie
ma anche con originali itinerari geografici. La supervisione del
progetto è di Franco Cardini, uno storico che condensava così la sua
passione per il Medioevo: «lo ho l'impressione che un cavaliere avrà
sempre più fascino di un agente di cambio...». Ha cercato di astrarsi
dalle risse dell'Aula Giulio Cesare anche Marco Marsilio,
apprezzato consigliere comunale capitolino, il quale è in questi giorni
impegnato nella presentazione della sua opera prima. Stavolta si tratta
di un saggio, ma assolutamente controcorrente, com'è nella tradizione
della "comunità" dove Marsilio è i cresciuto, la storica
sezione romana di Colle Oppio. Il suo libro si chiama Il razzismo.
Un'ori- È nei romanzi,
tuttavia, che con più prepotenza si insinuano e si intrecciano i miti
che hanno nutrito le passioni giovanili di chi si è schierato a destra.
E tra quelli che, già finiti o in fase di ultimazione, giacciono nei
cassetti degli intellettuali d'area il campionario dei sogni
irrealizzati ma sempre prediletti è vastissimo. Gabriele
Marconi, l'autore di lo non scordo (romanzo di successo e
libro cult sugli anni Settanta), da anni perfeziona un altro romanzo,
dedicato all'impresa fiumana, dal titolo Le stelle danzanti. È
la storia di due giovani arditi, Giulio e Marco, che dopo l'assalto del
Col Moschin cementano la loro cameratesca amicizia a Fiume, teatro di
quel clima rivoluzionario di cui la storia del Novecento è prodiga: qui
si incrociano patrioti, artisti, rivoluzionar! e avventurieri d'ogni
parte d'Europa. Giulio e Marco non potevano trovare terreno più fertile
per far germogliare i loro inquieti sogni di gloria. Se nel romanzo di
Marconi è l'amicizia il tema che fa da filo conduttore, in quello cui Filippo
Rossi (già coautore con Luciano Lanna del saggio-dizionario Fascisti
immaginari) sta lavorando da mesi il mito ispiratore è la gioventù.
Il titolo è "segretissimo", la trama pure, l'intento no: si
tratta di cogliere l'archetipo del giovane tipico del Novecento
attraverso un io narrante che filtra le vicende storiche di quel secolo
dove per la prima volta sono i vecchi a rincorrere le nuove generazioni.
«Provocatorio»,
«goliardico» e un po' «allucinatorio»: così Aldo Di Leilo,
saggista, direttore della rivista Imperi e capo del servizio
cultura del Secolo, definisce il suo primo romanzo, una storia in
forma letteraria della Seconda Repubblica vista da un protagonista di
destra che, attraversando eventi, incontrando personaggi simbolo
maggiori e minori della stagione che va dai primi anni Novanta ad oggi,
matura delusioni e nuove certezze dipingendo uno scenario ironico e a
volte grottesco. Sul titolo Di Leilo è ancora indeciso, ma non sul
sottotitolo, che recita con convinzione: romanzo psicopolitico, il
che-provenendo da un'area che ha sempre disprezzato i gli avvitamenti
della psicanalisi freudiana - è già una piccola-grande notizia. Allo stesso mondo umano e politico si rivolge il libro (in uscita ad aprile per i tipi di Marsilio) di Angelo Mellone, tra le penne più in vista dell'intellighentia di An. Il suo - si intitola Di' qualcosa di destra - è sì un saggio, ma di costume, e si propone di cogliere le tendenze - ancora forse non adeguatamente rappresentate - che fanno da sfondo alla destra pop maggioritaria nel Paese. Mellone non la chiamerebbe "destra diffusa" ma "postfascismo pop" o "destra inconsapevole", ancora in transizione, contaminata dai fenomeni popolari e di massa ma non dal palazzo, e capace di lanciare segnali in profondità che, più che attraverso i disegni di legge, si cristallizzano ad esempio nel plastico saluto romano del calciatore Paolo Di Canio. Sempre con Marsilio pubblica il suo primo libro un'altra autrice di destra, Daniela Santanchè, parlamentare di An e dirigente del dipartimento femminile. Si chiama La donna negata ed è un racconto drammatico, con testimonianze dirette, sulle condizioni di vita delle donne musulmane nei loro Paesi e in Italia. Raccogliendo le sconvolgenti testimonianze di tante immigrate (da Amina, un'algerina picchiata a sangue insieme ai due figli piccoli perché non accettava la convivenza con la seconda moglie del marito, a Hirsi Ali, ispiratrice del cortometraggio Submissionì) e collaborando con le associazioni che rappresentano il milione.di donne jslamiche che vivono in Italia, il testo ci consegna una lucida analisi sui diritti ancora non acquisiti da parte della maggioranza delle donne musulmane. Alle donne, quelle a torto considerate protagoniste minoritarie di una destra che il luogo comune tende a rappresentare come maschilista e antifemminista nel senso deteriore del termine, è dedicato invece il libro in preparazione di Isabella Rauti e Annalisa Terranova. Una storia di tipi e figure - le ausiliario, le testimoni, le intellettuali, le missino, le militanti, le guerrigliere degli anni Settanta, le anticipatrici della rivista Eowyn, le pasionarie del Fdg, le elette di An – che nessuno ha fino ad oggi raccontato dando la parola alle protagoniste dirette di quel percorso ancora in ombra. Ancora storie che andavano raccontate. |
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Massimo Pandolfi - Simona Pletto: "Un poliziotto in galera" II titolo assomiglia molto a quello di un romanzo o a un film d'azione. Nulla di tutto questo, è la storia vera e dolorosa di Ivan Liggi, Agente della Polizia Stradale che in questi giorni "compie" il primo anno dietro le sbarre, dove sta scontando la pesantissima condanna definitiva a 9 anni e 5 mesi. Unico poliziotto in galera per un omicidio commesso durante un'azione di servizio, l'inseguimento di una macchina il cui conducente non si era fermato all'alt (Rimini - febbraio 1997). Da
questa tragica vicenda, dalla quale sono purtroppo scaturite due
vittime, è nata una storia scritta a due mani da Massimo Pandolfì e
Simona Pletto, due giornalisti che si sono calati nel I
due giornalisti hanno sentito Ivan, hanno raccolto testimonianze, hanno
ascoltato pareri. Hanno aiutato Natale, un padre disperato che oggi deve
affrontare i costi, per lui elevatissimi, Il libro di questa sua assurda storia, che mai avrebbe voluto vivere, è stato presentato dagli autori al Teatro Verdi di Cesena il 25 Ottobre 2005. Acquistare
una copia del libro (€.10,00=) sarà un modo per non dimenticare, per
aiutare e sostenere Ivan a superare questa strettoia della sua ancora
giovane vita. Vita di poliziotto oggi Il libro non è in distribuito nelle librerie, chi è interessato a richiederne una copia può inviare e-mail a infotiscali@coordinamentopgan.it |
| Luca Telese:
"Cuori Neri"
Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli. 21 delitti dimenticati degli annidi piombo: il primo morto di piazza, il primo omicidio delle Brigate Rosse, il primo agguato di Prima Linea. Storie note e meno note, vittime e carnefici, una serie di delitti che sono il romanzo criminale degli anni di piombo. 21 morti, un unico filo di sangue che attraversa un decennio complesso di storia italiana. Ventuno ragazzi freddati nella guerra spietata degli anni di piombo: mitizzati dai loro camerati, demonizzati dai loro nemici, dimenticati da tutti gli altri. Ugo Venturini, 18 aprile 1970 - Carlo Falvella, 7 luglio 1972 - Virgilio e Stefano Mattei, 16 aprile 1973 - Emanuele Zilli, 5 novembre 1973 - Graziano Giralucci, 17 giugno 1974 - Giuseppe Mazzola, 17 giugno 1974 - Mikis Mantakas, 28 febbraio 1975 - Sergio Ramelli, 29 marzo 1975 - Mario Zicchieri, 29 ottobre 1975 - Enrico Pedenovi, 29 aprile 1976 - Angelo Pistolesi, 28 dicembre 1977 - Franco Bigonzetti, 7 gennaio 1978 - Francesco Ciavatta, 7 gennaio 1978 - Stefano Recchioni, 7 gennaio 1978 - Albero Giaquinto, 10 gennaio 1979 - Stefano Cecchetti, 11 gennaio 1979 - Francesco Cecchin, 16 giugno 1979 - Angelo Mancia, 12 marzo 1980 - Nanni De Angelis, 5 ottobre 1980 - Paolo Di Nella 2 febbraio 1983 |
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Andrea
Spiri: Il Socialismo europeo e il sistema internazionale. Da
Il Secolo 8 marzo 2006 Il
riformismo di Bettino Craxi oggi torna di grande attualità. Nella
recente storia della sinistra italiana la figura del
leader socialista continua a suscitare ambigui imbarazzi. Esce
una raccolta di saggi dedicata all'ex segretario del Psi, Bettino Craxi,
II socialismo europeo e il sistema internazionale (a cura di
Andrea Spiri, Marsilio, pp. 224, euro 18). Il libro affronta lo scontro
tra socialisti e comunisti italiani negli anni Settanta e Ottanta nel
campo della politica estera, e il diverso atteggiamento tenuto dai due
partiti nei confronti dei regimi comunisti e dei dissidenti dell'Est. Craxi è stato un alfiere dell'anticomunismo, soprattutto in politica estera. Ha sempre tenuto con estrema decisione un filo diretto con il mondo degli intellettuali più rappresentativi del dissenso. La solidarietà e il sostegno del leader socialista agli oppositori del regime comunista non verranno mai a mancare. Non è un caso che esponenti dell'opposizione socialista e democratica cecoslovacca come jirì Pelikan (che diventò nel 1979 europarlamentare del Psi) e Vàclav Havel, di quella polacca come Adam Michnik, dissidenti sovietici come Andrej Sacharov, trovano in Italia un forte sostegno per la propria causa nel Psi di Craxi. Il
premio Nobel deve a Bettino Craxi la libertà. Infatti Gorbaciov, su
richiesta del segretario socialista, lo aveva liberato dal confino nel
1987. Nel maggio del 1989 Sacharov fu invitato al congresso socialista
che si svolgeva nei capannoni dell'Ansaldo. È’
importante leggere anche le parole di Lech Walesa, che con il suo
intervento chiude questa raccolta in cui firme autorevoli (tra cui
Sergio Romano, Gaetano Quagliarello, Antonio Ghirelli, Piero Craveri) si
cimentano sulle esperienze europee del socialismo italiano di Bettino
Craxi e sui mutamenti epocali che hanno portato al crollo del muro di
Berlino. Senza
l'appoggio concreto di Craxi non si sarebbe realizzata l'importante
esperienza della Biennale del dissenso, che si svolse a Venezia nel
1977. Questa manifestazione si prefìsse lo scopo di portare al di là
della cortina di ferro le opere degli artisti e degli intellettuali
dissidenti. «Non è un'impresa da poco conto - raccontano Andrea Spiri
e VictorZaslavsky - E in effetti, la scelta di dedicare l'edizione del
1977 della Biennale di Venezia al dissenso culturale nell'Unione
Sovietica e nei paesi dell'Europa Centrale e Orientale suscita reazioni
e polemiche a catena. Si muove lo stesso governo sovietico che fa
sapere, a mezzo di proteste ufficiali, di considerare il programma della
Mostra del dissenso una unilaterale manifestazione di antisovietismo». Il grande
successo di visitatori decretò l'importanza della mostra, che fu
considerata dall'opinione pubblica la più importante iniziativa assunta
da un'istituzione di livello internazionale per favorire la libertà di
espressione nel campo dell'arte, della cultura e delle idee. Per tutto
questo fu decisivo l'appoggio di Bottino Craxi. Nel frattempo
l'atteggiamento dei comunisti nei confronti dell'Est continua ad essere
ambiguo. Il Pci da un lato condanna i fatti di Praga, dall'altro
mantiene un saldo legame con l'Unione Sovietica, la cui funzione di
baluardo contro l'imperialismo non veniva assolutamente meno. Craxi
vuole realizzare un partito atlantico e dimostrare, come giustamente
osserva Sergio Romano, che il Psi non è succube del Partito comunista.
Appartiene a questa strategia il sostegno al dissenso nei paesi
satelliti e in particolare a quello cecoslovacco. Il Psi deve essere un
partito europeo, in sintonia con i maggiori partiti socialdemocratici
dell'Europa Occidentale. Craxi
già dai giorni del Midas aveva in mente il suo disegno politico.
L'obiettivo principale era quello di realizzare una sinistra riformista.
Questo poteva avvenire solo procedendo al ribaltamento di forze tra
socialisti e comunisti. Nel disegno politico di Craxi il suo forte
anticomunismo fu determinante e scomodo, se si pensa che nel nostro
Paese in quei tempi avevamo il più forte Partito comunista d'Europa. Il
volume curato da Andrea Spiri prende in esame quest'aspetto che sarà
sempre alla base della politica del leader socialista. Craxi,
nell'appoggiare culturalmente e politicamente le ragioni del dissenso,
fu uno dei primi leader politici a intuire che il sistema sovietico si
sarebbe polverizzato. «Spero vivamente - scrive Lech Walesa - che vi
saranno persone disposte a riconoscere i meriti dei grandi uomini e che
la storia renda indimenticabili i nomi di coloro che hanno osato fare
cose realmente grandiose». Gli studiosi che hanno contribuito con le loro analisi alla stesura di questo libro pongono l'accento sull'influenza che il Craxi anticomunista e libertario, ha avuto sulla sua stessa politica estera, sempre tesa a rivendicare il rispetto dei diritti umani. |
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Alessandro
Campi: La Destra di Fini. Dieci anni di Alleanza Nazionale . Dal Secolo
9 marzo 2006 alcuni stralci del libro di Alessandro Campi. Dalla
sua nascita, nel gennaio 1995, Alleanza Nazionale è stata al centro di
un crescente interesse da parte di studiosi e ricercatori: sono molti i
lavori per chiunque sia interessato a conoscere in dettaglio - cifre e
numeri alla mano - la storia e il profilo organizzativo di questo nuovo
soggetto politico che rappresenta nello scenario odierno la destra
politica italiana. Per quanto mi riguarda, ho preferito concentrarmi -ma
sempre prendendo spunto dall'attualità e con un taglio in senso lato
giornalistico - sui dilemmi politici che esso si è trovato ad
affrontare nel corso degli anni, sulle scelte che ne hanno
caratterizzato l'azione di governo, sulle discussioni che ne hanno
segnato la vita interna e, per finire, sulle contraddizioni che, a mio
giudizio, ne hanno accompagnato l'evoluzione "ideologica". In
particolare, tenuto anche conto delle caratteristiche culturali e
organizzative di Alleanza Nazionale - modello quasi pure di
"partito con un leader", fortemente connotato in senso
monocratico e "cesaristico" Mi sono sof-fermato sul ruolo del
suo fondatore e presidente, nella convinzione, resa esplicita sin dal
titolo di questa raccolta di saggi e studi, che il progetto teso
a modernizzare, non senza traumi e scosse, una destra politica
come quella italiana, rimasta per decenni prigioniera dei propri
fantasmi e attraversata da impulsi contraddittori, sia indissociabile
dal nome.e dall'azione di Gianfranco Fini. Alleanza nazionale non è
stata soltanto, come spesso si è detto, la scommessa di una generazione
alla ricerca, dopo cinquant'anni nel corso dei quali la destra ha svolto
un ruolo assolutamente marginale nella vita pubblica italiana, di
un'occasione per smetterla finalmente con la nostalgia e il culto
sterile delle memorie. È stata anche, per molti versi, la scommessa
dell'uomo politico che più di altri, non senza fasi d'arresto e errori
tattici, ma sempre con convinzione e determinazione, ha scelto di
battere la via di un profondo cambiamento, dovendo peraltro spesso
scontrarsi con le resistenze provenienti sia dagli apparati interni del
partito sia, più in generale, da certe componenti- le più orientale in
senso "tradizionalista" e le meno disposte a mettersi in gioco
-del mondo della destra culturale. A quali
risultati è approdata sino a oggi questa sfida? Quali traguardi si
possono immaginare per il futuro più o meno immediato? Gli elementi
politico-intellettuali in evoluzione stanno facendo emergere una destra
moderna ed europea, quale quella che Fini e il gruppo dirigente di
Alleanza nazionale stanno cercando di realizzare. Volendo ricordarne
alcuni, direi che una simile destra è contraddistinta, per cominciare,
da un forte senso delle istituzioni e della sfera pubblica (cosa assai
diversa dallo statalismo); dalla difesa della centralità della politica
a fronte di qualunque tendenza (dal populismo alla tecnocrazia) tesa a
svalorizzarne il ruolo regolativo; dall'accettazione del professionismo
politico contro ogni demagogia antipolitica; dal senso della continuità
storica nella vita di una collettività (che è cosa diversa dal
tradizionalismo o dal passatismo); da un'etica dell'agire politico
improntata alla responsabilità pubblica; dalla tutela dell'interesse
nazionale nel quadro di una visione della politica mondiale che non
disdegna il linguaggio della potenza (che non è il linguaggio della
forza o della violenza armata); dalla valorizzazione della meritocrazia
intesa criterio di promozione sociale; da una visione solidale, non
assistenzialistica e parassitaria, della società; da una concezione
dell'economia in grado di bilanciare la libera iniziativa privata con la
giustizia sociale; da una forte attenzione alla dimensione
simbolico-religiosa dell'esistenza umana nel rifiuto di qualunque
confessionalismo; dal realismo politico inteso come abito mentale del
buon governante, caratterizzato da prudenza, misura e ragionevolezza;
dalla difesa dell'unità e del sentimento nazionali nel quadro di una
concezione pluralistica e aperta dell'appartenenza Il consolidamento di una "destra riformista" (quale in parte già è, quanto meno nelle sue premesse e nei suoi obiettivi, Alleanza nazionale) è non solo un auspicio intellettuale, ma una necessità del sistema politico italiano. Per un lungo periodo, in Italia la politica ha subito
il condizionamento negativo delle ideologie. I partiti, invece di
confrontarsi sui programmi, si contrapponevano in maniera pregiudiziale
e schematica, senza quasi mai entrare nel merito dei problemi. Ogni
formazione politica portava con sé una visione astratta della vita
sociale e dell'ordine politico, la cui validità ed applicabilità nella
storia non veniva mai messa in discussione. La cosiddetta "crisi
delle ideologie" ha prodotto uno scombussolamento radicale: ha
messo in crisi culture politiche radicate ed ha costretto tutti gli
attori politici a ridefinire la loro identità ed il loro profilo.
Naturalmente, essersi liberati dalle ideologie (che per definizione sono
rigide e astratte) non significa rinunciare alle idee ed alla dimensione
progettuale: non significa convenirsi al pragmatismo ed alla politica
del giorno per giorno. Significa - o, per lo meno, dovrebbe
significare-"pensare la politica" in modo concreto e
realistico, avendo Uno
storico come Ernesto Galli della Loggia ha evidenziato che la sinistra
riformista ha, in effetti, una base culturale e una lunga e gloriosa
tradizione culturale: manca però della forza necessaria ad acquisire un
peso elettorale e una base di consenso adeguati. La sinistra riformista
è forte culturalmente, ma debole politicamente. Ciò accade anche per
colpe proprie al mondo riformista, vittima, sostiene Galli della Loggia,
di un atteggiamento
mentale, di un vecchio riflesso condizionato, in virtù del quale
"non si possono avere nemici a sinistra". In realtà, egli
sostiene, la sinistra riformista diventerà ancora più credibile e
politicamente forte nel momento in cui accetterà di porre dei confini
netti e invalicabili tra sé e le posizioni della sinistra cosiddetta
"massimalista" o "radicale". Non si può diventare
egemoni, dunque, senza pagare uno scotto. E lo scotto consiste appunta
nella rottura, senza più equivoci, con quella parte della sinistra che
ancora ragiona e opera in modo ideologico e schematico, sulla base di vecchi
preconcetti e di vecchi parole d'ordine. Mi sembra, in effetti,
un'analisi molto lucida, anche se molto pessimista. Quanto alla destra, vale in parte lo stesso discorso. Nella
tradizione politico-culturale della destra, anche di quella italiana, ci
sono orientamenti che si richiamano a posizioni di realismo ed altre che
invece si ispirano a modelli culturali a loro modo
"massimalisti": penso a certe forme rigide di tradizionalismo,
a certe forme di liberismo sfrenato o, al contrario, di statalismo
larvatamente autoritario, a certe forme di radicalismo populista. Anche
la destra, insomma, se vuole muoversi sulla via del riformismo, se vuole
proporsi come una realtà dinamica e modernizzatrice, all'altezza dei
tempi,senza più nostalgismi e senza astruserie intellettualistiche,
deve porsi il problema di rompere, sul piano delle idee e dello stile
d'azione politica, con posizioni ed atteggiamenti in senso lato
"radicali", che peraltro hanno sempre dimostrato una assoluta
incapacità a misurarsi con la storia e con l'attualità. Il
massimalismo di sinistra è spesso una utopica fuga in avanti verso un
modo impossibile, il radicalismo di destra appare invece come una fuga
all'indietro verso un mondo scomparso per sempre e forse mai del tutto
esistito. Alla luce di questo, non si tratta di perdere la propria identità, ma di costruirsene una nuova, all'altezza dei tempi. Una cultura, un mondo politico, incapaci di rispondere alle sfide della storia, sono fatalmente destinati a scomparire. I controrivoluzionari (penso ad autori come De Maistre o Bonaid) sono ancora oggi dei giganti del pensiero perché hanno saputo pensare, criticamente e in modo radicalmente conflittuale, la loro epoca storica, il loro tempo: non si può, oggi, riprendere alla lettera gli insegnamenti che ci hanno lasciato come se le sfide che abbiamo dinnanzi siano le stesse dell'e poca della Rivoluzione francese. Naturalmente, si potrebbero fare anche altri esempi: a partire ad esempio dal fascismo. La cui grandezza in termini storici è stata appunto quella di rispondere - culturalmente e politicamente -ai problemi di un'epoca storica specifica e particolare, che però è abissalmente diversa dalla nostra. La proposta di Fini sul voto amministrativo agli immigrati, ad esempio, se è apparsa "anomala" è perché nell'opinione corrente esiste una vulgata che tende ad associare il termine "destra" a posizioni sempre e comunque regressive, antimoderne, conservatrici, bigotte. Ma in realtà, le cose non stanno storicamente così. Lo "stato sociale", tanto per fare un esempio, è stato un'invenzione di una grande statista di destra: Bismarck. La sortita di Fini dimostra, semmai, come l'immagine diffusa ed abituale della destra sia ancora quella costruita alimentata dalla sinistra in modo polemico e riduttivo. Tra i compiti di una destra riformista ci dovrebbe essere anche quello di rovesciare certi cliché e certe visioni pregiudiziali. Non è scritto da nessuna parte che la destra debba essere xenofoba e socialmente retriva. A suo modo, la destra, e non è un gioco di parole, può essere - e in Europa e nel mondo lo è - "progressista", vale a dire riformista, modernizzatrice e socialmente avanzata. |
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LUIGI
IANNONE: UNA DESTRA ATIPICA, G. PREZZOLINI: UN ITALIANO POLITICAMENTE
SCORRETTO. Una vera cultura non può che essere non-conformista» scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1965. Nel saggio sulla figura e sulle opere di Prezzolini, Una Destra atipica (De Prede editore), Luigi Iannone elabora una nuova sintesi, attraverso il filo conduttore del "politicamente scorretto" dell'intellettuale perugino. Dal ruolo di intellettuale scomodo, a quello di anarchico conservatore, passando per l'analisi delle riviste e «il giudizio sul fascismo. Un'analisi che non poteva prescindere dalla biografia, dalla storia personale e familiare agli incontri e le esperienze che, in quasi un secolo di vita hanno segnato il suo pensiero e il suo lavoro in modo inequivocabile. Il suo percorso professionale è stato rappresentato da una indubbia voglia di misurarsi con tutto ciò che offriva il panorama culturale, e la sua immensa produzione, pur avendo molte volte degli editori restii a pubblicarlo, gli consentì di elaborare compiutamente il suo pensiero nel quale è sempre stata evidente una linea di condotta chiara ed individuale. Un intellettuale simbolo di un conservatorismo che di rado ha assunto venature antimoderne e pre-ambientalistiche dell'ultimo Guareschi, ma si è tradotto in una critica serrata nei confronti di ogni retorica solidaristica, umanitaristica o imperialistica. Un pensatore "politicamente scorretto" perché, come sottolinea lannone " appartiene a quella esigua schiera di intellettuali che ha disapprovato l'ovvio, il banale, i facili giudizi e i complicati inerpicamenti filosofici". I.' insofferenza di Prezzolini nei confronti del socialismo e del welfare state nasce anche dalla consapevolezza che ogni sistema assistenziale si risolverà in uno spreco di contributi, da qui le sue simpatie per il sistema liberale che forse non teneva conto di altri fattori. Era, come ricorda l’autore, “un liberalismo antico, aperto verso socialità e partecipazione, non accecato, come il marxismo, da idilliache visioni e privo delle prospettive edonistiche che animano l’ottimismo del progresso liberale” Come scriveva nel suo Idearlo: “ Vedo con simpatia la partecipazione alla proprietà delle classi lavoratrici , dalla casa fino all’azione industriale, dalla cooperativa fino al fondo pensioni di ciascuna azienda (che premia con questa una lunga vita in essa), purché prendano forma individuale, esigano sforzo di risparmio ed eccitino l'orgoglio e l’indipendenza di ciascun nucleo familiare.” Prezzolino, coerente alla sua vita, se ne andò con sobrio distacco. Iannone, approfondendo il carattere, oltre ch eil suo pensiero, ricordando aneddoti spesso dimenticati, riprende una fase emblematica che riassume lo spirito e lo stile del grande conservatore: “Si potrà dir di me che giocai la mia partita tutto da solo, senza partiti, senza protettori, senza diplomi, senza un paese nativo (Siena, Perugia, Firenze: di nessuna città posso dirmi cittadino)”, come scriveva nei suoi Diari. |
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PAOLO
DI TARSIA DI BELMONTE: STORIE D’ITALIA PICCOLE E GRANDI NELLE ARRINGHE
DI UN PENALISTA. La storia italiana può essere ricostruita da molti punti di osservazione. Ma quello di ripercorrerne alcuni momenti forti attraverso le arringhe di un avvocato dello Stato è sicuramente uno dei più originali. Uno dei più originali e, naturalmente, uno dei più produttivi di notizie. A inaugurare questo inedito filone, per così dire storiografico, è Paolo di Tarsia di Belmonte, Vice Avvocato Generale dello Stato, e autore del volume Storie d'Italia piccole e grandi nelle arringhe di un penalista. Tarsia è un avvocato che gode di grande considerazione. «In tutte queste arringhe - scrive Franco Coppi nella presentazione - assolutamente pregevoli sotto il profilo tecnico e ammirevoli sul piano formale, è agevole cogliere la partecipazione e l'impegno morale e sociale di un difensore consapevole del contributo che sta portando all'accertamento della verità». Secondo Giulio Andreotti (che firma la prefazione), questa pubblicazione è stata pensata per «per dare una una linea d'interpretazione obiettiva a vicende che suscitarono grande clamore (e anche tante speculazioni politiche connesse) in una stagione nella quale sembrò incrinarsi quel senso dello Stato che aveva consentito il passaggio indolore dalla dittatura alla democrazia». L'autore ha partecipato, ora come difensore ora come parte civile dello Stato, in quasi tutti i grandi processi politici degli ultimi quarant'anni. Dagli attentati dei terroristi altoatesini nei primi anni Sessanta al processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana, dal cosiddetto golpe Borghese ai fondi neri della Montedison ai fondi riservati del Sisde, dall’affaire Nomisma al processo per l'omicidio del sovrintendente della polizia Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, fino al processo contro Oskar Piskulic, uno degli infoibatori che il giudice Pititto tentò di portare alla sbarra. Insomma, una vera e propria rassegna di fatti, fattacci e personaggi della nostra vicenda recente che è utile rileggere per capire un po' meglio tante oscure dinamiche che hanno reso l'Italia un Paese anomalo nel mondo delle democrazie occidentali. Lo spirito che anima di Tarsia è quello della valutazione obiettiva dei fatti al di fuori di ogni manipolazione ideologica, uno sport che è stato a lungo praticato in Italia e che ha spesso alterato l'idea della storia comunemente percepita. Di Tarsia emerge come uomo animato da un profondo senso dello Stato e del diritto e che, per tale motivo, si è trovato spesso a duellare contro i tanti ideologi con la toga (magistrati oppure avvocati difensori) che hanno fatto la loro comparsa nelle cronache nazionali degli ultimi decenni. Pur nella gravita delle situazioni riportate alla memoria, non manca, in queste pagine, ne il senso dell'ironia ne il coraggio di rintuzzare pesanti argomentazioni politiche. Vale la pena ricordare quanto di Tarsia annota su Catanzaro a proposito della deviazione del «processo dai suoi fini» e di come si colse l’«occasione per un pesante attacco alla maggioranza di governo (il processo si svolge nel 1978, ma i fatti si riferiscono al 1969 n. d. r.), accusata di connivenza, complicità, di coperture criminose». L'autore ricorda lo «schieramento dei difensori di parte civile, tutti o quasi tutti militanti del Pci di fronte a un testimone come Giulio Andreotti, il primo presidente del Consiglio dei ministri di un governo di solidarietà democratica, in cui la partecipazione esterna al governo del Pci era per quest'ultimo un vantaggio da non disperdere». Ma «occorreva comunque tenere alta la tensione». Un processo che fu «soprattutto un'occasione di scontro a livello politico». La giustizia piegata a interessi politici è storia vecchia, una storia che, purtroppo, sempre si rinnova. Talvolta la giustizia è occhiuta, pignola e tenace. Talaltra è corriva, indulgente e un po’ svagata. Nel 1989 di Tarsia si trovò a difendere tre ambasciatori accusati di peculato in relazione all’affaire Nomisma, società presieduta da Romano Prodi, che al tempo era anche presidente dell'Iri. Fu uno dei casi più grotteschi della declinante Prima Repubblica. Era stata stipulata una convenzione tra ii centro studi prodiano e il ministero degli Esteri a proposito di iniziative di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Ne vennero fuori delle belle. Vi furono studi -come si legge in una interrogazione parlamentare firmata nel 1989 da Mellini, Staiti di Cuddia, Biondi e D'Amato- che risultarono «ricopiati da enciclopedie e pubblicazioni varie (tra l'altro sulla riproduzione degli asini in Somalia, sulla velocità e autonomia di marcia del cammelli del deserto eccetera)». I tre diplomatici furono assolti con la formula piena perché il fatto «non sussiste». Prodi fu invece prosciolto in istruttoria con una sentenza che lascia un po' riflettere. Vi si parla di un testimone che non fu sentito in virtù del suo «sollecito trasferimento» per «altra lontana sede». Che strano, un'istruttoria si conclude perché un testimone s'è trasferito all'estero. Non poteva essere egualmente sentito e temporaneamente richiamato in Italia, trattandosi peraltro di un pubblico funzionario? Cosa ha impedito al giudice istruttore di convocarlo? Si dice che la Giustizia sia bendata. Ma ogni tanto, da sotto la benda, la dea riesce a fare l’occhiolino. |
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MARCELLO
STAGLIENO: L’ITALIA DEL COLLE Scandagliare le vicende politiche e istituzionali dei
sessant'anni di storia repubblicana che abbiamo alle spalle e
raccontarle in un libro che unisca storia e cronaca, aneddoto e analisi
caratteriale dei singoli protagonisti è impresa che potrebbe far
tremare i polsi anche allo storico professionista o a un attento notista
politico di lungo corso. Marcello Staglieno, che si è cimentato in
quest'impresa, ha avuto un'idea brillante nel suo nuovo volume L'Italia
del Colle (Boroli editore), quella di far parlare la storia stessa
dell'Italia attraverso la personalità, la statura istituzionale, il
gioco dialettico dei partiti che hanno determinato l'elezione dei dieci
presidenti della Repubblica che hanno abitato - alcuni sì alcuni no -
il fatidico Colle, o meglio, "il" Colle per eccellenza, il
Quirinale, come specifica il senatore Giulio Andreotti nella prefazione
al volume. L'impresa
è riuscita in pieno a Staglieno, giornalista - tra i fondatori del Giornale
insieme ad Indro Montanelli, già condirettore responsabile del nostro
quotidiano - saggista, studioso di letteratura tedesca e autore di
numerosi volumi: è riuscito nel non facile compito di raccontare la
storia della nostra Repubblica, ora sessantenne, fin dal suo nascere, il
2 giugno del 1946, analizzando figure complesse come quelle dei suoi
dieci presidenti, complesse almeno quanto delicato è stato ogni singolo
periodo storico che li ha espressi, di volta in volta, tra tensioni
politiche e sociali, tra «defatiganti compromessi tra i partiti,
all'insegna di giochi di potere, spesso tra l'annoiato disprezzo della
pubblica opinione», scrive l'autore. Staglieno, che è stato nella
XII Legislatura vicepresidente del Senato, ha raccolto e annotato con
pazienza e cura certosine giudizi, opinioni, lettere e confidenze di
personalità d'eccezione del nostro Anzitutto un particolare metodologico importante: l'autore
considera a tutti gli effetti Luigi De Nicola il primo presidente della
Repubblica italiana, a differenza di altre periodizzazioni storiche che
iniziano il computo da Luigi Einaudi. Eletto infatti, il 28 giugno 1946
al primo scrutinio, capo provvisorio dello Stato dall'Assemblea
Costituente, De Nicola divenne poi nel '48, per pochi mesi, il primo
presidente della Repubblica italiana. Ma c'è anche un motivo conduttore
alla base di questa scelta: c'è un filo rosso che lega Enrico De Nicola
a Carlo Azeglio Ciampi come in una sorta di alfa e omega della storia
repubblicana, un inizio e una fine. Non a caso Staglieno,
"sparigliando" un po' lo stretto ordine cronologico, inizia la
sua trattazione dalla fine, ossia dall'attuale nostro presidente: «Innanzi
tutto – spiega - Ciampi è l'ultimo dei presidenti di una Repubblica
che, se il referendum (quello del prossimo giugno n. d. r. )
sancirà le variazioni costituzionali in atto, risulterà ben diversa da
quella generata da un altro referendum, quello del remoto 2 giugno
'46... Si chiude con lui un ciclo: quello unitario che, nato nel 1861,
si è protratto a tutt'oggi... L'Italia repubblicana - prosegue
Staglieno - è sostanzialmente rimasta, sino al 2005, uno Stato
unitario. A questo elemento strutturale - che fu esaltato dal
Risorgimento (e dal fascismo, non a caso definito da Prezzolini «apice
e fine del Risorgimento») l'antifascista Ciampi è sempre stato fedele».
Per questo l'autore definisce efficacemente l'attuale presidente come «l'ultimo
uomo del Risorgimento». Ed ha incarnato Chi sarà il successore di Ciampi?, si chiede Staglieno. Quali caratteristiche - politiche e umane - dovrà avere per raggiungere il quorum necessario per l'elezione da parte del conclave laico che si riunirà a Montecitorio? Mai come questa volta le previsioni appaiono difficili. Ciampi ha ricevuto, negli ultimi mesi, molte sollecitazioni a ricandidarsi. «E l'ipotesi che Ciampi possa succedere a se stesso, avanzata da Fini il 20 novembre scorso, piace a molti». In questi anni si è guadagnato fama di uomo super partes, capace di raccogliere consensi diffusi nei due schieramenti. Ma prima di disegnare l'identikit del successore si dovrà attendere il risultato delle elezioni, dal qual dipendono le strategie immediatamente successive. Carlo Azeglio Ciampi è stato il decimo presidente della Repubblica Italiana, il primo scelto fuori dell'ambito parlamentare, il secondo (dopo Francesco Cossiga) ad essere stato eletto al primo scrutinio. Altri (Leone, Saragat, Pertini, Scalfaro) furono eletti dopo defatiganti bracci di ferro. Fatta eccezione per Cossiga, che lo escluse tassativamente, per Segni e Leone, che furono in qualche modo costretti a dimettersi, gli altri presidenti manifestarono tutti il desiderio di una riconferma nella massima carica dello Stato, racconta Staglieno in ritratti mai banali, mai condizionati dal "protocollo" che pur si deve a un presidente della Repubblica, ma anzi spesso irriverenti e fuori dalle righe. Dei primi due, i liberali De Nicola e Luigi Einaudi, viene sottolineato il fatto che contribuirono nel '22 all'avvento del fascismo e che poi, senatori del Regno, rimasero sostanzialmente fedeli alla Monarchia, tanto da votarla nel referendum. Gronchi, «eletto con una rivolta che oggi si definirebbe bipartisan», scrive Andreotti nella prefazione, rimane legato al suo "attivismo" in politica estera con il suo viaggio a Mosca. Ad Antonio Segni è legata la vicende De Lorenzo e del presunto golpe, mentre il socialdemocratìco Giuseppe Saragat si dimostrò uomo legatissimo al primo centrosinistra. Molto interessante e colorito il capitolo dedicato a Giuseppe Leone, eletto anche grazie ai voti del Msi, che fu oggetto, insieme alla sua famiglia, di una miserevole campagna denigratoria che lo indusse alle dimissioni. Solo successivamente fu riabilitato e i suoi accusatori chiederanno scusa. Fu poi la volta di Sandro Pertini tutto intento nella sua retorica resistenziale, poi dei "picconatore" Francesco Cossiga, accusato anch'egli ingiustamente da parte dell'allora Pci d'aver tradito la Costituzione: Staglieno ne analizza l'operato presidenziale ma si evince chiaramente la grande stima per un uomo definito da Junger «uno degli uomini più colti d'Europa». Picconata dopo picconata, si arriva al "curiale" Oscar Luigi Scalfaro, che porta il peso, non di poco conto, di aver giocato un ruolo non proprio super partes allorquando favorì il "ribaltone" che portò alla caduta del primo governo Berlusconi. Ricostruire, come Staglieno ha fatto, il passato degli uomini che ricoprirono il più prestigioso fra gli incarichi istituzionali significa raccontare e aiutare a comprendere i motivi (quelli ufficiali, ma anche quelli meno confessabili) che spinsero i Grandi Elettori (e le segreterie dei partiti che ne guidavano il voto) a puntare su di loro. Ce n'è per tutti. Staglieno fa bene a far parlare i fatti, senza pregiudizi: bastano questi a far sì che ognuno possa giudicare se, in definitiva, ognuno di loro abbia operato al meglio oppure no. Il libro, quindi, è un ottimo vademecum per rileggere pagine importanti della recente storia italiana e per interpretare il futuro prossimo venturo che ci si profilerà tra pochi giorni, dopo le elezioni, ma sopratutto che si aprirà dopo il voto referendario. |
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DOMENICO
DI TULLIO: CENTRI SOCIALI DI DESTRA Sono
quelli che rifiutano di «sbiancarsi nella piscinetta del politicamente
corretto». E ancora «quelli geneticamente alterati che non puoi più
alterare geneticamente». Quelli
che rigettano il «vittimismo di maniera», e dicono basta ai «fasci
cimiteriali e piagnoni...». Che si sognano "ribelli" alla
maniera di Ernst Junger: attraversano la foresta guardando più avanti,
con occhi d'aquila, per trovare la sorgente dove l'acqua è più pura.
Minuscole avanguardie, che non si fanno contaminare ma hanno l'ambizione
di creare nuove contaminazioni, con la loro musica e il loro linguaggio.
Sono quelli delle "occupazioni nere", quelli della
"destra non conforme", che a Roma muovono oltre 1500 militanti
attivisti cui si sommano simpatizzanti e osservatori che frequentano i
cicli di conferenze, le tavole rotonde, i dibattiti. La loro esperienza politica e le loro speranze
"di lotta" sono ora raccontate in un libro inchiesta di
Domenico Di Tullio (ex-militante di Fare Fronte e oggi avvocato di chi
organizza le Occupazioni a Scopo Abitativo) dal titolo semplice e
diretto. Centri sociali di destra (Castelvecchi), esteticamente
accattivante e rigorosamente documentato, che riporta anche i testi
delle canzoni del rock identitario (musica di riferimento di questo
arcipelago) e i loro volantini, le interviste ai "capi" e
persino una webgrafia orientativa per chi vuole attingere ai siti
internet. In copertina c'è la tartaruga, simbolo di Casa Pound, le
frecce dentro l'ottagono indicano la volontà di proteggere le fasce
sociali più deboli e di far convergere le energie positive), esperienza
di occupazione tricolore che risale al 27 dicembre 2003: «Abbiamo
occupato uno stabile vuoto da molti anni, abbiamo dato casa a venti
famiglie. Siamo Italiani. Non siamo emarginati sociali. Siamo
lavoratori, studenti, madri e padri. Tutti precari come voi, non per
scelta». Dallo stabile di via Napoleone III si diffondono, spiega
l'autore, vibrazioni "metapolitiche" che hanno origini
lontane. Casa Pound esprimerà anche un proprio candidato alle scorse
regionali del Lazio, Germano Boccolini detto Gerri (Lista Storace) i cui
manifesti per il "mutuo sociale" hanno monopolizzato
l'attenzione per la loro irriverenza (Gerri dava le spalle agli
elettori, incuriosiva, rovesciava la propaganda del sorriso facile). Se
i guerriglieri urbani del "mutuo sociale" (cui si deve la
disseminazione di manichini "strozzati" dalle banche nelle
strade di Roma) scelgono Ezra Pound come autore di riferimento, quelli
di Casa Montag si ispirano al protagonista del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit
451. «Un eroe romantico - dice Di Tullio - con il singolare destino
di difendere i libri, che la società in cui vive vorrebbe tutti
divorati dalle fiamme, poiché il sapere conforme è garantito da
schermi televisivi grandi come pareti intere. La sua lotta è la lotta
contro la globalizzazione...». I "centri sociali di destra" -è
la tesi centrale del libro - non sono e non vogliono essere una
scopiazzatura degli antagonisti alla Casarini, non sono i figli minori e
di segno opposto del Villaggio globale e di Forte Prenestino. Chi li
organizza e li gestisce si richiama ai guizzi creativi della destra dei
Campi Hobbit, all'impegno sociale nelle periferie, alla pratica delle
organizzazioni parallele che ha dato i suoi frutti rigogliosi con sigle
come "Fare Verde", alle prime embrionali esperienze di comunità
giovanili aperte messe in campo sul finire degli anni Ottanta dal Fronte
della Gioventù, come quella di Busto Arsizio, sorta nel 1989 in memoria
di due militanti morti in un incidente stradale, uno dei quali era
esponente di Fare Fronte. Lì si pratica il mito dell'«alternativa
comunitaria», si aggrega in modo differente dalle forme classiche
(oratorio, bar, discoteca) senza pregiudizi ideologici, così vivi nei
centri sociali "rossi". Fu un successo enorme, un esempio
politico da non dimenticare - spiega l'autore - «nella provincia
varesotta devastata culturalmente e socialmente, dove il denaro fresco
misura la rispettabilità, dove i giovanissimi lasciano l'inutile scuola
per la fabbrica, mentre la crisi si appresta a fare a pezzi il ricordo
degli anni del benessere diffuso, un gruppo che arriva a contare 4000
tra aderenti e simpatizzanti diventa la realtà giovanile egemone». Da quel modello le occupazioni della destra che ama definirsi
"non conforme" ereditano l'idea e la pratica dell'apertura al
mondo esterno. «Le vecchie sezioni missine - spiega Di Tullio - erano
vissute come riserve indiane, c'era la porta blindata, c'era l'idea di
difendersi dal mondo, e i giovani avevano paura di entrare nel
"fortino". A Casa Montag, a Casa Pound e nelle altre Osa si
entra senza paura, perché si sentono avamposti in mezzo al mondo,
pronti a dialogare anche con i nemici dei centri sociali di sinistra,
perché loro fanno dell'antifascismo una religione mentre di qua c'è
una cultura diversa, che ritiene superato tutto ciò che è "anti",
compreso l'anticomunismo». Se la pratica dell'occupazione è comune con
i cugini-awersari della rete antagonista, i valori di riferimento sono
tra loro irriducibilmente distanti: «I ragazzi delle occupazioni non
conformi - continua Di Tullio -vengono dalle periferie, è gente che ha
trovato una valida alternativa allo stadio o all'ammazzarsi di canne
sotto casa. Rifiutano la droga e ogni mezzo per annichilire il cervello,
nelle case del coordinamento non è tollerato né il consumo di droghe
leggere né quello di droghe pesanti». E Per la sinistra erano “protetti da Francesco Storace”. Lo stabile, infatti, è di proprietà della Regione e Storace aveva avuto il torto di dialogare con il Foro destra radicale, da Ezra Pound, il poeta antiusura, a Marinetti, Celine ed Evola. Ma accanto agli "auctores" che affollano da sempre il pantheon culturale della destra questi giovani hanno adottato testi «certamente non sospetti di fascismo». «Chuck Palahniuk per esempio - sottolinea Di Tullio - con il suo romanzo Fight Club ha per certi versi spodestato il famigerato Capo di Cuib di Codreanu dal podio di primo libro consigliato, mentre nelle predilezioni di un mondo che fa del vitalismo uno stile di vita non può mancare il classico dell'avventura disegnato da Hugo Pratt, quel Corto Maltese icona di molti a sinistra. Un caso a parte poi è la figura di Capitan Harlock, che assurge a fascista immaginario d'elezione...». La cifra identificante del mondo degli occupanti di destra quale può essere, in definitiva, guardando alle esperienze attuali e alle "radici" rivendicate dai protagonisti? «Direi che l'azione metapolitica - osserva l'autore di Centri sociali di destra - è il comune denominatore di questi esperimenti. Per metapolitica si intende quel complesso di attività, sia artistiche che sociali, che coinvolgono i giovani in una prospettiva di vita e di valori comuni. Non è detto che questo debba avere per forza uno sbocco istituzionale, per esempio in un partito. Ma quello che contraddistingue questi ragazzi è anche il pragmatismo. Se una candidatura può servire per radicare in profondità un'azione utile alle fasce disagiate della società ben venga. L'importante è il risultato, non lo strumento». |
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NICOLAS
SARKOZY: LA REPUBBLICA, LE RELIGIONI, LA SPERANZA Il coraggio non gli manca, insieme con il gusto della
provocazione e quello di remare contro i pregiudizi. Il ministro
dell'Interno francese, Nicolas Sarkozy, enfant prodige
della politica d'Oltralpe, presenta l'edizione italiana di La
Repubblica, le religioni, la speranza. Il libro con cui - dicono
allo staff del Ministero degli Esteri — «il ministro francese (che
ieri ha presentato al Consiglio dei ministri il suo progetto di legge
sull'immigrazione, ndr) si è candidato ad andare oltre Chirac e
a innovare la politica della destra europea». È un Sarko sorprendente, un eretico della "laicità alla
francese", quello che conversa con il filosofo Thibaud Collin e il
domenicano PhilippeVerdin sui rapporti tra «l'Islam e la Repubblica»
abbattendo fìn dalle prime righe il totem francese della "legge
1905", elaborata all'inizio del secolo scorso per dare un quadro
alla presenza della Chiesa nella società statale. Niente è «scolpito
per sempre nel marmo», dice Sarkozy. Le Figaro Magazine, che per
primo lo ha presentato, ricostruisce la genesi del volume frutto di sei
conversazioni dell'allora ministro dell'Interno e dei "culti",
reduce — siamo alle fine del 2003 — dal successo di aver convinto le
diverse e litigiose anime della comunità musulmana francese a dotarsi
di un organo rappresentativo comune, il Cfcm (Conseil francais du
culte musulman). Per capire l'humus del libro bisogna, infatti,
tornare indietro ai giorni del rapimento dei due giornalisti francesi in
Iraq e alla richiesta del ritiro della "legge sul velo". In
quell'occasione, per la prima volta, il Cfcm mostrò la sua utilità e
compattezza condannando il rapimento e la richiesta dei rapitori. In una
Francia che ha fatto dell'anticlericalismo e del laicismo una religione,
le parole e gli atteggiamenti di Sarkozy suonano come un'eresia, a
cominciare dalla citazione di Alexis de Tocqueville («È il dispotismo
che può fare a meno della fede, non la libertà»). «Sono di cultura
cattolica, di tradizione cattolica, di confessione cattolica. Anche se
la mia pratica religiosa è episodica, mi riconosco come membro della
Chiesa cattolica». Terzogenito di un immigrato ungherese arrivato in
Francia senza un soldo ma destinato a sfondare nella pubblicità,
l'astro nascente del neo-gollismo francese ha costruito con
determinazione la sua veloce carriera politica. Formatesi all'Fcole nationale
d'administration, dove è stata "allevata" buona parte
della classe dirigente di Parigi, poco più che ventenne entra nel
Comitato centrale del Rpr, il partito neogollista. Prima sindaco di
Neuilly, la periferia residenziale ed esclusiva di Parigi, poi eletto
deputato, è stato membro del gabinetto del ministro degli Interni
Charles Pasqua e ha all'attivo la guida di tre ministeri: quello del
Bilancio durante il governo Balladur e quindi quello degli Interni prima
e quello delle Finanze poi nei due esecutivi guidati da Jean Pierre
Raffarin. Oggi guida con piglio decisionista l'Ump Union pour un
Mouvement populaire), il partito che ha raccolto l'eredità delle
formazioni di centrodestra, unendo gollisti e liberali. «Tutto
quello che può aiutare a dare un senso alla vita è importante, in un
mondo nel quale è così difficile trovare punti di riferimento. Non si
possono educare i giovani appoggiandosi esclusivamente su valori
temporali, materiali, o anche repubblicani», si legge nelle
conversazioni sulle religioni che rompono con l'abituale prudenza dei
politici francesi a parlare di sé. Affrontando senza complessi la sfida
dell'Islam come religione in Francia - la costruzione delle moschee, il
velo nella scuola e nell'amministrazione, il radicalismo di alcuni imam,
le relazioni con il Vaticano, le violenze razziste che prendono a
pretesto le appartenenze religiose - Sarkozy sposa tesi un tempo
considerate roba da museo e oggi apprezzate dall'opinione pubblica e dai
media come sfide d'avanguardia. Dal rapporto con l'Islam alla linea dura
con l'immigrazione clandestina, il ministro francese conferma passo dopo
passo l'intenzione di "rifondare l'ideologia della destra".
Anche in politica estera il progetto è chiaro: porre fine al
cinquantennale asse franco-tedesco al quale preferisce una cooperazione
che comprenda l'Italia, la Spagna, la Polonia, oltre che Germania e Gran
Bretagna; concludere la stagione francese dell'opposizione pregiudiziale
e ideologica agli Stati Uniti, che ammira per il loro dinamismo
economico e per la loro capacità di far coincidere pensiero e azione. Con
il libro (che nell'edizione italiana, edizioni Nuove Idee, ospita la
prefazione di Fini) mette a dura prova i luoghi comuni parigini,
sottolineando l'importanza della religione, troppo spesso e a torto
considerata un ostacolo passatista alle magnìfiche sorti e
progressive della Repubblica. Sarkozy rifiuta l'idea che l'Unione
europea possa venire minacciata dal Trattato costituzionale perché -
dice - «è certo che i valori cristiani in Europa sono stati
civilizzatori e dominanti». «Il velo non è che la parte visibile di
un problema ben più profondo, che deve impegnare la società francese
in un dibattito più ampio su quello che è e su quello che vuole
divenire». Attento
alla politica italiana, grande estimatore del leader di Alleanza
nazionale, domani a Roma avrà l'occasione di suggellare un rapporto di
amicizia politica e umana, già testimoniato in occasione della
conferenza programmatica di An, quando, non potendo partecipare di
persona, inviò un messaggio molto lontano dalle ingessature del
linguaggio istituzionale. «Desidero rallegrarmi in particolare per
l'azione di rinnovamento e modernizzazione che hai avviato da poco più
di dieci anni alla guida di Alleanza nazionale», scriveva dimostrando
di conoscere bene la parabola della destra italiana. «Tengo a dirti —
aggiungeva rivolgendosi all'amico Gianfranco — che ammiro enormemente
l'incredibile coraggio con il quale hai deciso di mettere in discussione
i momenti più bui del passato denunciandone e correggendone gli errori.
Attraverso la tua persona, desidero trasmettere i miei i saluti anche a
tutti i simpatizzanti di An poiché, anche per loro, questa evoluzione
ha richiesto grande coraggio e lucidità. Ma ne è valsa la pena;
seguendoti sulla via del rinnovamento essi hanno consentito ad Alleanza
nazionale di diventare ciò che oggi è: una formazione che, insieme a
Forza Italia, incarna lo spirito di una destra moderna ed innovatrice».
Sarkozy parla spesso di «coraggio di lottare contro le idee preconcette»
e di «indipendenza intellettuale che induce a osare soluzioni
innovatrici», sarebbero queste (per ammissione di ambedue i leader) le
due qualità maggiori che accomunano la destra italiana e l'Unione per
un movimento popolare. Due famiglie politiche che — dice il ministro
francese — «dobbiamo assolutamente coltivare perché siano le
principali forze di modernizzazione della vita politica». Fini ricambia
la stima definendolo in più occasioni un «grande protagonista della
politica francese che interpreta molto bene, attualizzandola, la
politica gollista dell'Europa delle patrie». Condividiamo la linea
della fermezza contro l'immigrazione clandestina e la necessità di non
confondere mai, nell'azione politica di uno Stato, la solidarietà (che
è un dovere) con il lassismo - dice Fini - L'immigrato è una risorsa
se è in regola, rispetta le leggi e lavora; in caso contrario,
rappresenta un problema che fa nascere tensioni sociali e xenofobia».
Divergenze? Ce ne sono... «Ma le posso garantire — disse Fini tempo
fa a un giornalista — che non è questo aspetto ad attenuare la
reciproca stima». A
proposito degli immigrati che lo scorso ottobre hanno messo a ferro e a
fuoco le banlìeue parigine, Sarkozy disse ai cronisti: «Dato
che si ha "l'onore" di possedere un permesso di soggiorno, non
si ha motivo per provocane le violenze urbane». Ma
è nel 2002, dagli studi televisivi di France 2 che, in carica da pochi
giorni, Nicolas Sarkozy dimostra di saper parlare alla pancia dei
francesi: |
Angelo
Mellone: Dì qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo di
Canio
Le
chiavi di lettura di questo densissimo libro di
Angelo Mellone, Dì qualcosa di destra. Da "Caterina va
in città" a Paolo Di Canio
sono molteplici. A me, leggendolo, è venuto in mente un dato
(nel volume non è presente, ma solo per ragioni temporali) su cui è
bene che la destra rifletta un po': il fatto che la sinistra abbia preso
più voti alla Camera che al Senato non succedeva da circa una ventina
di anni (nel calcolo inserisco anche gli ultimi anni della Prima
Repubblica). Che cosa significa? Significa che i giovani dei primi anni
2000 si sentono meno attratti da parole d'ordine di destra di
quanto non fossero i giovani degli anni Novanta. Le spiegazioni sono
tante, non ultimo il senso della precarietà diffuso tra quella che
viene definita la generazione low cost. Ma c'è anche,
probabilmente, una spiegazione più semplice, ancorché piuttosto
scomoda: il centrodestra, nel suo insieme, riesce meno, oggi, a
comunicare di essere quello che è: un forza di rinnovamento e di
modernizzazione. Ha alzato (e giustamente) lo stendardo dei valori, ma
senza realizzare quel mirabile cortocircuito comunicativo di dieci anni
fa, quando valori morali, interessi sociali, proiezioni
tecnico-economiche parvero perfettamente impastati tra loro. E
produssero quella valanga che ha cambiato per sempre il paesaggio
politico italiano. Che
c'entra tutto questo con il libro di Mellone? C'entra, eccome se
c'entra. Dopo aver analizzato i fatti culturali, di costume e mediatici
di questi ultimi due anni (e si tratta, di per sé, di un fatto
inconsueto, giacché i libri che parlano di politica, laddove non siano
raccolte di articoli, raramente analizzano in presa diretta i fenomeni
sociali), dopo aver insomma scavato gallerie e percorsi all'interno
della massa di parole che ci ha investito negli ultimi 24 mesi e dopo
aver inventariato i tipi di destra che occupano la scena,
l'autore lancia la sua proposta-provocazione: inventiamo un riformismo
pop. Di cosa si tratta? Di accorgersi che l'«Italia è piena di
"cose di destra", dette e fatte, da dire e da fare». Mellone
parla di una «destra serenamente postideologica, popolare e
popolarizzata nella fruizione dei suoi simboli, che ha reso
"pop" anche una parola maledetta come "fascismo" (si
potrebbe anzi discutere se stiamo assistendo anche al passaggio dal
post.fascismo al pop-fascismo, sua versione "consumeristica",
per dirla all'anglosassone». Insomma, parliamo di «una destra poco
detta e molto praticata, ancora in attesa di essere raccontata,
interpretata e rappresentata politicamente in forma compiuta». Al di sotto della forma cordiale, brillante e piacevole, c'è
una scorza dura, un'ambizione grande: «Ci sono le condizioni per
governare da destra il processo di modernizzazione». Si possono «immaginare
nuovi modelli sociali nell'epoca del "pensiero unico"
dell'economia». Il tecnocrate della porta accanto dirà: ma la
soluzione ai problemi economici e sociali non è cosa Al netto della politica culturale (che non c'è stata,
se non in taluni luminosi episodi), al netto delle nostre officine
dell'immaginario affidate esclusivamente all'entusiasmo e alla follia di
chi le ha tirate su, al netto dell'eterna disputa tra intellettuali e
politici, non si può che convenire con Mellone quando ci parla della «sfida
fraintesa»: il pop è stato spesso confuso con il «neo-cafonismo, il
briatorismo, il codazzo dei ministri da accarezzare o ipocritamente
censurare». In
DÌ qualcosa di destra ci sono naturalmente molte altre cose e,
soprattutto, molti altri personaggi: da Vasco Rossi a Gian Burrasca, da
Kerouac a Party Pravo, da Marinetti a Lino Banfi. C'è il Che Guevara di
Gianni Mina e il Che Guevara di Jean Cau. C'è tanto cinema e tanta
letteratura, c'è tutto quello che normalmente non c'è in un libro di
politica. Mellone trova granelli di politico setacciando la sabbia del
nostro tempo e dimostrandoci quanto sia importante parlare al cuore
oltre che alla mente. Ma c'è soprattutto la prova che le cose di destra possono
interessare anche alla sinistra. Il volume reca una fascetta con una
frase tratta dalla prefazione di Claudio Velardi, editore de Il
Riformista e già capo staff di D'Alema quando era a Palazzo Chigi.
«Sarebbe bello che anche a sinistra venisse fuori un libro del genere».
E tanto basta. Velardi rivela anche che, nella prima adolescenza, sentì
per qualche tempo il richiamo della destra (perché aspettare tanto
tempo per fare un simile outing?). Ma non è questo il
punto. Il punto è quando dice: «... Insomma, perché l'Italia viva la
sua modernizzazione è necessario un salto culturale». Per poi
concludere: «Se tutti provassero a riprofilarsi senza proteggersi
dietro le convenienze, mettendo in discussione lasciti ereditari
largamente inutilizzabili, forse saremmo davvero sulla strada giusta». Dunque anche a sinistra hanno il problema dell'insostenibile pesantezza del passato che rivive in forma di folklore. È una frase che potrebbe essere tranquillamente sottoscritta anche da un intellettuale di destra. |
Roberto Beretta: “Storia dei preti uccisi dai partigiani” La
sera del 18 giugno 1946 (erano passati ben 14 mesi dalla fine della
guerra) il sacerdote era appena rientrato dalla visita a un ammalato e
usci di nuovo per recarsi da una famiglia vicina, a controllare le vesti
nuove di due chierichetti. Fu aggredito e colpito, cercò di rientrare,
bussò freneticamente alla porta, ma venne colpito da due rivoltellate;
una pallottola rimase conficcata nella porta». Così, in poche righe,
la ricostruzione dell'assassinio a Correggio di don Umberto Pessina, il
morto più celebre del "triangolo", come lo definisce il
giornalista e saggista Roberto Beretta. Il
più celebre non solo perché fu tra gli ultimi ad essere uccisi, ma
anche perché dopo il suo omicidio finalmente si levò la ferma protesta
di cattolici e non, sotto la guida del coraggioso arcivescovo di Reggio
che pretese fermamente giustizia per quel suo sacerdote antifascista
(tanto che aveva nascosto renitenti di Salò), ma evidentemente
"scomodo" per qualche partigiano rosso. Celebre anche perché
molti anni dopo, nel 1990, il suo "caso" indusse il militante
comunista Otello Montanari «a spezzare il cerchio dell'omertà
mantenuta dal suo partito sui delitti del dopoguerra e ad invocare:
"Chi sa, parli! "». Tra l'altro furono così riabilitati
dall'infamante accusa di omicidio alcuni "compagni" locali,
ingiustamente condannati (tra essi un tal Prodi, Antonio sia ben chiaro,
detto "Negus") ma evidentemente indotti a coprire i veri
responsabili. Il
caso di don Pessina è solo uno dei tanti, ottanta nel resto d'Italia,
più una cinquantina nell'area giuliana, di religiosi assassinati fra il
1944 e il 1951 a opera di partigiani comunisti, italiani o slavi. Un
argomento particolarmente delicato, questo, "politicamente
scorretto" si direbbe oggi, sul quale certa storiografia non mostra
certo fretta d'indagare, forse sperando nell'affievolirsi delle
testimonianze dirette per ovvie ragioni legate alla graduale scomparsa
delle generazioni di sessant'anni fa. Eppure un giornalista e saggista
tutt'altro che sospettabile di nostalgie fasciste, semplicemente
cattolico e redattore de L'Avvenire, si è incaricato di un paziente e
pietoso lavoro di ricerca sulla sorte di questi sacerdoti. Il frutto del
suo impegno è Storia dei preti uccisi dai partigiani (ed. Piemme), che
può essere inteso come un doveroso omaggio alle vite spezzate di questi
sacerdoti, quasi sempre calunniati, in vita e in morte. Tra l'altro solo
in un certo numero di casi Poi pian piano il vento mutò, le speranze di una seconda ondata rivoluzionaria vennero rimandate a data da destinarsi (ma non pochi mitra e un'ideologia sbagliata rimasero per un bei po' di tempo a portata di mano e di cervello), fra i responsabili di atti di sangue qualcuno se la cavò con l'amnistia, qualcuno dovette rifugiarsi a radio Praga, qualcuno riuscì a farsi dimenticare. Anche le sue vittime erano troppo spesso dimenticate. Fra esse un ricordo vogliamo dedicare a uno dei sacerdoti uccisi nel nord est dai titini, don Miroslav Bulesic, di etnia slava quindi, martire d'Istria. Era "colpevole" di essersi ostinato a somministrare la cresima ai giovani fedeli, insieme al suo vescovo, il 24 agosto 1947 a Mompademo (Istria). Nonostante la strenua difesa dei suoi parrocchiani fu accoltellato a morte nella canonica invasa da una massa di scalmanati. Al processo l'assassino ebbe la pena di cinque mesi per "troppo zelo nella contestazione". |
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MANFREDO
MARTELLI: “MUSSOLINI E L’AMERICA. LE RELAZIONI ITALO STATUNITENSI
DAL 1922 AL 1941 Le
relazioni tra l'"ltalia fascista" e l'"America
democratica"? Improntate al reciproco rispetto, e sostanzialmente
eccellenti sino quasi alle soglie di quella II Guerra Mondiale che vide,
poi, i due paesi schierati su fronti opposti. Non lascia adito a dubbi
l'ultimo saggio di Manfredi Martelli Mussolinì e l'America. Le
relazioni italo-statunitensi dal 1922 al 1941 (Mursia editore):
Mussolini intrattenne ottimi rapporti con gli Stati Uniti per lungo
tempo, e fu considerato un interlocutore credibile e, per un certo
periodo, addirittura privilegiato, non solo da Hoover, ma anche dal suo
successore. Quel Franklin Delano Rooseveit che fu non solo il presidente
del New Deal, ma anche colui che, con la sua politica, portò di fatto
gli Usa a divenire la principale super-potenza mondiale. E per di più
il Fascismo ed il suo Duce godettero dei favori della stampa americana,
eco delle simpatie di un vasto pubblico popolare. Simpatie che si
tradussero, anche, in un crescendo di rapporti economici e commerciali,
pronube, anche, le comunità di immigrati italo-americani, nei confronti
delle quali Roma sviluppò un'attenta e intelligente opera di
propaganda. Insomma,
sino alla Guerra d'Etiopia, anzi, sino a quella civile spagnola, i
rapporti italo-americani rimasero sempre intensi. E Mussolini godette
della sostanziale stima e fiducia degli "inquilini" della Casa
Bianca. Ma anche dopo questi due accadimenti - che non possono non
essere visti come uno spartiacque nella storia del Regime Fascista-
l'amministrazione statunitense continuò a mantenere le proprie
posizioni nei confronti dell'Italia distinte da quelle delle potenze
democratiche occidentali. Ed anzi, Rooseveit si adoperò perché le
chiusure di Gran Bretagna e Francia non finissero con lo spingere sempre
più Mussolini tra le braccia di Hitler. Un adoprarsi che, a dire il
vero, trovò sorde le Cancellerie delle due principali potenze europee,
arroccate in una miope difesa dei propri interessi coloniali, e incapaci
di vedere come gli equilibri del Vecchio Continente - e lo stesso loro
destino - fossero, in buona parte, legati alla posizione che l'Italia
avrebbe alla fine assunto nella partita a domino ch'esse avevano
cominciato a giocare con la risorta e sempre più aggressiva Germania
nazional-socialista. E ancora, quando pure Mussolini aveva ormai stretto
il ferreo patto dell'Asse con Berlino e Tokyo - che Washington
considerava, a ragione, il proprio principale avversario geopolitica
-sempre Rooseveit, e con lui buona parte della politica e della stampa
statunitensi, cercarono comunque di mantenere distinte le posizioni (e
le politiche) dell'Italia da quelle dei suoi alleati. Italia
che non era certo una grande potenza, ma che aveva assunto un ruolo
progressivamente sempre più rilevante, divenendo proprio per questo un
interlocutore ineludibile per Washington. Dove, da sempre, domina il più
pretto e pragmatico realismo politico. Ed è particolarmente
interessante vedere come Mussolini e l'America illustri la complessità
anche culturale dei rapporti tra America e Italia in quegli anni, la
sostanziale assenza di pregiudizi ideologici reciproci. Anche perché se
è vero - come dimostrano molti suoi scritti - che Mussolini guadava,
almeno inizialmente, agli Stati Uniti con una simpatia di fondo esente
da qualsivoglia sudditanza psicologica, è altresì ndubitabile che il
Duce e il suo regime simpatie, oltre Atlantico, ne riscuotevano, e
molte. E non solo tra gli italiani d'America, nei confronti dei quali,
per altro, il Fascismo pose in essere una politica intelligente, volta a
favorire non tanto una penetrazione ideologica in quelle comunità,
quanto lo sviluppo di rapporti culturali ed economici sempre più
intensi. Ottenendo – come ben documenta il Martelli nel suo studio-di
far considerare l'Italia un terreno fertile e soprattutto sicuro per gli
investimenti economici statunitensi, con un benefìcio crescente per !a
nostra economia. Un beneficio che, se non fossero intervenute prima le
tensioni degli ultimi anni ’30 e poi la guerra, avrebbe potuto oggi
portare a risultati impensabili, Ancor più interessante, forse, è però
la “simpatia” culturale che a lungo intercorse tra due paesi e due
regimi apparentemente così distanti tra loro. Simpatia da
parte italiana, che, come si diceva, a lungo lo stesso Mussolini -e
soprattutto i suoi eccellenti consiglieri diplomatici, le cui attività
e personalità meriterebbero ulteriori approfondimenti - distinse tra
l'America e quelle "demoplutocrazie", com'era solito
chiamarle, con cui si sentiva in lotta per conquistare all'Italia
"un posto al Sole". Ma simpatia anche da parte americana. Che
gli statisti statunitensi videro nel Fascismo, almeno inizialmente, un
sistema politico fortemente innovativo, per i canoni rigidi della
Vecchia Europa. Un regime certo non democratico, ma modernizzatore; una
modernizzazione di cui quell'Italia - e forse non solo l'Italia - aveva,
ai loro occhi, disperato bisogno. E poi la modernizzazione non poteva
non portare alla democrazia. In fondo, Mussolini stesso non aveva
dichiarato, in più di un'occasione, che il Fascismo non era democratico
nei mezzi, ma lo era nelle finalità? Gli americani,
poi, anzi, lo stesso entourage democratico di Rooseveit, restarono
affascinati da alcuni aspetti salienti delle politiche economiche del
Fascismo. Dalla riforma agraria di Arrigo Serpieri, innanzi tutto. E poi
dal modo in cui Mussolini seppe fronteggiare la grande crisi del '29. Un saggio,
dunque, che ci da un affascinante spaccato di un aspetto ancora
(colpevolmente) troppo poco noto della nostra storia del '900. Da
leggere senza porsi la domanda (idiota) se si |
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DALLA
MANO NERA A COSA NOSTRA di Enzo Catania In
occasione dell'undicesima "Giornata della memoria e dell'impegno in
ricordo delle vittime delle mafie", è arrivato in libreria un
poderoso saggio di Enzo Catania, Dalla mano
nera a cosa nostra (Boroli, pagine 439, euro 24.00) una sorta di
trattato storico in cui l'autore analizza con grande competenza «l'origine
di tutte le mafie e delle organizzazioni criminali». È un libro
straordinario, sorretto da una eccellente documentazione, che penetra i
recessi oscuri di un male profondo, e fa capire i moventi criminosi e
gli interessi economici di un intricato arcipelago delittuoso e
scellerato. A Enzo Catania, giornalista e scrittore, che nel suo libro
richiama tutti i protagonisti di ieri e di oggi, della mafia e della
lotta alla mafia, dando al racconto il ritmo di un thriller mozzafiato,
abbiamo rivolto alcune domande. Il
suo saggio si addentra in una sorta di labirinto nel quale proliferano
le ramificazioni di una criminalità che sembra senza fine. Partiamo
all'inizio: che cos'era la "Mano Nera"? La
"Mano Nera" era originariamente una consorteria specializzata
in estorsioni, furti, intermediazioni parassitario e traffici
clandestini che tra il 1850 ed il 1910 colpì soprattutto la popolazione
italo-americana residente negli States, taglieggiando e minacciando
anche attraverso lettere ricattatorie o disegni fatti recapitare —
lasciati sulle porte delle case e dei negozi — in cui campeggiavano
due spade incrociate sotto una mano nera, che per l'appunto diventò poi
il simbolo dell'organizzazione. Da
questa prima associazione, come si è evoluta l'organizzazione mafiosa e
come ha prosperato nel territorio? La
"Mano Nera", si alleò al grande gangsterismo. E quando si
trattò di fare affari con gli alcolici, al tempo del proibizionismo,
incominciarono a decollare le "famiglie", i padrini, i
consiglieri, i luogotenenti, i picciotti pronti a entrare in carriera, i
giuramenti. Il passaggio fu molto graduale, e l'irrobustimento dei clan
avvenne attraverso l'emigrazione e non di rado attraverso "chiamate
dirette", come ha dimostrato ampiamente la serie dei film
imperniati su II padrino. Sono stati gli affari a far prosperare Cosa
Nostra sul territorio nazionale. La latitanza di Luciano Liggio, capo
dei "Corleonesi", i cosiddetti "viddani" (contadini)
della mafia vincente, prese in mano Palermo e poi conquistò ampie zone
del Nord Italia attraverso il riciclaggio e i sequestri di persone. E
quando si parla di Liggio, non dimentichiamo la cosiddetta "trinità
di Corleone", formata anche da don Totò Riina (attualmente in
carcere) e da Bernardo Provenzano. Negli anni Settanta si tentò di
combattere la mafia con i maxiprocessi, con il risultato che la
stragrande maggioranza dei dibattimenti si concluse all'insegna del
"tutti a casa per insufficienza di prove". Poi venne
dispensato a larghe mani l'istituto del soggiorno obbligato, con il
risultato che arrivarono al Nord e al Centro Italia decine di padrini, i
quali immediatamente chiamarono intorno a se luogotenenti e picciotti,
facendo in modo che nascessero clan mafiosi pure là dove non c'era mai
stata ombra di mafia. Queste
alleanze, cosa hanno comportato? Che
non si può più parlare solo di mafia, ma di mafie. Più potente quella
siciliana, ma di certo oggi non sono più solo "succursali"
(poiché hanno anche una loro autonomia gestionale), la 'ndrangheta
calabrese, la camorra napoletana, - Sacra Corona Unita pugliese. E tra
le mafie straniere, è sempre più visibile lo zampino della mafia russa
sulla Costa Adriatica, della mafia albanese nel Lei
ha conosciuto Mario Francese, un giornalista ucciso dalla mafia. Perché
fu sacrificato? E perché i giornalisti sono spesso nel mirino di Cosa
Nostra? Mario
Francese, da attento cronista giudiziario, fu, a mio avviso, il primo
che mise a nudo gli affari dei "Corleonesi" e i tentacoli
della mafia per impadronirsi di grandi appalti pubblici a Palermo e |
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DEMOCRAZIA:
IL DIO CHE HA FALLITO di Hans Hermann Hoppe. E’ da qualche
tempo in libreria un volume dal titolo scandaloso, Democrazia: il dio
che ha fallito (Liberilibri, Macerata 2005, pp. 463. euro 19) di
Hans-Hermann Hoppe. Hoppe
è quindi un anarchico? Sì, ma un anarchico piuttosto speciale: è un
anarchico reazionario. Tanto per dirne una, considera la monarchia un
"male minore" rispetto alla democrazia. Propugna la
frantumazione degli Stati nazionali, ma non per sostituirli con tossiche
e sovversive comuni di punkabbestia, squatter e spostati vari, bensì
con una moltitudine (non quella, orgiastica, degli individui dissociati
e post-umani vagheggiata da Toni Negri) di Città-Stato e di libere
Regioni. L'utopia di Hoppe (perché di questo in definitiva si tratta)
ci riporta in qualche modo al Medioevo, al modello della Lega Anseatica
promossa dai mercanti tedeschi del Nord. Fu un'esperienza che finì con
l'affermazione del moderno Leviatano. Oggi - pare di capire - un simile
modello potrebbe tornare d'attualità con l'affermazione del mercato
globale che sta progressivamente svuotando la sovranità dello Stato
nazionale. L'autore - osserva Raimondo Cubeddu nella prefazione - si «cimenta
con tutta quella complessa serie di problemi che vanno sotto il nome di
globalizzazione, destinati a mutare radicalmente la prospettiva della
filosofia politica e della teoria delle istituzioni». Prima
d'approfondire il discorso è bene chiarire chi è Hans-Hermann Hoppe e
perché c'interessa discutere le sue tesi. L'autore del volume, che
insegna economia all'Università del Nevada, ha esposto il suo pensiero
in un incontro che si è svolto l'altro giorno a Treviso su iniziativa
della Fondazione Benetton. Ha introdotto la discussione Alberto Mingardi. Hoppe
è un allievo di Murray Rothbard. Il suo sforzo è quello di rinnovare
la lìnea di pensiero libertarian. Mi rendo conto che non è una
presentazione che a molti risulterà sufficiente. I libertarìan
(definiti anche "anarco-capitalisti") sono conosciuti in
Italia solo dagli addetti ai lavori e dai liberisti più convinti.
Attorno ad essi l'establishment culturale ha steso una sorta di cordone
sanitario. Le loro opere sono pubblicate da Liberilibri. Le loro tesi
promosse dall'Istituto Bruno Leoni. Rothbard si muove nella linea del
liberalismo di Mises e Hayek, portando fino alle più rigorose
conclusioni la loro critica all'intervento dello Stato. «Privatizziamo
il chiaro di luna», è il provocatorio invito degli anarco-capitalisti,
che proseguono consigliando di privatizzare anche l'ecologia.
L'interesse privato ci darà strade e campi più puliti. La società è
una fitta rete di scambi mercantili. L'idea che ci sia un'autorità,
dotata di potere coercitivo, che sia depositarla di un interesse
collettivo, genererebbe di per sé violenza. L'imposizione fiscale è un
esproprio, e come tale viola un diritto naturale dell'uomo, quello alla
disponibilità dei frutti del proprio lavoro. La proprietà è il
fondamento della civiltà umana, e come tale inviolabile. Siamo, con il
libertarismo, ben al di là del liberalismo. Sicuramente ci troviamo
molto lontani dalle sue forme progressiste, che assegnano allo Stato un
ruolo di difesa dei diritti individuali. La costituzione non serve più
a stabilire l'equilibrio tra i poteri, ne a preservare il privato dalle
invasioni e dagli sconfinamenti del pubblico. Ogni potere è
illegittimo. Il diritto pubblico non serve più. Tutto è diritto
privato. Il cittadino non esiste. C'è solo l’uomo proprietario. Non
è roba che può essere facilmente assimilata senza essere prima passata
per una fase di violente crisi di rigetto. Né si può d’altra parte
dire che Hoppe si sforzi molto per rendersi cordiale. “L’errore
del liberalismo – osserva implacabilmente – consiste nell’aver
accettato l’istituzione del governo come conforme ai principi base
liberali di autodeterminazione, appropriazione originaria, proprietà e
contratto: questo ha condotto alla sua stessa distruzione. Anzitutto,
dall'errore iniziale di attribuire uno "status morale" al
governo consegue che la soluzione liberale all'eterno problema umano
della sicurezza - un governo costituzionalmente limitato - è un'idea
contraddittoria, prasseologicamente impossibile. In contrasto con
l'intento liberale originario di salvaguardare la libertà e la proprietà,
ogni Stato minimo ha un'inerente tendenza a divenire uno Stato massimo».
Chissà cosa ne penseranno i seguaci di Nozik oppure quei liberai
all'amatriciana che inseguono astratte teorie della giustizia sulla
scorta di John Rawls. Queste cose Hoppe non le scrive per scandalizzare gli odierni benpensanti. La radicalità delle sue asserzioni è frutto diretto del suo ragionare rigoroso. «Una volta che, erroneamente, il principio di governo - come monopolio della giurisdizione e della tassazione – sia ammesso come giusto, qualsiasi progetto o intenzione di restringere il potere di questo e di salvaguardare libertà e proprietà individuali risulterà illusorio. Prevedibilmente, sotto gli auspici monopolistici, il prezzo di giustizia e protezione crescerà continuamente, mentre la loro qualità tenderà a calare. Un'agenzia di protezione fondata sulla tassazione è una contraddizione in termini bella e buona - un protettore che diviene all'occorrenza espropriatore dei diritti dei protetti - e porterà inevitabilmente a più tasse e meno protezione». Se
Hoppe la pensa così sui fondamenti politici del liberalismo,
figuriamoci che cosa può dire dello Stato assistenziale scaturito dalla
stagione della socialdemocrazia che fu al governo, durante i decenni
passati, nella maggior parte degli Stati europei. Il passo che vi
sottopongo è tratto da un altro libro di Hoppe, «Abbasso la democrazia»
(Leonardo Facco ed.2000). È’ piuttosto forte nel contenuto, ma
godibilissimo nello stile: «Sovvenzionando gli scansafatiche, i
nevrotici, i negligenti, gli alcolizzati, i drogati e gli
"handicappati" fisici e mentali attraverso la regolamentazione
dello Stato sociale e la cassa malattia obbligatoria, si avranno più
malattie, pigrizia, nevrosi, imprevidenza, alcolismo, dipendenza dalla
droga, infezioni da Aids, così come tare fisiche e mentali (....).
Forzando gli imprenditori, attraverso leggi contro il
"razzismo" e la "discriminazione", ad assumere più
donne, omosessuali, neri o altre "minoranze" che essi non
desidererebbero, si otterranno più "minoranze" impiegate,
meno datori di lavoro e meno posti per bianchi. Il
meno che si può dire è che le tesi di Hoppe e degli altri libertarìan
offrono abbondandante materia alle discussioni più furiose. Ma non sono
tesi ne banali ne male argomentate. Soprattutto, quello di Hoppe, non è
un pensiero debole. Ed è forse per questo che intorno ad esso, come più
in generale intorno al pensiero libertarian, regna - almeno qui in
Italia – il silenzio più assordante. Il fatto è che la crisi della
cultura politica è tale da spingere molti a fuggire ogni confronto con
qualsiasi teoria che suoni un po' ardita. Per
il pensiero di destra si tratta di una sfida da raccogliere con
interesse. Vi è nella prospettiva libertarìan, nella sua messa in
liquidazione del Leviatano in nome del diritto naturale, la
prefigurazione di un mondo di autonomie, di differenze, di varietà
culturali, di solidarietà palpabili e concrete che rappresentano la più
feconda eredità del Medioevo cristiano progressivamente cancellata
dall'affermazione dello Stato moderno. Ma la domanda su come possa
essere garantita la nuova civiltà delle autonomie portata dalla
dissoluzione delle frontiere e dalla globalizzazione rimane senza
risposta. È ingenuo e utopistico pensare che il solo fattore di
unificazione e di garanzia possa essere il mercato. Vi è bisogno di
qualcos'altro. Questo qualcosa, in assenza di valide alternative, noi
continuiamo a chiamarlo "sovranità". |
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I RAGAZZI DI VIA MILANO di Mauro Mazza (FERGEN)
Quando, verso la metà degli anni Novanta, una nuova generazione di dirigenti della destra fece la sua comparsa sulla scena, furono in molti, al di fuori del nostro ambiente, a chiedersi: ma questi giovanotti, così diversi dal vecchio stereotipo neofascista, da dove vengono, dove si sono formati, a parte naturalmente le sezioni e le piazze? Molti di loro venivano da un vecchio palazzo di proprietà del Comune di Roma sito in un viale alberato al centro della Capitale: via Milano, che per quasi quarant’anni ebbe una particolarità, quella di essere la strada in cui sorgeva la sede del Secolo d’Italia. In quel palazzo non pulsava soltanto la vita di una redazione. C’era qualcosa di più. Era un mondo a parte nel quale si svolse una piccola-grande epopea italiana. Mauro Mazza, direttore del Tg2, l’atmosfera di quel luogo incredibile l’ha respirata per dieci anni, dal 1977 al 1987. Quell’epopea la racconta oggi in un libro freschissimo di stampa, densissimo e agile I Ragazzi di via Milano (Fergen, pp. 142 euro 10- prefazione di Gennaro Malgieri). È una sorta di autobiografia collettiva. È la «trama di un racconto corale. È un tornare al passato e scoprirlo luogo dell’anima. Mazza fa salire in superficie qualcosa che c’è anche se non c’è più. C’è, anzi Ce’, come tutti (tutti quelli almeno che avevano il privilegio di dargli del tu) chiamavano Cesare Mantovani, che fu caporedattore, poi vicedirettore e quindi direttore del Secolo d’Italia in anni intensi e furiosi. Mantovani è morto il mese scorso. E ai suoi funerali si sono ritrovati molti dei suoi ragazzi, imbiancati dal tempo, ma con un che di struggente e, nello stesso tempo, di fiero negli occhi. Tra questi c’era anche Pino Rigido, uno dei pochi di quella generazione (insieme con il direttore Flavia Perina e con il sottoscritto) rimasti alla scrivania da combattimento sotto la gloriosa insegna. Nel necrologio personale. Rigido ha salutato il vecchio direttore con un secco e commovente Ciao Ce'l. E Ciao Ce'è diventato il titolo della nota finale del libro. Il caso ha voluto che Mantovani morisse nei giorni dell'inchiesta giudiziaria di Potenza e del tracimare sui giornali delle intercettazioni telefoniche. Il libro era già pronto, ma l'autore ha voluto aggiungere una postilla. «Ancora una volta - scrive Mazza - all'esplodere dello scandalo sono stati tirati in ballo i ragazzi di via Milano, con tanto di foto della squadra di calcio pubblicata da la Repubblica nel classico pezzo di colore, impaginato di taglio basso. Ma quei ragazzi, e quei tempi, non c'entravano un bei niente. Perché allora - inesperti e squattrinati, giovani e incoscienti - si stava insieme soprattutto perché ci si sentiva parte di una storia più grande». Già, il sentirsi parte di una stona più grande, che non è la semplice condivisione di un ideale politico, ma qualcosa di più. È il senso di un destino comune. E l'appartenere a una comunità umana in trincea permanente. Di questa comunità, la redazione di via Milano era l'avamposto presso la pubblica opinione. «Il Secolo - diceva Almirante - è un piccolo fucile. Ma un piccolo fucile puntato tutti i giorni». Certo, le opinioni cambiano, le idee si evolvono, i tempi maturano, gli orizzonti si allargano, ci apriamo al mondo e il mondo si apre a noi. Però quel senso della stono più grande è una sostanza intangibile che non muta col mutare del tempo. È un viatico che i ragazzi di via Milano avranno sicuramente portato con sé nel loro cammino. Ed è forse lì la trama di quel racconto corale che anima questo libro forte e, nello stesso tempo, struggente. È un sentimento che si rintraccia anche nella prefazione di Malgieri. «... Il Secolo d'Italia è stato per noi un rifugio e una famiglia; una comunità e un laboratorio d'idee; una trincea e un avamposto del quale eravamo orgogliosi; un punto d'incontro per chi non aveva ne parrocchie ne Frattocchie». Ognuno,
naturalmente, interpretava a modo suo il senso della storia. La
redazione di via Milano era un microcosmo variopinto. A partire dal
personale. Un tipo davvero sui generis era Giuseppe De Rosa, che tutti
chiamavano "Peppe er matto". Era una sorta di genius loci.
Mazza gli dedica un ricordo commosso. «Arrivava presto al giornale.
Doveva accendere le telescriventi e preparare le mazzette dei
quotidiani. Appena finito, la sua occupazione preferita era starsene,
zitto, zitto, nella stanza del redattore capo, anche lui mattiniero».
Peppe era stato alla Rsi ed era poi passato per l'attivismo duro del
dopoguerra. Aveva un cuore grande come una casa. Pochi sapevano che
devolveva quasi tutto il suo stipendio in favore di un orfanotrofio.
Il mondo di via Milano era così: fede politica d'acciaio e umanità
debordante. Un altro personaggio singolare era il telefonista. Franco
Troiani. «I suoi racconti di guerra (forse) vissuta erano ricchi di
colpi di scena e di particolari avvincenti quanto inverosimili. La sua
militanza politica era incrollabile, di vero e proprio Ca. di si. fé.
(camerata di sicura fede)». A cementare lo spirito di corpo provvedevano
anche i disagi ambientali, che redattori e personale condividevano per
molte ore al
giorno. Tre piani senza ascensore. «Soffitti bassi, pareti dì
cartongesso, una lacera e sporca moquette grigio scuro, molto scuro. Su intenet il libro ha un apposito sito: www.iragazzidiviamilano.it sul quale si trova anche materiale inedito, non riportato nel volume, che viene costantemente aggiornato. |
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LO STUPORE DI DIO - VITA DI PAPA LUCIANI di Nicola Scopelliti e Francesco Taffarel Nicola Scopelliti e Francesco Taffarel sono gli autori de Lo stupore di Dio-Vita di papa Luciani, un'accattivante biografia edita da Ares (prefazione del cardinale Angelo Scola, nonché introduzione a cura di monsignor Maffeo Ducoli). Il "segreto" del fascino di papa Luciani si nasconde, in sintesi, forse semplicemente in questa sua affermazione: «Noi cristiani siamo i figli della speranza, siamo lo stupore di Dio». Parole esemplari, in grado di spiegare pienamente come, nonostante la brevità del suo pontificato, questa figura così profondamente carismatica divenne amatissima in breve tempo, tanto da conquistare il mondo in pochi giorni. Ma ora una breve presentazione degli autori di questo libro. Scopelliti è vice-capocronista del Gazzettino presso la redazione di Conegliano. Tartarei, dal canto suo, è stato ordinato sacerdote direttamente da papa Luciani, diventandone poi segretario particolare dal 1967 al 1970. È quindi il maggior "custode" delle memorie di Giovanni Paolo I, e ha scritto diversi libri sui vari aspetti della vita del Pontefice; collabora inoltre con L'Osservatore Romano. Come tutti ben ricordano, purtroppo il pontificato di Albino Luciani durò appena un lampo, eppure quei pochissimi giorni furono sufficienti a rapire letteralmente il cuore di milioni di fedeli. Diverse le ragioni di tanta affezione: a partire dal sorriso dolce e contagioso, unito a una semplicità di modi che faceva da contraltare alla sublime immediatezza dei suoi racconti aneddotici. Quasi una sorta di moderne eppur antichissime "parabole", tuttora utilissime per rinfrancare l'anima dell'uomo di ieri e di oggi, bisognoso di parole di carità e di esempi di facile intendimento, al di là della crescente complessità della società odierna. In tal senso queste pagine si propongono di delineare a tutto tondo un profilo sia esteriore che squisitamente interiore degli episodi essenziali della sua vita, seguito via via fin dalla fanciullezza, povera e difficile, passando attraverso gli anni da seminarista, sacerdote e vescovo, fino all'inattesa elezione a Pontefice. Il lettore potrà agevolmente constatare come ogni evento nella vita di papa Luciani fu segnato dal bagliore di una Fede cristallina che aveva per emblema la forza sempreverde della Semplicità, mai disgiunta, comunque, da una tenacia e fortezza d'animo che l'accompagnò in ogni momento della sua esistenza terrena. Infatti in ogni istante egli rispose con un fervido "sì" agli inviti del Signore: dalla chiamata al sacerdozio in gioventù, ai fecondi anni d'insegnamento in seminario, all'elezione vescovile e fino a varcare il soglio petrino. Va sottolineato che questa biografia ha inoltre il merito non indifferente di aver raccolto una "galleria" di gustosi, umanissimi aneddoti del "Luciani minore", in grado di metterlo in evidenza come un grande catechista, profondo e la tempo stesso immediato conoscitore dell'animo umano, delle sue forze e debolezze. Un papato, il suo, che, nonostante l'incredibile e drammaticamente repentina brevità, è destinato comunque a rimanere nei ricordi di tutti, così come la sua figura al tempo stesso fragile, gentile eppur incrollabile, ricordando sempre le eterne parole di Gesù: «Il mio giogo è soave, il mio carico è leggero» (Mt 11,30). |
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La prima impressione – quella che mi indusse, appena quindicenne, ha comprare il libro e che vivida continua a persistere nella memoria – è legata alla copertina: un soldato in divisa dei cacciatori borbonici, rossa, con una bandiera in mano. Una stampa d’epoca, che ricordava, nella sua stilizzazione, i soldatini di piombo dell’infanzia. E poi il titolo L’Alfiere. Il nome dell’autore non mi diceva ancora nulla: Carlo Alianello. Ma il libro era pubblicato da Rusconi, in quella straordinaria – anche se troppo breve – stagione che la vide diretta da Alfredo Cattabiani. E questo era già, di per sé, un ottimo biglietto da visita. In quei primi anni ’70 a destra trovare i libri non era affatto facile. Certo, pullulavano piccoli, anzi minimi editori di area con poca o nessuna distribuzione; con nessuna risonanza sui media e sulla grande stampa. Vigeva il più assoluto ostracismo nei confronti di nomi, autori, opere non allineati, o meglio non supini alla vulgata ideologica alla moda. La Rusconi di Cattabiani ruppe, per un periodo, con il coro. E ci fece conoscere, scoprire o riscoprire, molti degli impresentabili della cultura italiana ed europea, da Jünger a Molnar, da Prezzolini a Barbey D’Aurevilly. Soprattutto ci fece conoscere una “cultura di destra” che non era fatta, solo, di revanscismo post-bellico, di nostalgia, di memorialistica, pur interessante e piena di dignità, e neppure, all’opposto, di saggistica, di trattati, opuscoli, discussioni sul corporativi-smo e sulla socializzazione, sull’idealismo ed il tradizionalismo. Una cultura che era, anche e forse in primo luogo, grande letteratura, romanzi, poesia. Insomma, che il meglio del ’900, i più grandi scrittori, i massimi poeti erano stati, piacesse o meno, di “destra”, quando non direttamente “fascisti”, per lo meno “conservatori”. Oggi, è una sorta di dato scontato – Pound, Eliot, Ungaretti, Hamsun, Unamuno – solo i ciechi per malafede possono continuare a negare quello che, da ultimo, anche il vecchio comunista Raboni – comunista, ma poeta autentico e critico intelligente – ha finito con l’ammettere apertis verbis. Allora, però, le cose stavano ben altrimenti. E noi si doveva cercare i libri quasi fossero dei samizdat, semiclandestini, ma, proprio per quello, le “scoper-e” risultavano più illuminanti, i libri venivano divorati, amati, finivano con il segnarti la vita. Con il lasciare in te un’impronta profonda. L’Alfiere di Carlo Alianello. Ricordo che, davvero, lo divorai come ben pochi altri romanzi. Lo lessi e, poi, lo rilessi con crescente entusiasmo. E ne parlai con gli amici, in quelle lunghe discussioni tipiche di quegli anni, che si traevano fino a notte fonda, quando ormai i caffé erano chiusi e ci avevano gettato fuori, e noi si continuava ad andare avanti ed indietro per la città parlando, parlando. L’Alfiere aveva tutte le caratteristiche per essere amato da quella generazione, che poi è la mia generazione. Caratteristiche che vanno, a ripensarci oggi, ben al di là della dimensione, potremmo dire, storica dell’opera. Certo, il fatto che fosse stato un libro sempre censurato, sempre avversato da tutti i conformismi di regime, aveva già di per sé un suo fascino irresistibile. Si racconta che quando venne pubblicato, nel ’42, un importante critico avesse detto ad Alianello di non poter recensirlo: troppo controcorrente, troppo antirisorgi-mentale. Antinazionale addirittura, che avrebbero detto i fascisti? Poi, paradossi del destino, durante la Repubblica Sociale proprio quei fascisti, gli ultimi, sembra l’abbiano amato molto, vero libro da zaino e bivacco. Successo pagato, naturalmente, con una sostanziale damnatio memoriae nel dopoguerra. Diamine, era un libro che piaceva “ai fascisti”. Noi, però, in quel primo, convulso, scorcio dei ’70, quel’Alfiere borbonico lo amammo per altre ragioni. Intanto perché era un grande romanzo, un romanzo classico nella sua struttura. Non che si fosse, per carità, dei raffinati critici letterari, tutt’altro, ma la classicità della scrittura di Alianello, la sua tersità, la capacità di costruire un intreccio solido, forte, ben strutturato aveva il potere di affascinarci. Di avvincere, coniugando così il piacere della lettura con il dettato “ideologico”, sempre che di ideologia, poi, si possa parlare, e non, piuttosto, di una sorta di simpatia viscerale. Che rende meglio il rapporto con un libro come questo. Ché nella vicenda di Pino Lancia, alfiere dell’esercito borbonico, nel suo pervicace combattere dalla parte degli sconfitti, da Calatafimi a Gaeta, nella sua fedeltà, nel suo senso - arcaico forse – dell’onore, nella sua solitudine, soprattutto, era inevitabile ritrovarsi. E questo al di là del contesto storico della narrazione. Al di là della questione meridionale, dell’anti-risorgimento, delle polemiche sull’unità d’Italia. Anche perché, ancor oggi, non credo che fossero queste davvero a costituire il cuore di quel romanzo, il più felice di tutta la produzione di Alianello. Certo, vennero poi altri libri – La conquista del Sud, soprattutto – in cui la polemica dello scrittore lucano contro la vulgata risorgimentale si fece più dura, esplicita, financo faziosa. E, sulla sua scia, tutta una parte della cultura della destra italiana – marginale, forse, ma non insignificante – che riscoprì l’Italia pre-unitaria, le nostre “vandee”, la massoneria e la tradizione cattolica, l’orgoglio delle “piccole patrie”, dell’identità particolare contro la massificazione del presente, ma questo venne dopo, appunto; e, in fondo, non è veramente importante. Allora, in quegli anni, si leggeva L’Alfiere senza alcun revanscismo borbonico, senza alcuna forma di nostalgismo anacronistico. E, forse, lo si leggeva davvero come andrebbe ancora letto. Alianello è stato un lottatore contro lo Spirito del Tempo e le sue forme degenerative, le sue mode, più che un filo-borbonico o un semplice reazionario di vecchio stampo. Erede della grande tradizione del verismo meridionale – la nostra più schietta tradizione narrativa – e figlio anch’egli di quella disillusione che prese la cultura italiana dopo l’Unità, ha saputo tradurre nei suo romanzi e saggi il senso dell’esistenza di un’”altra Italia”. O, se si vuole, le ragioni dei vinti. Perché quello che, in fondo, L’Alfiere di Alianello ci ha insegnato che è vero che a scrivere la storia sono, sempre, i vincitori, ma che questo non comporta, necessariamente, che quella sia la verità. O meglio, l’unica verità. L’Alfiere è monumento alla memoria dei vinti. Dei vinti in generale, non solo degli sconfitti dal Risorgimento. È un po’ come la tomba di Ettore nella chiusa dei Sepolcri foscoliani: rende giustizia, attraverso la memoria, ai condannati dalla storia ufficiale. È il poema, epico e lirico insieme, dell’orgoglio dei vinti. Un ethos mille miglia lontano dall’ideologia del successo, dalla mitizzazione dei vincenti che caratterizza questo nostro mondo. Un ethos che ci portava (e ci porta) lontano, al Giappone dei samurai, a Mishima, allo splendido saggio di Ian Morris – un raro occidentale capace di penetrare l’anima nipponica – sulla “nobiltà della sconfitta”, appunto. Lo stesso animus che, poi, ritrovai in altri autori, nel Joseph Roth de La cripta dei cappuccini, ne I proscritti di von Salomon, ne Il soldato dimenticato di Guy Sajer, ed in quell’altro Soldato postumo del nostro, sventurato, Marcello Gallian. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma Alianello venne prima. E resta, in fondo, il ricordo più vivido. Anche perché la storia di Pino Lancia è particolarmente intensa, sapiente fusione di stile verista e spiriti tardo-romantici. Un libro sulla scia del De Roberto de I viceré, del Pirandello de I vecchi e i giovani, del Tomasi di Lampedusa de Il gattopardo, soprattutto. Ma con minor disincanto, anzi con una capacità ancora tutta intatta di sognare. Poi, ovviamente, venne la lettura degli altri romanzi dello scrittore lucano. L’inghippo, Soldati del re e, soprattutto L’eredità della Priora, la grande saga epica del brigantaggio, con due personaggi straordinari, Andrea Guarna e Gerardo, capaci davvero di reggere il confronto con quello di Pino Lancia. E venne anche lo “sdoganamento” di Alianello. L’eredità della Priora pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli, il miliardario rosso, l’editore rivoluzionario, che, tuttavia, per il “reaionario” Alianello serbava una sorta di venerazione filiale. E lo sceneggiato tratto da questo romanzo, uno di quei bei sceneggiati di una volta - alla Anton Giulio Maiano per intendersi – di quando la Rai era altra cosa, per di più con le musiche, suggestive, di Bennato, i canti dei briganti in un dialetto che era anch’esso ben altro del birignao pseudosiciliano del Montalbano di Camilleri. È però L’Alfiere ad aver segnato una stagione della nostra vita e della nostra memoria. Ad averci in qualche modo insegnato che può avere un suo fascino nuotare controcorrente, opporsi al flusso montante della storia. Ad averci ricordato che la vita non è solo successo, che i vinti possono essere migliori, eticamente ed esteticamente, dei vincitori. E che esiste una bellezza ineffabile nella coerenza con se stessi. Anche con i propri errori e i propri anacronismi. Così, come dicevo, in quei primi anni ’70, quando si era davvero nel “ghetto” – o come dicevano gli “altri” nella “fogna” – abbiamo seguito con la fantasia Pino Lancia, l’alfiere, fin sul Garigliano, sul Volturno, sulle mura di Gaeta senza porsi alcun problema ideologico sulla coerenza tra questa nostra “simpatia” viscerale ed il patriottismo della destra italiana di allora, tutto inni e bandiere tricolori, tutto risorgimento ed un po’ “libro cuore”. Forse perché Alianello ci aveva fatto capire che ciò che conta davvero non sono le ideologie, ma gli uomini. Uomini nutriti di idee, certo, ma non di astrazioni. Capaci non tanto di parlare e teorizzare, quanto di vivere, di essere. Sono loro davvero a fare la storia, o meglio le storie con la “s” minuscola. Uomini di carne e sangue, di passioni e viscere. |
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GIAMPAOLO PANSA: LA GRANDE BUGIA E’ stato Ernesto Galli della Loggia ad argomentare – da storico e polemista qual è – l’importante contributo che, anche con questo suo ultimo libro (La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano, 469 pp, 18,00 euro), Giampaolo Pansa ha arrecato al dibattito culturale italiano. Che non è solo quello di aver rotto il tabù sulle migliaia di fascisti brutalmente assassinati dai partigiani a guerra finita, ma quello più sostanziale di aver sfatato tutti i miti sui quali per oltre cinquant’anni si è retta l’egemonia politico-culturale nel nostro Paese. Contro quest’operazione, sottolinea Galli della Loggia, si è però scagliato un antirevisionismo che «rappresenta un momento essenziale della battaglia della sinistra per continuare a pensare se stessa come detentrice del monopolio del Bene». Tra i capitoli del nuovo libro di Pansa va sottolineato quello intitolato “Il maledetto Pisanò”, interamente dedicato al ruolo svolto – già negli anni Sessanta – dallo scomparso giornalista e uomo politico di destra in direzione di quello che oggi viene chiamato “revisionismo”. Così lo definisce Pansa: «Un uomo speciale, Giorgio Pisanò: un giornalista di destra, il primo revisionista comparso nella ricerca storica sulla guerra civile. E per questa ragione molto avversato, per non dire odiato, da tanti furbetti del quartierino storiografico di sinistra. Invece di discutere delle sue ricerche, e di correggerle o di contestarle come sarebbe stato normale, e in più di un caso anche giusto, si sono limitati a metterlo al bando. Sostenendo che non bisognava leggerlo, che i suoi libri erano soltanto un insieme di falsi, che il maledetto Pisanò non era altro che un propagandista missino, premiato da Giorgio Almirante con un seggio in Parlamento...». Va ancora oltre, Pansa, individuando nel lavoro “revisionista” compiuto da Pisanò a caldo, quando non si erano ancora spenti i fuochi della guerra civile, la premessa di quanto va compiendo oggi lui stesso con libri come Il sangue dei vinti: ancora oggi citare Pisanò fa infatti «andare in tilt tutti i Guardiani del faro Resistenziale. E invece – aggiunge Pansa – il suo lavoro di tanti anni ha avuto un’importanza cruciale nel formare l’opinione media della destra italiana sulla nostra guerra interna. Può non piacerci, ma è la verità...». Ben 19 pagine de La grande bugia sono dedicate, quasi a mo’ di risarcimento postumo, all’itinerario politico-giornalistico e alla vicenda personale di Giorgio Pisanò. Era nato a Ferrara il 30 gennaio del 1924, figlio di Luigi, un pugliese di San Vito dei Normanni laureato in giurisprudenza a Messina, poi funzionario dello Stato. Il padre di Pisanò concluderà la sua carriera come viceprefetto di Como, epurato nel 1945. Ma non era fascista. Il vero fascista della famiglia era il nonno materno, Lamberto Cristani, un impresario teatrale amico personale di Italo Balbo. Da lui, racconta a Pansa Paolo, il fratello di Giorgio, «il nostro imprinting di fascisti». L’8 settembre sorprese i due fratelli Pisanò a Pescara: Giorgio aveva 19 anni, Paolo 4: «In preda all’angoscia, Giorgio si nascose in un portone e pianse per lo sfacelo che vedeva, per l’armistizio, per il tradimento della monarchia, per il mondo che gli crollava addosso. Un ragazzo della sua età lo scorse e gli disse: vieni con me... Con altri ragazzi, corsero alla caserma Gavinana, abbandonata dai soldati. Raccolsero delle armi e riaprirono la sede del fascio. Di lì a poco arrivò alla Gavinana un reparto tedesco. Il comandante vide quei ragazzi armati e gli disse: bene, vi affidiamo la città di Pistoia. E se ne andò». Inizia allora il percorso di Giorgio nella Repubblica sociale italiana. Lo narrò anche in un libro: La generazione che non si è arresa, pubblicato nel novembre 1964 dalle Edizioni Pidola e poi ristampato soltanto nel 1997 dal Saggiatore con il titolo Io fascista. «Alla fine della guerra – si legge nel libro di Pansa – Giorgio si trovava in Valtellina, ufficiale della X Mas e, insieme, tenente delle Brigate Nere, assegnato ai servizi speciali del Comando generale. Doveva ripartire per una missione clandestina in Svizzera, ma venne catturato dai partigiani dopo aver combattuto sino alla sera del 28 aprile 1945. Scampò alla fucilazione perché sembrava un prigioniero come tutti. Passò di carcere in carcere: Sondrio, Milano, Spoleto, Perugia, Pistoia. Poi finì nei campi di concentramento degli inglesi a Terni e a Rimini. Qui rimase “ospite di Sua Maestà britannica” sino al 7 novembre 1946». L’8 novembre 1946, Giorgio, che stava per compiere i 23 anni ed era tornato in libertà, raggiunse a Lucino la sua famiglia di sette persone: padre, madre, quattro fratelli, gli ultimi due bambini, una sorella di 3 anni e Paolo di 7, e la nonna. E Giorgio riscoprì la politica e incontrò quella che sarebbe stata la professione della sua vita: il giornalismo. Nel gennaio ’47, a Como, fu tra i fondatori del Msi, diventando il primo segretario di quella federazione. E a Milano prese contatto con il Meridiano d’Italia. «Era un settimanale di destra, neofascista, come si diceva allora, diretto – si legge ne La grande bugia – da Franco De Agazio. Il giornale, molto battagliero, aveva iniziato un’inchiesta sull’oro di Dongo. Ed era stato il primo a rivelare che il misterioso “colonnello Valerio”, presentato come il giustiziere di Mussolini, si chiamava Walter Audisio ed era un comunista di Alessandria. Per questo De Agazio venne assassinato dalla Volante rossa il 14 marzo 1947, a Milano, di mattina, mentre andava al giornale. Alla direzione del Meridiano gli successe il nipote, Franco Maria Servello, che allora aveva 25 anni, destinato poi a diventare un dirigente nazionale del Msi e un parlamentare sempre eletto e molto esperto. Quello fra Giorgio e Servello fu l’incontro fra due giovani di fegato, impegnati in un’impresa che sembrava impossibile nell’Italia di quel tempo: fare del giornalismo di destra e d’inchiesta, in mezzo a mille difficoltà e rischiando sempre la pelle». Nel ’47 Giorgio aveva 23 anni, un’età in cui oggi i giovani non arrivano neppure a fare gli stagisti nei giornali. Una delle sue prime inchieste per il Meridiano fu proprio sugli omicidi del dopoguerra compiuti dai partigiani comunisti nel Comasco. Era una catena impressionante di delitti, molti dei quali legati alla scomparsa dell’oro di Dongo: il tesoro sequestrato dopo la cattura della colonna tedesca in cui stava Mussolini e finito nelle casse del Pci. Pisanò iniziò anche a indagare sulle circostanze dell’esecuzione del Duce e di Claretta Petacci. E sui misteri legati alla figura di chi aveva ucciso Mussolini. Raccolse l’esito delle sue ricerche di decenni nel libro Gli ultimi secondi di Mussolini, pubblicato dal Saggiatore nel 1996, un anno prima della sua morte. «In quel dopoguerra – leggiamo ancora nel libro di Pansa – occuparsi di certe faccende poteva costare la vita. Nel novembre 1951, un amico avvisò Giorgio che qualcuno aveva deciso di ucciderlo... Una notte, mentre facevano l’ultimo tratto a piedi, gli spararono per accopparlo. Lui gettò a terra la sorella Francesca e rispose con la Beretta. Chi gli aveva teso l’agguato scappò e Giorgio poté rientrare incolume a casa». Ma lui continuò a condurre le inchieste sui delitti del dopoguerra e sull’oro di Dongo. I comunisti impararono a conoscerlo e a odiarlo, anche perché andava a deporre ai processi. Per tutta la sinistra era una vera e propria bestia nera. Vale come esempio un titolo de l’Avanti! , il quotidiano dei socialisti, del 28 luglio 1957: «L’inconcludente collezione di voci di un poliziotto-dilettante fascista». Ma Pisanò non s’intimidì mai. Nel ’54 venne assunto a Oggi, il settimanale fondato da Angelo Rizzoli e diretto da Edilio Rusconi, un rotocalco di massa che arrivò a vendere un milione di copie a settimana. Nel ’57 passa a un altro settimanale, fondato proprio da Rusconi, Gente. Lì nasce l’idea di stampare a puntate una storia della guerra civile italiana accompagnate da immagini. La prima delle diciotto puntate di quella storia fotografica uscì nell’agosto 1960 e si concluse con l’ultimo numero dell’anno. E furono pubblicate 408 fotografie, il nocciolo del racconto che Pisanò avrebbe sviluppato negli anni successivi. Le puntate vennero poi raccolte nel libro Sangue chiama sangue, 304 pagine, stampato nel luglio del ’62. Per la copertina Pisanò aveva scelto un’immagine destinata a diventare famosa: un fascista giustiziato dai partigiani a Piacenza, il 28 aprile 1945: attorno a lui i partigiani che l’avevano catturato, tra i quali, armato, il padre di Marco Follini. «Fu nel corso di quella prima inchiesta – racconta il fratello Paolo – che Giorgio capì fino in fondo quale fosse stato il motore d’avvio della guerra civile. Era la strategia dei comunisti di uccidere la colomba per scatenare il falco. Ossia di assassinare i fascisti moderati per spingere gli altri, i fascisti più scaldati, a replicare col pugno duro, con le fucilazioni e le rappresaglie, facendo divampare l’incendio. Il Pci vinse in quel modo, diventando il partito egemone di un conflitto terribile tra italiani». A 44 anni Pisanò tenta un’altra Ini0ziativa editoriale: far rivivere un settimanale che aveva fatto opinione negli anni dell’immediato dopoguerra: Candido, di Giovannino Guareschi. I due s’incontrarono e Guareschi accettò, anche se poi morì qualche mese dopo. Ma il 27 luglio la testata tornò in edicola diretta da Giorgio Pisanò. le inchieste sugli scandali pubblici che pubblicò scatenarono veri terremoti politici. Con l’inchiesta sul socialista Mancini, la vendita del giornale arrivò a 100mila copie la settimana, tanto che nel febbraio ’71 Pisanò venne arrestato per estorsione aggravata e continuata. Poi, dopo cinque mesi, venne assolto dal tribunale. «Quando uscì di galera, Giorgio stampò un manifesto rimasto famoso: “Mancini sei un ladro”, Venne offerto ai lettori del Candido al prezzo di 15 lire la copia. «Ne vendemmo – racconta il fratello – 180mila copie, che finirono sui muri di tutta Italia». Ma la ragione dell’odio delle sinistre per Giorgio fu soprattutto la sua Storia della guerra civile: «Con quelle 93 dispense, e poi con la storia delle forze armate della Rsi – ricorda ancora Paolo – Giorgio ruppe il monopolio della storiografia resistenziale, quasi tutta di sinistra. A pensarci bene, e senza far torto a nessuno, quel lavoro, sia pure discusso e discutibile come tutte le ricerche storiografiche, rimane l’unica storia generale del 1943-1945 che sia stata prodotta a destra». Un riconoscimento significativo in un contesto generale in cui, scrive Pansa, «la destra ha poche armi, pochi giornali, poche case editrici, Pochi clan intellettuali che contano... e la sinistra invece possiede tutto ciò che manca alla destra: una capacità di fuoco capace di stroncare chiunque... ». Ed ecco perché attaccarono a demonizzare anche il direttore di Candido, definendolo “il maledetto Pisanò”. E lo hanno fatto fin quando hanno potuto, commenta Pansa, «nella vana speranza di cancellare una versione storica della guerra civile che non collimava con la vulgata resistenziale. Per di più scritta da un vinto, da un marò della Decima Mas, da un brigatista nero che, purtroppo, non era finito sottoterra...». È importante, a questo proposito, che l’autore faccia introdurre La grande bugia da una citazione dal discorso d’insediamento al Quirinale del presidente Giorgio Napolitano: «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie, laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni...». |
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PETER HAHNE: “LA FESTA E’ FINITA” Pochi hanno il coraggio di ammetterlo, ma la festa di un'Europa edonista, leggera e scansafatiche è davvero finita. Non ci rimane che imboccarci le maniche e restituire serietà ai nostri giorni. Arriva in Italia, freschissimo di stampa, il pamplet di Peter Hahne che ha spopolato in Germania (settecentomila copie vendute). Il volume s'intitola per l'appunto La festa è finita ed è pubblicato da Marsilio (pp. 116, euro io). L'autore, che è scrittore e giornalista televisivo, situa nell'11 settembre del 2001 la data fatale che ha posto fine a quella che egli chiama la «società del divertimento». Il che non vuoi dire, banalmente, che da quel giorno la gente europea abbia perso la voglia di divertirsi. Vuole dire, più in profondità, che la percezione della realtà è cambiata. «Sono svanite le fantasie onnipotenti di una pace mondiale basata sulla ragione. Questa è la fine dello spensierato piacere personale». E poi ancora: «Ricomincia una vera e propria guerra culturale, nella quale si gioca la partita della verità, della chiarezza e della questione della nostra identità». La coscienza della nostra «aggredibilità» ci spaventa. «In fondo esiste davvero una realtà che non può essere sostituita dalla divertente virtualità televisiva». È bene chiarire che Hahne non è un apocalittico profeta di sventure, ne un moralista tètro e bigotto. La lettura del libro non mette di malumore. Restituisce piuttosto un senso di liberazione. È come dire: «Non sono il solo a pensarla così. Non sono il solo a provare disagio per questa euforia malsana che ci circonda, per questa cultura da struzzi che rifiuta la realtà in nome di un buonismo dolciastro dall'effetto intossicante». V’è l'indicazione di una rigenerazione possibile. È l'invito alla riconquista della dimensione del futuro. Lo scrittore cita Gadamer: «II futuro è l'origine. Se non ci ricordiamo più della nostra origine, non avremo alcun futuro». Per Hahne reimpossessarsi di identità e memoria non equivale a rimpiangere un passato dorato che non c'è più. La nostalgia appartiene piuttosto alla società del divertimento. È anch'essa una forma di stordimento, una fuga dalla realtà. A dispetto del suo titolo, il pamplet è un libro vitalistico. Ci induce a riscoprire ambizioni e sogni energetici, che poi sono le visioni dell'avvenire. «Se la nostra vita, e con essa anche tutta la nostra società, deve riuscire bene, le nostre aspettative devono essere sempre più grandi dei nostri ricordi, e la nostra speranza deve essere sempre più grande delle nostre preoccupazioni». Siamo nel solco di quel risveglio culturale che si registra da qualche tempo nel Nordeuropa, dove aumenta la schiera degli scrittori realisti e politicamente scorretti che spopolano nelle librerie. Oltre al valore in sé, l'uscita di questo libro presenta al pubblico di destra un ulteriore motivo d'interesse. L'opera è infatti citata nel documento di Fini "Ripensare il centrodestra nella prospettiva europea" presentato all'Esecutivo di An il 18 luglio e successivamente discusso sia nei tré forum organizzati dal partito nelle scorse settimane sia alla recente Assemblea nazionale di An. «Hahne - si legge nel documento redatto dal presidente Fini con la collaborazione di Adolfo Urso e Pasquale Viespoli - ci rivela un'Europa profonda e molto diversa da quella di diffusi stereotipi. Un'Europa che si pone domande sul proprio futuro e che trova risposta nelle proprie radici; che scopre l'ignoto nel confronto con l'altro da sé, il disorientamento per l'accelerazione delle ricerca scientifica e la discrasia con la necessaria consapevolezza morale, il timore che il vecchio continente rimanga indietro rispetto alla straripante tecnologia statunitense, alla inesauribile capacità energetica russa e all'incontrastabile competitività cinese». Non è privo di significato il fatto che la citazione di un libro in un documento politico preceda la pubblicazione del libro stesso. Non è un evento che capita frequentemente nel panorama italiano. È il segno del tentativo di An di collegarsi alle correnti più vive dell'odierno pensiero europeo. «Alleanza nazionale - mi dice il presidente dell'Osservatorio parlamentare, Federico Eichberg, uno dei giovani intellettuali di destra più in vista - coglie un interessante filone culturale in crescita. Oltre al libro di Hahne, è significativo l'inserimento nel documento anche de L'imparfait du présent, di Alain Finkieikraut, un altro intellettuale europeo d'influenza crescente e che risulta vicino alle posizioni di Sarkozy. A questa rosa va aggiunto anche il britannico Roger Scruton». Sono tutti autori che reagiscono con forza al pallido nichilismo europeo. Per quanto riguarda Hahne, merita di essere sottolineato il fatto che lo scrittore collabora con il ministro della Famiglia del governo Merkel, Ursula von der Leyen (Csu), una vitalissima donna tedesca madre di sette figli. «Abbiamo bisogno di élites che, invece di distaccarsi dalla famiglia, siano di esempio nel mettere al mondo bambini. Più del quaranta per cento delle accademiche già oggi non ha più figli». Sono le culle vuote la manifestazione più eclatante della crisi europea. «L'imperversante individualismo della "cultura single" e le patologiche incapacità di stringere legami hanno conseguenze demografiche devastanti». All'origine di questa malattia spirituale ci sono molti fattori sia di ordine storico sia di ordine politico e culturale. Non è privo di significato che Hahne inserisca tra gli elementi patogeni anche l'eredità del '68, «Esistono molteplici ragioni per spiegare il fatto che i valori classici, assai portanti per la nostra società, siano stati sottoposti allo smontaggio sistematico e irrisi come virtù secondarie (...). La ragione fondamentale sta nella battaglia del '68 contro ogni forma di tradizione, di autorità e di vincolo ai valori». Viene da lì anche l'idea dell'egocentrica autorealizzazione come misura di tutte le cose». Vale la pensa di sottolineare che il mito del '68 è stato recentemente demolito da Sarkozy. «Gli studenti del Sessantotto -ha detto il leader neogollista parlando il 5 settembre scorso ai giovani del suo partito - erano i figli viziati di trent'anni di benessere. Voi siete i figli della crisi. Loro vivevano senza costrizioni e oggi siete voi a pagare il conto». Questi i mali indicati da "Sarko": «L'inversione dei valori, il giovanilismo, la svalutazione del lavoro e del merito, la confusione di diritti e doveri, la dequalificazione di massa all'insegna dei diplomi per tutti, l'esaltazione del maoismo e del castrismo». Non è una diagnosi molto diversa da quella di Hahne, segno che la cultura del centrodestra europeo ha individuato un filone comune di idee e di problemi. Solo in Italia, a quanto pare, il '68 rimane un tabù, di cui è proibito parlare male. Alla fine, la debolezza interna europea si manifesta a contatto con la compattezza politica e culturale dell'Islam. «Non c'è da meravigliarsi che intellettuali islamici percepiscano il dialogo con i cristiani come una perdita di tempo, quando vedono quanto poco seriamente noi stessi prendiamo la nostra fede. La nostra pavida società del compromesso teme il vero confronto». Una delle cose più belle e atroci sull'11 settembre le ha scritte il sociologo francese Jean Baudrillard quando ha rilevato che l'impatto degli aerei contro le Twin Towers è come se avesse rivelato una insospettabile debolezza strutturale dei due giganteschi edifici. Questo discorso, riferito agli Stati Uniti, può essere esteso con più pregnanza di significati all'Europa. È da tempo che sentiamo scricchiolii. Ma possiamo ancora intervenire, prima che la casa ci crolli addosso. |
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LA COMPAGNIA DELL’ANELLO: “altre storie” Si affaccia alla soglia dei trent'anni la Compagnia Dell'Anello. E il gruppo è più che mai vitale, con una stagione di concerti già programmata e con l'imminente uscita di un libro. Il volume è principalmente una raccolta di spartiti, «per rispondere alle richieste dei molti ragazzi che - spiega Mario Bortoluzzi, voce della band - ci chiedevano le note delle nostre canzoni». Anche il formato del libro, in A4, risponde a questa esigenza, ma in Altre storie c'è di più. Ci sono le tavole inedite dell'illustratrice Franca Montesin, che ha scelto strofe delle canzoni per le didascalie, e ci sono, soprattutto, ricordi e suggestioni. Testi e musica sono accompagnati da nove contributi, di altrettanti giornalisti e intellettuali, che ripercorrono la storia della Compagnia e con essa la più florida stagione creativa della destra giovanile italiana, che negli anni a cavallo tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 seppe immaginare un rinnovamento complessivo di contenuti e forme della propria politica. Nato .ufficialmente nel '77 il gruppo più longevo del panorama della musica alternativa affonda le proprie radici nel fermento culturale e di rinnovamento che caratterizzò i Campi Hobbit. «Con il libro - aggiunge Bortoluzzi - abbiamo voluto fissare su carta i nostri trent'anni e un periodo che ancora oggi ha il tratto dell'innovazione». Fra i nove articoli inseriti nel libro, «nove-precisa Bortoluzzi - come la vera Compagnia tolkeniana», quello di Umberto Groppi offre un'analisi lucida di questa esperienza identificata - riferisce Bortoluzzi – come «una sorta di "residuato bellico", perché è l'unica sopravvissuta dello spontaneismo di quegli anni». Il libro coglie l'occasione dell'anniversario per non perdere la memoria delle produzioni musicali che accompagnarono quella fase. La sua pubblicazione, prevista per fine novembre, è stata interamente sostenuta dall'associazione culturale "Compagnia dell'Anello", nata nel 2002 «per diffondere e conservare la canzone alternativa e, in particolare -spiega ancora Bortoluzzi - quella dei gruppi nati a Padova e nel Veneto, come la Compagnia, i Clessidra e gli Zpm».
Allo stato attuale sono già una
trentina i convegni programmati per la presentazione del volume e per il
primo incontro si pensa a un appuntamento preciso: il 6 dicembre nella
Capitale. Esattamente trent'anni fa, in quel giorno, al teatro delle
Muse si svolse il primo concerto romano di musica alternativa.
Bortoluzzi c'era, la Compagnia ancora no. «Suonavo – ricorda - con il
"Gruppo padovano di protesta nazionale», acronimo "Gpdpn". Un anno dopo
parte del "Gppn" diede vita alla nuova formazione, mutuando
dall'esperienza appena conclusa alcuni pezzi "storici” come Ian
Palach, Padova 17 giugno 1974, A Piero.
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LA DESTRA E IL SESSANTOTTO di Alessandro Gasparetti
Ma che ci facevano i fascisti a Valle Giulia? Una domanda che dev’essere risuonata spesso nelle menti incredule dei custodi di ogni ortodossia, così a disagio di fronte ad un fenomeno sociale (la partecipazione dei giovani di destra alla celebre battaglia urbana sessantottina ma anche a tutta la fase iniziale della contestazione) che irriverentemente si sottrae a ogni lettura conformista. A caldo si trovarono le chiavi di lettura più scontate: giovanilismo di stampo risorgimentalista come minimizzò Pasolini, lapsus ideologico, immaturità politica o magari la sempreverde "intelligenza col nemico". Più tardi, si preferì invece falsificare semplicemente i fatti e occultare i ricordi sgraditi. È così che, nell’immaginario collettivo, il ’68 è diventato la grande epopea rivoluzionaria della cosiddetta "meglio gioventù" indomita sulle barricate contro "fasci" e polizia. Una ricostruzione falsa e tendenziosa, che tende ad appiattire e banalizzare la complessità di una rivolta che ebbe – almeno all’inizio – tratti creativi, libertari e innovativi assolutamente non riconducibili alle stantie categorie del politichese e alla cultura ottocentesca di stampo marxista-leninista o illuminista. Malgrado la vulgata, tuttavia, non è mancato chi, in questi anni, ha tenuto vivo il ricordo della verità storica, prima sussurrata e trasmessa quasi esotericamente, poi pian piano emersa in superficie, fino a suscitare la curiosità degli studiosi, finalmente decisi a estendere un salutare revisionismo anche agli eventi del dopoguerra. Il recentissimo libro La destra e il ’68, di Alessandro Gasparetti (Settimo Sigillo, pagg. 240, euro 20) si colloca esattamente nell’alveo di questa nouvelle vague storiografica. Il testo intende mostrare, grazie ai resoconti giornalistici di quegli anni, le disparate e spesso contrapposte reazioni del variegato mondo della destra ai cambiamenti politici, sociali e culturali di fine anni ’60. La ricerca minuziosa e accurata delle fonti mostra in modo chiaro l’assoluta trasversalità tanto dell’entusiasmo quanto dei timori che gli eventi del ’68 suscitarono nella società italiana di quegli anni. È così che le analisi vetero-togliattiane de l’Unità finiranno per convergere con quelle delle testate borghesi che della rivolta non capiranno nulla fino alla fine, mentre viceversa non pochi ragazzi del Fuan e delle organizzazioni della destra giovanile si ritroveranno in piazza a braccetto coi compagni. L’episodio di Valle Giulia, con Fuan-Caravella e Avanguardia nazionale a guidare le cariche, è quindi solo l’espressione più eclatante di un fenomeno di convergenze parallele già da tempo in atto. Ma, di nuovo: come è stato possibile tutto ciò? Per comprenderlo bisogna scoprire un altro Sessantotto, quello che non ha il profilo torvo dei "katanga" milanesi o l’occhio cattivo dei dreamers bertolucciani. Ovvero il Sessantotto della gioventù che in America scopriva Tolkien ("Frodo lives! ", gridavano gli hippies) e divorava la letteratura beat di Kerouac, l’anticonformista considerato dalla critica di sinistra un "qualunquista perdigiorno", e di quell’Allen Ginsberg che nel settembre del 1967 si era recato come in pellegrinaggio da Ezra pound a Portofino. Era il ’68 in cui i Led Zeppelin irrompevano sulla scena rock squarciando l’ipocrisia del falso impegno («Non ci interessa il potere, la rivoluzione, alzare i pugni chiusi nell’aria », ebbe a dichiarare Robert Plant) a colpi di barbari inni elettrici intrisi di riferimenti tolkieniani, celtici, vichinghi o neopagani; il ’68 delle ballate hardfolk dei Jetro Tull, il cui leader e flautista Ian Anderson dichiarava candidamente a Radio Montecarlo che sinché in Italia ci fossero volute le bandiere rosse per cantare, il suo gruppo avrebbe volentieri disertato il Belpaese; il ’68 degli Who, che a Woodstock cacciavano a pedate dal palco Abbie Hoffman che li aveva interrotti per intonare il solito sermone rosso e il cui film Tommy, basato sull’omonimo album, verrà così descritto dalla Voce della Fogna: «Un film fatto in esclusiva per noi; un film di cui siamo i soli a detenere la chiave interpretativa! È’ Zarathustra adattato alla rock generation, Evola su schermo panoramico su un fondo di chitarra elettrica e sintetizzatore!» (Cfr. Nico Forletta, "Il rock in fondo a destra", L’Indipendente 7, 14, 21 agosto, e 11 settembre 2004). Nello stesso tempo nelle hit parade italiane sfondava La bambola, della libertaria algida e aristocratica Patty Pravo e l’anno dopo usciva nelle sale americane Il mucchio selvaggio, capolavoro politicamente scorretto del céliniano Sam Peckinpah. Alla Sorbona, nel frattempo, si proclamava la morte della bandiera rossa comunista e di quella nera anarchica in nome di una rinnovata creatività ludica, mentre l’attualità filosofica vedeva l’esplosione della Nietzsche-Renaissance che ridicolizzava in nome di Zarathustra proprio quel linguaggio dialettico che qualche anno dopo sarebbe diventato il tedioso brand dei contestatori ormai invecchiati. Segnali piccoli e grandi che fanno comprendere come quei giovani che gravitavano intorno a Msi e dintorni rientrassero a pieno titolo e senza ulteriore bisogno di conferme nell’ésprit du temps dell’epoca. Del resto, nella tradizione politica e culturale che quei giovani avevano alle spalle, i temi caldi del ’68 erano attuali da almeno mezzo secolo. Riconoscere che i primi a portare la "fantasia al potere" siano stati i legionari di d’Annunzio a Fiume, come ha fatto varie volte la studiosa Claudia Salaris, è, ad esempio, quasi banale. Lo stesso dicasi per l’ovvia constatazione che un certo spirito giovanilistico, antiborghese e anti-imperialista era già diffuso in Italia negli anni Venti e Trenta. Più interessante è forse scoprire come molte delle rivendicazioni studentesche sessantottine siano state anticipate e persino superate dall’invettiva di un Filippo Tommaso Martinetti che nel 1909 dichiara: «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie». E che dire di Giovanni Papini, che nel 1914 proclamava: «Bisogna chiuder le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. […] Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative». Su un piano meno provocatorio e più concreto, è sorprendentemente un Martin Heidegger, venti anni dopo, ad assumere posizioni sessantottine ante litteram. A farlo notare è Ernst Nolte, ex studente del filosofo: «La sua [di Heidegger] visione dell’università, con il tentativo di un cambiamento radicale che le voleva imprimere, presenta molte analogie con l’esperienza studentesca del Sessantotto […]. Heidegger pensava a una università senza più ruoli gerarchici. A qualcosa che fosse un corpo unico, in cui le specializzazioni non diventassero così dominanti da impedire la comunicazione fra le parti. Desiderava che si creasse una sorta di comunione tra docenti e studenti […]. Uno dei punti della riforma cui Heidegger aveva pensato doveva riguardare i rapporti all’interno dell’università. Studenti e professori per almeno sei settimane l’anno avrebbero dovuto fare vita in comune in un campus, svolgendo in egual misura il lavoro intellettuale e manuale» (in: Gnoli e Volpi, L’ultimo Sciamano, Bompiani 2006). Bisognerebbe ugualmente ricordare come negli ambienti giovanili tedeschi di inizio Novecento fosse già di casa il miscuglio di ecologia e liberazione sessuale, fino a giungere a vere e proprie esaltazioni (teoriche e pratiche) della pratica del nudismo come riscoperta della paganità originaria (vedi Hans Blüher e i Wandervögel). Né mancavano curiosi antecedenti delle comuni hippy: tale era, in fondo, Humanitas, la comunità dell’artista Karl Wilhelm Diefenbach, apostolo della rinuncia al superfluo con tanto di tunica e sandali, di cui faceva parte anche Hugo Hoppener, in arte "Fidus", noto pittore völkisch in auge fino agli anni ’40. Ma non possiamo non citare anche la comunità svizzera del Monte Verità, fondata sulla base di analoghi principi da Ida Hofmann e Henri Oedenkoven e frequentata da Hermann Hesse, Rainer Maria Rilke, Erich Maria Remarque e Otto Gross. Tentativi forse strampalati e stravaganti, ma non di meno significativi di un certo spirito dell’epoca e che torneranno d’attualità proprio con la "controcultura" degli anni Sessanta. È’ poi interessante notare come persino un certo tipo di pacifismo, per quanto non ottusamente irenistico ed umanitarista, abbia trovato spazio in autori come Ezra Pound, Drieu o Céline, almeno a sentire il finlandese Tarmo Kunnas in quello che Renzo De Felice ha definito «il più bel libro mai scritto sull’ideologia del fascismo», ovvero La tentazione fascista (Akropolis 1981). Mille rivoli, insomma, e un solo fiume di anticonformismo e ribellione libertaria che dagli esordi impetuosi del Novecento arriva fino a travolgere ogni cosa con i moti studenteschi, per poi disseccarsi e quasi estinguersi nel successivo conformismo progressista post-sessantottino. Ben vengano, allora, dieci, cento, mille libri come quello di Alessandro Gasparetti a salvare la freschezza del Sessantotto dall’acidità dei "sessantottini" a senso unico. Quelli che ribaltarono lo spirito libertario dell’originario ’68 nel triste e tragico "sinistrese" degli anni Settanta. E che si trasformarono nei nuovi baroni, i reduci sessantottini in servizio permanente effettivo, contro i quali occorre attivare – e da subito – una nuova forma di contestazione.
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Nomi esotici, nomi che ai più giovani non diranno niente, ma che
sono impressi nella memoria degli italiani: Il contenuto del libro è molto meglio del risvolto di copertina, teso a mostrare la guerra in Etiopia secondo i consunti clichè politicamente corretti e inutilmente terzomondismi. Molinari infatti nel suo raccontare è molto rigoroso, lasciando poco spazio alla polemica politica, che comunque è giustamente presente, preferendo esporre ed esaminare i fatti che caratterizzarono la conquista dell'Etiopia da parte italiana e la famosa proclamazione dell’impero. Corredata da cartine d'epoca e da una consistente e significativa appendice iconografica, l’esposizione inquadra il contesto storico in cui l'operazione ebbe inizio, partendo naturalmente dal 1882, ossia quando l'Italia acquistò la baia di Assab da privati, e passando dalla sconfitta di Adua, che nel 1896 interruppe la corsa del colonialismo italiano in Africa orientale. La corsa la riaprì di fatto il fascismo, non per mero imperialismo, ma semplicemente per far riallineare l'Italia al cospetto delle altre potenze europee: Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Spagna, Belgio e anche Olanda possedevano e amministravano fior di colonie in ogni parte del mondo, senza che nessuno trovasse nulla da ridire, e spesso era un colonialismo predatore e violento. Le colonie dell’ultima potenza europea, la Germania, se le erano spartite i Paesi vincitori della Grande Guerra a Versailles, che però anche in questa circostanza lasciò Roma fuori dalla porta. L'impero inglese ad esempio attraversava praticamente tutta l'Africa, per rimanere solo a questo continente, ma quando, due pesi e due misure, l'Italia manifestò l'intenzione di entrare in Etiopia, tutta l'Europa, tranne Berlino, insorse. Addirittura la Società delle Nazioni, organismo inutile ieri quasi quanto l'Onu lo è oggi, ci comminò le famose sanzioni, che poi si rivelarono un boomerang per le grandi potenze e un trionfo per l'Italia di Mussolini, che proprio in quel periodo incassò un vastissimo consenso popolare. Tra l'altro, gli Stati Uniti non facevano parte della Società delle Nazioni, e quindi continuarono tranquillamente a commerciare con l'Italia. Le operazioni di preparazione e belliche sono ricostruite e descritte minuziosamente dall'autore che, da vero esperto di cose militari, indugia molto sull'equipaggiamento, sui mezzi, sulle cifre, su ogni sorta di dati di cui oggi siamo in possesso. E sulla guerra di Etiopia non manca quasi nulla negli archivi. La cosa che forse sarebbe importate ricordare, ma nessuno lo fa, è il fatto che a quei tempi le cose andavano così, ossia che cose che oggi ci fanno inorridire, settanta o ottanta anni fa erano considerate dall'opinione pubblica, di qualsiasi appartenenza politica, come assolutamente normali e percepite senza pulsioni scandalistiche.
Così Molinari ridimensiona molto, sulla scorta di documentazione
solidissima e condivisa, la storia dei "gas", che tanto orrore nelle
anime belle hanno suscitato fino a ieri; quando poi si è scoperto
che tutti ne facevano uso e che il fascismo non fu ne il primo ne
l'ul-timo ad adoperarli, alla polemica è stata messa la sordina,
tanto che non se ne parla praticamente più. Nel libro sono descritti
i vari tipi di gas, e gli effetti che producevano: ma si è anche
stabilito che certamente avevano meno effetto di un convenzionale
uso di arti-glieria o di bombardamento aereo. Ne ci sono prove che i
gas siano stati responsabili di stragi terribili tra la popolazione
civile, mentre è L'effetto finale della campagna anti-italiana portata avanti soprattutto da Londra, che vedeva minacciata la sua posizione in Sudan e in Egitto, fu quello di avvicinare l'Italia alla Germania, con le conseguenze oggi ben conosciute. Il libro racconta anche della Seconda Guerra mondiale in Africa, e di come l'Italia dovette cedere posizioni progressivamente anche laggiù. Rimanendo all'Etiopia, il dato nuovo che emerge è che la resistenza etiope non fu mai annientata del tutto, e riprese vigore nel 1940, grazie agli aiuti materiali e diplomatici dell'Inghilterra, e grazie anche al fatto che, contrariamente agli eritrei, ai libici e ai somali, gli abitanti dell'Etiopia rimasero sempre diffusamente ostili verso l'Italia, conducendo una guerriglia senza tregua nelle lande più impervie del loro Paese.Cosa rimane oggi? Rimangono le imponenti opere realizzate dagli italiani nelle loro ex colonie, le numerose città di fondazione, le infrastrutture costruite, le speranze degli emigranti, dei pionieri italiani che andarono a vivere in Africa orientale con gioia ed entusiasmo. e che poi, dopo aver lavorato duramente per anni. furono espulsi con la sola camicia che indossavano. |
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IN CATTIVA COMPAGNIA di Renzo Foa La rivoluzione reaganiana dei primi anni Ottanta è stata probabilmente l'ultima vera occasione per la sinistra comunista italiana di buttare a mare i vecchi schemi ideologici. La svolta della Bolognina arrivò quando i giochi della storia erano fatti e i buoi già lontani dalla stalla. Ben più lesto di Berlinguer, fu Craxi. Capì che il vento di Washington non era un mero accidente ma qualcosa che annunciava una vera e propria svolta epocale. Da quel pregiudizio contro Reagan si sono poi via via alimentati tutti i vizi di cui la sinistra soffre oggi. «Le mitologie sulla superiorità europea. La paura del liberismo. Il rifiuto dell'internazionalismo democratico. Il catastrofismo sul destino del mondo. L'accettazione delle dittature nel nome degli equilibri globali. Fino, appunto, alla sottovalutazione del carattere universale della parola libertà». Renzo Foa tira in questo modo le somme politiche del suo viaggio tra i «ribelli al conformismo» del Novecento. In cattiva compagnia (Liberai Edizioni, pp. 184 euro 12) è un libro che tiene buona compagnia, a dispetto del titolo. Ci riporta alla memoria la vicenda di tante «biografìe spezzate», quelle di tanti intellettuali e personaggi politici che non hanno fatto tacere la propria coscienza e che non si sono intruppati nella banalità del male, nel grande gregge criminogeno che ha devastato il secolo passato.
La vera ribellione - scrive Foa - non è «bloccare strade e ferrovie
per impedire i lavori della Tav o la costruzione di un inceneritore
nel nome della difesa dell'ambiente». È piuttosto un risveglio di
coscienza contro il conformismo, un moto di reazione contro la
banalità del dire, un improvviso senso di disgusto per le pappe In cattiva compagnia è un libro singolare e al singolare. Singolare perché rompe con la consuetudine retorica di invocare «princìpi e valori superiori». Al singolare perché ha di mira il singolo, che è poi l'uomo concreto, non l'Uomo con la "u" rigorosamente maiuscola in nome del quale gli ideologi di ogni risma hanno sempre giustificato il massacro di milioni di uomini.
Questa verità i post-comunisti (e tutti coloro che non hanno
realmente reciso il vincolo, per dirla con Robert Conquest, con le
idee assassine del '900) non l'hanno
L'individuo dei liberali diventa la persona della prospettiva
cristiana. L'altro grande gigante della fine del Novecento, l'uomo
che riuscì a catalizzare la voglia di libertà e di dignità che
cresceva nei cuori dell'Ovest capitalista e dell'Est comunista, fu
Giovanni Paolo II. «Se c'è un simbolo della forza dell'uomo, di ciò
che vorremmo essere, questo simbolo è dato dalla sua azione dalle
sue parole, dalla sua filosofia». Il ‘900 non è stato soltanto il
secolo del Male, ma anche quello del risveglio della coscienza.
Questo risveglio è preparato da ribelli come Arthur Koestler, il cui
grido non verrà compreso subito. Ribelle inascoltata fu anche Margarete Buber-Neumann, a cui capitò un'esperienza singolarmente atroce: quella di sperimentare sia i rigori del Gulag staliniano sia quelli del Lager hitleriano. E un'altra esperienza atroce fu quando nel '45 raccontò la sua esperienza e non fu creduta. «I francesi la ascoltarono con un silenzio davanti al quale avvertì subito una sensazione di rifiuto, se non di ostilità». Margarete fu «prigioniera prima del totalitarismo comunista, poi di quello nazista e infine della banalità».
È
una lista lunga ed eterogenea quella delle «cattive compagnie» che
tengono buona compagnia. C'è posto anche per Patrice Lumumba,
giovane intellettuale africano che «infranse quello che sembrava
l'eterno muro del colonialismo» e fu sacrificato alla real-politik
delle potenze occidentali. C'è anche Romèo Dallaire, generale
canadese che comandava la missione Onu in Ruanda, nel 1994, e che
avvertì Kofi Annan di quello che stava per accadere ricevendo solo
la «risposta di attenersi alle regole della neutralità». La sua
ribellione fu a lungo silenziosa, ma divenne nitida «nelle pagine di
J'ai serre la main du diable che riuscì a scrivere solo dopo
nove anni e che vanno lette come un classico». Un nuovo ribelle sa già da dove partire |
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60 ANNI IN FIAMMA di Franco Servello
L’interesse
storico per la Prima Repubblica e per la sua rilettura critica è
in crescita esponenziale. E, a differenza che in passato, a
scrivere, pubblicare, discutere non è soltanto l'area culturale
che si riconosce nella sinistra, tradizionalmente
più vivace e attiva in tutto ciò che attiene alla
rieborazione del passato
recente. A colmare le lacune di memoria di molti arriva oggi il libreria 60 anni in Fiamma, il libro-intervista che Franco Servello ha realizzato rispondendo alle domande di Aldo Di Lello (Rubbettino, 219 pagine, 15 euro): non solo la biografia di passione politica e patriottica di uno dei protagonisti della destra italiana, ma un affresco della storia e delle vicende politiche dell'Italia dal dopoguerra a oggi. Franco Servello è uno dei grandi protagonisti della politica in Italia. Vicesegretario nazionale del Msi con Almirante, poi deputato e senatore per svariate legislature, fino a concludere la sua carriera di parlamentare con la qualifica di questore del Senato, attualmente Servello è più che mai sulla scena politica, sia nella sua veste di presidente dell'Assemblea nazionale di An, sia come grande promotore di cultura, con convegni, manifestazioni, creazione di fondazioni. Il libro colpisce subito per il fatto che ogni capitolo-intervista è preceduto da sintetiche e avvincenti ricostruzioni degli eventi più pregnanti della storia italiana degli ultimi 60 anni: dal sanguinoso dopoguerra che vide, tra le sue vittime, il fondatore del Meridiano d'Italia Franco De Agazio (zio di Servello, assassinato dalla Volante Rossa, organizzazione armata del Pci, perché stava svelando i misteri del «tesoro di Dongo»), al voto del 18 aprile 1948 che risparmiò all'Italia la caduta nell'area di influenza sovietica; dal primo, timido inserimento del Msi nella dialettica parlamentare, alla sua emarginazione a seguito dei fatti di Genova del giugno 1960; dalla nascita del «compromesso storico», alla stagione del sangue e degli attentati, preludio degli anni di piombo; dal ruolo ricoperto, sulla via della pacificazione, dal grande Giorgio Almirante, all'arrivo di Gianfranco Fini alla testa del partito, fino alla storica svolta di Fiuggi, con la nascita di An e il suo ingresso nel governo. E così via fino ai nostri giorni. 60 anni in Fiamma è dunque il racconto della passione politica di un uomo che ha attraversato da protagonista la seconda metà del Novecento, ma anche l'esame dettagliato della vicenda di un partito che soltanto adesso viene riconosciuto come tutt'altro che marginale nel lungo dopoguerra, mentre da più d'uno gli viene finalmente attribuito il ruolo che gli spetta nell'aver reso possibile il percorso verso la pacificazione tra gli italiani. Questo rappresenta il motivo ideale che spinse, il 26 dicembre 1946, un gruppo di reduci della Repubblica Sociale Italiana a dare vita al Movimento sociale italiano. Dai fatti che caratterizzarono l'immediato dopoguerra (tra i quali gli eccidi senza fine ai danni dei vinti) Servello prende le mosse per narrare la sua vita politica e dunque quella del Paese attraverso sei decenni, scanditi da tragedie e speranze, da lutti e da miserie, da cadute e da risalite, dai mutamenti nel costume e dall'indiscutibile decadenza civile e morale che in questi ultimi tempi caratterizza il nostro Paese e le sue istituzioni. Il lungo racconto inizia dal momento in cui il giovanissimo giornalista Servello prende il posto dello zio assassinato dai comunisti proseguendo le sue campagne per la verità, incurante delle minacce, delle devastazioni della sede del giornale, e affiancato da collaboratori di straordinario prestigio come Concetto Pettinato, Giorgio Pini, Filippo Anfuso, Giorgio Almirante, Carlo Costamagna, Edmondo Clone, Giorgio Pisano, Mario Tedeschi, Ezio Maria Gray, Giorgio De Onirico. Il meglio della cultura italiana non collusa con il comunismo. Dal giornalismo politico alla politica vera e propria il passo è inevitabile, e Servello diviene prima consigliere comunale del Msi a Milano, poi deputato al Parlamento, assurgendo al tempo stesso ai vertici dell'organizzazione del partito, a fianco di Giogio Almirante. E, a questo proposito, va sottolineata la grande sincerità dell'autore, che non nasconde nulla delle lotte interne, dei contrasti, delle polemiche che - come in ogni altra formazione politica - contraddistinguevano la vita del Msi, diviso, sostanzialmente, tra i nostalgici del fascismo a tutti i costi (e quindi anti-americani) e i più realisti sostenitori della necessità di una unione delle forze per contrastare il pericolo rosso. Questa politica di appeasement e di inserimento nel sistema, portata avanti da Arturo Michelini, fu annientata allorché il Pci, con la complicità di forti correnti democristiane (quelle che facevano capo a Moro e Fanfani), organizzò a freddo i «fatti di Genova» del giugno 1960 allo scopo di far cadere il governo di Fernando Tambroni, il primo, nella storia italiana del dopoguerra, a reggersi con i voti determinanti del Msi. Il 1960 fu l'«anno terribile» del Msi, e Servello, protagonista di prima fila, ne svela tutti i misteri, compreso il doppio gioco del ministro dell'Interno del tempo, che lasciò la polizia disarmata nelle mani dei massacratori genovesi, con il risultato di 73 agenti gravemente feriti, deturpati per sempre con i ganci da portuale. Non mancano rivelazioni su Pertini (il «presidente buono») che, a Genova, promise «morte ai fascisti», urlando che nel dopo Liberazione ne erano stati ammazzati troppo pochi. Proprio lui che – come racconta Franco Servello in una delle sue decine di rivelazioni storiche – era stato salvato, durante la Rsi, per decisione personale di Benito Mussolini. Le domande di Aldo Di Lello si addentrano poi negli Anni Sessanta, preludio di quelli che diventeranno i tragici «anni di piombo», nel corso dei quali il Msi si batterà con coraggio per l'ordine e per il rispetto delle legge, con il sacrificio e il sangue dei suoi giovani, assassinati dagli estremisti di sinistra.
Si leggono come un romanzo, pieni di
suspence e di passione, i
capitoli nei quali Servello narra del partito assediato dalla
violenza; dell'agente Marino, colpito da ultra di estrema destra
sulle teste dei quali Servello non esitò a porre una taglia;
dell'attentato organizzato ai suoi danni da Lotta Continua: avrebbe
dovuto essere la prima vittima della «giustizia proletaria» a
Milano, ma l'agguato fallì, perché, racconta Servello, «fu
l'Inter a salvarmi la vita».
Appassionato tifoso dell'Inter,
Servello aveva infatti tardato a rientrare a casa (dove
l'attentatore era in agguato) proprio per
godersi fino in fondo una
partita di calcio. Due mesi dopo veniva assassinato a Milano il
commissario Luigi Calabresi. La storia politica italiana si
snoda così attraverso gli anni della violenza e dell'odio, seguiti
da quelli, determinanti, del distacco del
Psi - Dopo la comparsa sulla scena di Berlusconi, Servello illustra le vere ragioni che spinsero il Msi (dopo che egli stesso, assieme ad Almirante, ebbe incontrato il re delle televisioni private) ad appoggiare la liberalizzazione del mercato televisivo: rompere il monopolio di una tv di Stato completamente in mano alle sinistre. Giorgio Almirante morì il 22 maggio 1988, lasciando suo erede politico il giovane Fini. La strada era ormai aperta per la storica svolta di Fiuggi, con l'abbandono del vecchio Msi e la fondazione di An. |
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Ho incontrato per la prima volta dieci anni fa Aldo Di Lello
a Firenze, per la presentazione di un volume di cui era autore, nella
sede cinquecentesca dì un consiglio di quartiere che il centrodestra era
riuscito fortunosamente a conquistare. L'iniziativa, forse per il
boicottaggio degli impiegati della circoscrizione legati alla vecchia
maggioranza, fu un fiasco. Aldo era persona molto diversa dall'intellettuale egocentrico che tende a estraniarsi dalla conversazione e ostenta un'aria di sufficienza nei confronti degli interlocutori. La dimensione della convivialità, la possibilità di conoscere altre persone, gli importava molto più del fatto di aver perso una giornata di lavoro per parlare a quattro gatti. La sua conversazione a tavola risultò più interessante della conferenza e lo lasciai partire con un po' di rimorso nella notte alla volta di Roma.
Incontrai di nuovo Di Lello qualche mese dopo, a un
convegno in provincia di Mantova, in un clima già cambiato. La destra
aveva conquistato la Provincia di Roma, il centrosinistra mostrava le
prime crepe. Aldo mi dette un passaggio nel viaggio di ritorno per
Firenze e nel corso della conversazione mi lanciò segnali d'ottimismo,
motivandoli con un sintomo da lui ritenuto più attendibile di molti
sondaggi: il consistente afflusso di donnine allegre nelle sale dei
convegni e nei saloni delle kermesse. Concordai con lui sul fatto che la
donna, più istintiva dell'uomo, dotata di capacità intuitive non
appannate da un eccesso di razionalità, possiede un sesto senso per il
potere. Dopo quel facondo percorso Mantova-Firenze Di Lello ha scritto molti libri, ha fondato una rivista, Imperi, che costituisce il Limes di destra in ambito geopolitico, ha promosso una riflessione seria sui temi della globalizzazione affrontando in termini scientifici il problema della crisi dello Stato nell'era dei grandi organismi sopranazionali e dei localismi etnocentrici. Ma per me è rimasto l'ideatore del puttanometro, anche se non abbiamo ancora brevettato l'invenzione. Non potevo immaginare, però, che questo strumento di misurazione del consenso sarebbe diventato uno dei temi non di un saggio politologico ne di un pamphiet satirico, ma del suo primo romanzo. Mi rendo conto, introducendo così la sua opera, di non fargli un grande favore. Anima destra (Mursia, Milano 2007, pp. 254, € 17,30) è opera di ben maggior spessore di una trovata goliardica e l'ironia costituisce solo una delle sue molteplici chiavi d'interpretazione. La trama del romanzo non si riduce alla vicenda di un giornalista alle prese con tic nervosi e fobie, ma si fa autobiografia di una generazione passata nel volgere di pochi anni dall'incanto al disincanto, dall'illusione di poter cambiare il mondo con l'impegno nella destra alla consapevolezza che è stato il mondo a cambiare la destra. Il suo è anche il romanzo di formazione - o meglio di riformazione - di un intellettuale che scopre nel tempo della crisi delle ideologie il valore della vita, ritrovando la perduta capacità di sognare. La graffiante ironia e autoironia, che traspare anche dai titoli di vari capitoli - da «I giorni del puttanometro» a «Le truppe leopardate» - non esclude una lezione più alta, nell'invettiva dantesca contro l'ignavia di un Occidente pago delle sue «emozioni sintetiche» e della sua «ritualità circense». E da chi ama l'Alighieri e l'allegoria la trama di Anima destra può essere letta come un itinerario salvifico che dal Meeting di Rimini del 1991 conduce l'io narrante alla salvezza, pur fra molte "anime prave", complici i consigli di un moderno Virgilio, lo psichiatra Brontocefalo, e l'amore di una moderna Beatrice, Stella, ciellina nel 1991, "polista" nel 1995, poi cooperatrice in Africa coinvolta dalle tematiche no-global. Il romanzo di un redattore del Secolo d'Italia che racconta la storia di un giornalista di destra suo coetaneo potrebbe legittimare il timore di trovarsi di fronte al solito libro di un intellettuale in crisi che scrive sulla crisi degli intellettuali. È onesto riconoscere che in questo libro il sedimento autobiografico non manca e che nei gusti e nei disgusti, nelle abitudini, nelle letture del protagonista, nella sua carnale passione per i piaceri della vita e della mensa c'è molto di Aldo. Ma c'è anche molto di una generazione che si è trovata ad avere due volte vent'anni quando la caduta della Prima Repubblica rimetteva in gioco gli equilibri politici, per cui saranno in molti a riconoscersi nelle sue certezze riconquistate come nelle sue illusioni perdute. L'autore ha avuto però il buon gusto di filtrare un documento umano ancora limaccioso attraverso una felice mediazione letteraria, con invenzioni come la somatizzazione della crisi della Prima Repubblica da parte del protagonista, abituato a vedere un mondo in bianco e nero e per questo a disagio nel chiaroscuro dei nuovi equilibri politici. In più non solo è assente in queste pagine il rancoroso vittimismo dell'intellettuale frustrato, ma il racconto si apre a una dimensione corale, con i protagonisti e comprimari che interpretano le diverse sensibilità dell'autore e del suo ambiente. I dolori del non più giovane Aldo si rivelano espressione di un disagio ben più ampio e il romanzo di ri-formazione si fa romanzo di generazione. Il valore di un'opera letteraria non si misura solo dalla sua leggibilità e dall'interesse delle vicende descritte, ma dalla sua qualità di scrittura. E proprio qui, sul terreno della scelta degli aggettivi, dell'efficacia descrittiva, dell'immediatezza sintetica, Anima destra fornisce le maggiori sorprese. C'è, nella prosa di Di Lello, una vocazione immaginifica che non smette di stupire. Ecco così i libri che ad ogni rilettura, «come i camaleonti, cambiano a seconda dei colori dell'anima» del lettore. Ecco il vuoto pneumatico di un'Italia distratta e incattivita riflesso nei titoli dei giornali sportivi che «drammatizzano il nulla» o rie-cheggiante nei clap clap dei confronti televisivi in «una guerra civile combattuta a colpi di applausi». Ecco i «ragazzi dalle cravatte gialle a pallini blu» che si accostano ad Alleanza nazionale nel 1994 e che scompaiono sette anni dopo, quando la destra accoglie senza entusiasmo la sua vittoria elettorale. Ecco la campagna per le politiche del 2006, «copia, in brutto, di quella del 1996. Le stesse facce, lo stesso linguaggio, la stessa animosità isterica [...]. Di peggio c'erano le tante rughe in più». Ma ecco anche la prima descrizione della salvifica Stella, con i suoi «grandi occhi marroni con riverberi dorati, che mi riportavano alla pastosa fragranza delle castagne d'ottobre».
Con buona pace di Karl Kraus, secondo il quale «il
giornalista deve scrivere in fretta, perché quando ha tempo scrive
male». Di Lello si è preso il suo tempo per ultimare questo romanzo, di
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