ALLEANZA NAZIONALE

COORDINAMENTO COMUNALE DI PERUGIA

 

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LIBRI

Paola Mastrocola: "Più lontana dalla luna" - novembre 2007
Il cuore rosso del centro Italia non batte più per la sinistra - dal Secolo d'Italia
Emilio Gentile: "Fascismo di pietra" - novembre 2007
Corrado Belci: "Quei giorni di Pola" - novembre 2007
Luca Telese: "Vite ribelli" - novembre 2007
Gaetano Cappelli: "Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo" - luglio 2007
Alessandro Campi: "L'ombra lunga di Napoleone. Da Mussolini a Berlusconi" (contributo Leonardo Varasano) - luglio 2007
Marco Tarchi: "Antipolitica: nuovo nemico della destra" - luglio 2007
Aldo di Lello: "Anima destra" - maggio 2007
Evola: attualità della tradizione (contributo di Filippo Vitali) - aprile 2007

G. Scipione Rossi: "Il razzista totalitario. Evola e la leggenda dell'antisemitismo spirituale" - aprile 2007 (contributo di Leonardo Varasano)

Franco Servello: "60 anni in Fiamma" - marzo 2007
Renzo Foa: "In cattiva compagnia" - marzo 2007
Andrea Molinari: "La conquista dell'impero" - marzo 2007
Nicola Rao: "La fiamma e la celtica" - dicembre 2006
Alessandro Gasparetti: "La destra e il sessantotto" - novembre 2006
La Compagnia dell'anello: "Altre storie" - ottobre 2006
Giampaolo Pansa: "La grande bugia. Le sinistre italiane ed il sangue dei vinti" - ottobre 2006
Peter Hahne: "La festa è finita" - ottobre 2006
Carlo Aianello: "L'Alfiere" - agosto 2006
Nicola Scopelliti e Francesco Taffarel: "Lo stupore di  Dio - Vita di Papa Luciani" - luglio 2006
Mauro Mazza: "I ragazzi di Via Milano" - luglio 2006

Hans Hermann Hoppe: "Democrazia: il Dio che ha fallito" - giugno 206

Enzo Catana: "Dalla mano nera a cosa nostra" -  maggio 2006

Manfredo Martelli: "Mussolini e l'America" - maggio 2006

Roberto Beretta: "Storia dei preti uccisi dai partigiani" - maggio 2006

Angelo Mellone: "Dì qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo di Canio" - aprile 2006

Nicolas Sarkozy: "La Repubblica, le Religioni, la Speranza" - aprile 2006

Domenico di Tullio: "Centri Sociali di Destra" - aprile 2006

Marcello Staglieno: "L'Italia del Colle" - aprile 2006

Paolo di Tarsia di Belmonte: "Storie d'Italia piccole e grandi nelle arringhe di un penalista" aprile 2006

Luigi Iannone: "Una destra atipica, G. Prezzolini: un italiano politicamente scorretto" marzo 2006

Alessandro Campi: "La destra di Fini. 10 anni di Alleanza Nazionale" - marzo 2006

Andrea Spiri: " Il Socialismo europeo e il sistema internazionale" - marzo 2006

Luca Telese: "Cuori neri" - febbraio 2006

Daniela Santachè: "La donna negata - Dall'infibulazione alla libertà" - febbraio 2006
Libri in uscita di autori "non conformisti "- gennaio 2006
Massimo Pandolfi - Simona Pletto: "Un poliziotto in galera" - ottobre 2005
Pietrangelo Buttafuoco: "Le uova del drago" ottobre 2005
Alessandro Visani: "La conquista della maggioranza" febbraio 2005
Piersandro Vanzan - Mariella Scatena - «Giovanni Palatucci, il Questore giusto» febbraio 2005
Alessandro Campi: "Il nero e il grigio - Fascismo, Destra e dintorni" aprile 2004
Orianna Fallaci: "La forza della ragione" marzo 2004
Rick Aktinson: "Un'esercito all'alba" dicembre 2003
Bernard Blumenkranz: "Il cappello a punta" novembre 2003
Giampaolo Pansa : "Il sangue dei vinti"- Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile ottobre 2003
Edith Nesbit: "L'ultimo drago" ottobre 2003
Aldo di Lello: "Prima guerra globale - L'Islamismo, l'Occidente, l'Apocalisse" apr.2003
Barthel Hrouda: "La Mesopotamia" apr.2003
Vladimir Bukovskiy: "Il libro nero del comunismo - 2" mar.2003
Cesare Pavesi: La casa in collina feb. 2003
Jean Guillou: Il Templare feb. 2003
Giancarlo Lehner: Storia di un processo politico-giudici contro Berlusconi 1994-2002 feb. 2003
Sergio Romano: Il rischio americano, l'America imperiale, l'Europa irrilevante. feb. 2003
Gregor von Rezzori: Tracce nella neve feb. 2003
Gianfranco Formichetti: La rinuncia gen. 2003
Alessandro Campi: Il ritorno (necessario) della politica gen. 2003

 

LE CIRCOSCRIZIONI

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I CIRCOLI

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Alessandro Campi - Il ritorno (necessario) della politica
(da "Il Secolo" del 24 novembre 2002)
La cattiva pubblicistica ha sempre inferieto su quel filone del pensiero che vanta rappresentanti e teorici illustri, da Tucidide a Macchiavelli, da Guicciardini a Schmitt. Gente illustre sui quali però grava il pregiudizio che li vuole teorici di una ragione di stato capace di giustificare qualsiasi azione del potere. Alfieri dunque di una concezione totalmente amorale della politica, priva di grandi ideali, antitetica ai grandi sogni. Tutto l'opposto di quella visione moralistica, sentimentaloide, che domina oggi nei discorsi di pretesi statisti e di improvvisati capipolo, che delle utopie buoniste, pacifiste e terzomondiste fanno la loro insegna. I realisti hanno invece il pessimo vizio di guardare alle cose, agli eventi per quello che sono, senza pretendere che rispondano ai loro sogni.
L'idea di fondo di Campi è quella della necessità di un ritorno alla politica, le crisi che la società contemporanea sta attraversando, quelle crisi che travagliano da oltre un decennio l'Italia, appaiono a Campi riconducibili sempre e comunque a un deficit di politica, e ciò in completa antitesi rispetto alla posizione dominante attualmente, che sia stata proprio la politica causa prima dei nostri mali.
Per ridare però ruolo alla politica è necessaria anche la fantasia, da non confondere con l'utopia. Al contrario, il vero realista politico si muove in base ai fatti, ma non si lascia dominare da questi; tende, all'opposto, a governare le cose; e sa che, per farlo, è necessaria una duttilità, un'immaginazione creatrice capace di reinventare, per esempio, le forme dello stato, di dare nuova veste all'agire politico per rispondere a un mondo in continua metamorfosi.

 

Gianfranco Formichetti - La rinuncia
(da "Il Secolo" del dicembre 2002)
TALVOLTA la vita di una persona può ruotare intomo a due semplici e terribili numeri. Numeri che racchiudono, (o forse no), il significato misterioso di un'esistenza bruciata: 23 e 72. Ventitré anni di esilio in Francia vissuti da un terrorista di sinistra in foga dopo aver partecipato all'ennesimo fatto di sangue, il sequestro del presidente di un partito di governo (ogni riferimento a persone reali è ovviamente "casuale"). Settantadue ore per tornare a casa (ventitré anni dopo il luttuoso evento), nella sua piccola città di provincia da cui era partito lasciando, senza troppe spiegazioni, amici, famiglia, l'università e il suo grande amore. Settantadue ore per riannodare il filo della memoria, riappropriarsi delle radici, riscoprire e ritrovare le cose perdute, i sapori, i colori, gli odori, le immagini della sua inquieta e tragica adolescenza volata e gettata via. Lui è Alberto Rivarossi, e il filo della memoria non si riannoda. Tra i propri sogni e incubi, le proprie proiezioni e costruzioni ideali, c'è infatti la realtà Anzi, c'è l'insostenibilità del tempo oggettivo. Il tempo che passa, la vita che trasforma, dove tutto scorre e si modifica, a cominciare dal fisico. Un tragico e grottesco paradosso die qualcuno chiama destino o caso? Dio o il suo pseudonimo, è lo stesso. La realtà assume le sembianze di un cimitero, di una festa di Paese, o di amid e compagni di scuola che si riconoscono e da cui Alberto non vuole farsi riconoscere. E assume soprattutto le sembianze del suo grande amore antico (dei Beatles, delle notti al chiaro di luna in Sardegna), Patrizia, ora sposata con un uomo insignificante, un politico "parvenu" del '94. Patrizia, abbandonata improvvisamente per seguire un sogno, un'utopia, un vortice rivoluzionario di sangue. Una donna innamorata che ha trascorso ventitré anni con l'unico scopo di vendicarsi del tradimento. E che quando, al contrario dei suoi concittadini, lo riconosce in giro per le strade, inscena una pericolosa danza macabra (il mezzo rapimento, la visita ai luoghi dove, molto più giovani, si appartavano). Ma una Patrizia capace pure di restituire con gli interessi a una follia un'altra follia, un altro sogno, un'altra utopia; la disponibilità ad andare con Alberto a Parigi. Poi, l'insostenibilità del tempo oggettivo si vendica anche di lei Ventitré'anni hanno restituito due ex amanti incapaci di riamarsi, superando le loro prigioni psicologiche. Alberto, come al solito, si riconferma (pur tra mille dubbi e lacerazioni) uomo che fugge (pensa unicamente al treno che lo riporterà a Parigi); Patrizia, dopo il sussulto eversivo-nostalgico, risceglie la vita normale di moglie di provincia Insomma, un tragico viaggio nell'io che Gianfranco Formichetti, nel suo libro "La Rinuncia", pubblicato dalla Casa Editrice Pagire, diretta da Luciano Lucarini, affresca con felice minimalismo, disegnando un quadro leggero dove i particolari esterni non appesantiscono mai il continuo dialogo interiore, nell'incrodarsi "ritmato" di cronaca e ricordi (i ventitré anni della fuga e le settantatré ore del ritorno). "II senso del ritorno - è il pensiero di Formichetti, che attribuisce al protagonista della trama - è forte in tutti. Si sente quasi un'sigenza irrinunciabile. Poi, tutto si sfilaccia Sono pentito di averlo fatto. Non c'è niente che mi lega a questa terra E, forse, c'è il rifiuto di rivedersi, ritrovarsi. Forse pensando di ritrovare il passsato, magari quello smarrito. Recuperare, tentare di recuperare l'impossibile". La fine dell'ex terrorista fuggitivo ed esule è scontata Si comprende fin dall'inizio del racconto. È una cappa di piombo che incombe e da cui si libera solo quando la morte bussa alla sua porta nel risultato di un esame fatto in un ospedale di Parigi che gli certifica un tumore senza speranza.
Ma con la definitiva sconfitta (del terrorista e dell'uomo), per magia, i tasselli del mosaico si mettono a posto. Alberto, prima di morire, scrive una lettera alla sua Patrizia: nella sua vita avrebbe doluto concedersi all'amore, avrebbe dovuto abbandonarsi alla fragilità e debolezza Porgendo e chiedendo quella mano che non aveva mai voluto. Che aveva sempre rifiutato. Ecco qualche significativo stralcio della lettera: "Cara Patrizia, pensare di essere diventato cenere quando leggerai la mia missiva, mi riempie di rabbia e stupore. Nella prima sensazione, c'è tutta la mia povera umanità, nella seconda, l'innocenza che ho perso di vista troppo presto. La consapevolezza del limite fa esplodere il lupo che è in noi, è invece il senso della meraviglia il sentimento che affascina e attrae. La meraviglia è l'immediatezza di una sensazione che ti investe con tutta la sua potenza Qualcosa che improvvisamente senti palpitare dentro tè stesso. Ho passato gran parte delia mia vita a reprimere tutto questo. Siamo all'attimo fuggente, da un pezzo sono crollati tutti i sogni politici. Può anche darsi, ma la tempesta ti annienta. Mi era rimasto solo di incontrare Dio. Alcuni dicono che capita spesso ai disperati. Sono stato fortunato anche questa volta: ho incontrato solo la consapevolezza del disfacimento, la lotteria delle occasioni mancate si è ben manifestata. Non so ancora se i giorni porteranno la fine a me o se io anticiperò tutto. Preferisco scriverti con la consapevolezza del mio pensiero, per questo lo faccio oggi, 14 luglio 2000. Fuori è festa, si sentono i fuochi d'artificio. Io, però, questa sera rimpiango i fuochi di San Felice, il mio paese". Una conversione tardiva col rimpianto di una partita persa con la vita e di un tempo che non si recupera.

 

SERGIO ROMANO: Il rischio americano
(da "Il Secolo" del 18 febbraio 2003)
E' un libro molto severo nei confronti della politica degli Stati Uniti il nuovo saggio di Sergio Romano sull'odierna crisi internazionale che è appena arrivato nelle librerie: "Il rischio americano-L'America imperiale, l'Europa irrilevante".
L'editorialista e storico utilizza termini insolitamente duri, come raramente li rintracciamo nella sua prosa normalmente pacata. Romano parla senza mezzi termini di "arroganza imperiale" e definisce "ideologi" i consiglieri di Bush in politica estera.
Nonostante ciò, sarebbe comunque arbitrario e fuorviante iscrivere l'autore nel partito degli "antiamericani" improvvisamente fiorito in queste settimane di psico-dramma pre-bellico, di marce pacifiste e di protagonismo francese sulla scena internazionale.
Romano non ce l'ha tanto con gli Usa quanto con l'Europa, con le sue divisioni, con la sua incapacità di parlare con una voce unitaria delle grandi questioni geopolitiche, con la sua riluttanza a pensarsi, per dirla con Cari Schmitt, come grande spazio imperiale capace di imporla come potenza planetaria e fattore di equilibrio internazionale. L'uso del termine "imperiale" non deve essere inteso come una censura degli Usa quanto piuttosto come la denuncia di un vuoto politico al centro del mondo.
Tra le frasi-chiave del libro ne scegliamo due. La prima è all'inizio: "Gli Stati Uniti hanno agito da soli, con arroganza imperiale, anche perché l'Europa non ha parlato e non ha agito con l'autorità di cui potrebbe disporre. Il rischio americano, di cui si parla in queste pagine, è soltanto un altro volto dell'impotenza europea". La seconda è nelle pagine conclusive: "... Ecco perché il mondo ha bisogno dell'Europa. Gli europei non sono necessariamente più saggi degli americani. Ma sanno, dopo le esperienze del Novecento, che le guerre sono creazioni autonome, provviste di una loro insondabile e imprevedibile logica". A scanso di equivoci e per evitare di confondersi con le troppe "anime belle" che fanno sentire la loro voce in questi giorni, l'autore precisa anche che le "motivazioni" in favore di un'Europa più autorevole e coesa "non hanno nulla a che vedere con il pacifismo dogmatico e antiamericano delle sue minoranze chiassose e irresponsabili".
Non c'è nulla di ideologico nelle argomentazioni di Romano, c'è, al contrario, la concretezza del buon conservatore e il disincanto di chi crede nella Realpolitik fuggendo la retorica.
L'autore si dichiara scettico sull'"ambizioso disegno politico-morale" che sembra legittimare la linea di Bush nella crisi irachena, e cioè la "creazione di un Iraq democratico come passo iniziale per la trasformazione democratica dell'intera regione. Ebbene, osserva Romano, che qualora Bush cercherà di mantenere una simile promessa otterrà soltanto l'effetto di creare "regimi artificiali che avranno una vita breve, un trapasso traumatico e incalcolabili effetti sulla stabilità del Medio Oriente".
E' difficile pensare che il Vecchio Continente possa giocare un ruolo da protagonista mettendo sul piatto della bilancia la somma algebrica dei suoi quindici interessi nazionali. Può forse venire qualcosa di buono dall'impetuoso decisionismo di Chirac, un "de Grulle in piccolo, oppure da una Germania "troppo piccola per dominare gli altri, troppo grande per rinunciare a essere se stessa"?
Ci vuole ben altro per consentire all'Europa di occupare il vuoto che s'è spalancato al centro del mondo. Romano fissa alcune condizioni. Tra queste la necessità che l'Ue sia armata: "La diplomazia della pace non è credibile se dietro di essa l'avversario non vede in trasparenza l'ombra delle armi".
Nutrire dubbi sull'opportunità di un intervento in Iraq non vuoi dire essere pacifisti, come l'illusione ottica del gigantesco corteo di sabato potrebbe al contrario indurre a credere. Il modo peggiore per combattere l'ideologismo dei teorici dell'unilaterismo è quello di contrapporre ad esso l'ideologismo dei neutralisti a oltranza e degli struzzi. L'Europa del disarmo unilaterale non serve a nessuno: ne a se stessa ne all'America ne tanto meno alla causa della pace.

 

GREGOR VON REZZORI: Tracce nella neve
(da "Il Secolo" del 21 febbraio 2003)
Gregor von Rezzori nacque a Czernowitz nel 1914. Un luogo e un tempo che, da soli, possono essere emblematici di un destino. Destino individuale e storia, o meglio, fato di un'intera civiltà. Perchè Czernowitz era, allora, ancora la capitale della Bucovina, già parte del vecchio regno di Galizia, ed estrema propaggine verso oriente, circondata dai Carpazi, dell'Impero asburgico. Era, insomma, il centro di uno strano mondo asburgico-orientale, una terra la cui lingua ufficiale - lingua dell'amministrazione, lingua della imperial-regia burocrazia - era il tedesco, ma che vedeva mescolarsi culture, popoli e lingue diversissimi tra loro... fino a dodici etnie diverse - come ci racconta von Rezzori nel suo Tracce nella neve - che parlavano idiomi lontanissimi tra loro, e sovente li mescolavano, anche, in sorte di linguaggi di pura invenzione, di linguaggi funzionali alla comunicazione evanescente di un momento, di un incontro, di una trattativa al mercato della città. Contadini ruteni vestiti ancora come i daci della Colonna Traiana, sassoni nei costumi tradizionali, zingari, variopinti mercanti ebrei-galiziani e rabbini chassidici con i riccioli coperti da cappelli di pelo di volpe, e poi ancora rumeni, funzionari asburgici in marsina, alfieri dell'esercito imperiale nelle loro bianche uniformi, russi che portavano con loro il vento della steppa, che iniziava quasi dove finiva la città. Un mondo fantastico, una città composita, chiese cattoliche neogotiche, e chiese ortodosse in stile pseudobizantino, la sinagoga in stile neoassiro, la chiesa armena. Un mondo, però, ormai sull'orlo del baratro. Destinato a sparire. Perchè, oggi, nomi come Bucovina, Galizia, non sono neppure più determinazioni geografiche; solo vaghe memorie di un tempo irrimediabilmente trascorso, memorie che assumono a tratti, addirittura, la coloritura farsesca di luoghi e città da operetta viennese di fine secolo. Eppure von Rezzori, che vi nacque ancor che fosse tardi - perchè era appunto il 1914, e la guerra stava per travolgere l'Impero e con esso tutto quel mondo - e vi trascorse, in realtà, solo gli anni dell'infanzia e della prima formazione, di quei luoghi serbò sempre un ricordo struggente. Non un ricordo preciso, forse; piuttosto una suggestione profondamente impressa nell'animo, un marchio nel sangue e nella coscienza. Tale, comunque, da divenire, anni dopo, l'immaginario fondante di romanzi come Un ermellino a Cernopol, Diario di Margherita, Memorie di un antisemita... Per quanto, poi, le vicende di una vita complessa, in un'epoca di storia ancor più caotica, lo avessero condotto prima a Vienna, e poi, in giro per l'Europa, sino a trovare l'ultima dimora in quell'Italia da cui erano partiti, nel secolo XVIII, i suoi antenati al servizio dalla Casa d'Austria, Czernowitz gli rimase sempre nell'anima, sorta di humus dal quale continuò a trarre la sua ispirazione di scrittore. Uno dei massimi del '900, certo l'ultimo grande esponente della cultura mitteleuropea. Così, nell'ultimo decennio della sua esistenza, volle ritornare ancora nella natia Bucovina, con un libro questa volta che non fosse un romanzo. Un libro, però, che non è neppure un'autobiografia vera e propria, quanto piuttosto, come recita il sottotitolo, una serie di "ritratti per un'autobiografia che non scriverò mai". Perché questo Tracce nella neve è, in effetti, un insieme di ritratti di figure di familiari che popolavano l'universo dell'infanzia e della giovinezza dello scrittore. Ritratti straordinari, o, per lo meno, resi tali dalla capacità affabulatoria del narratore, che li trasfigura in una luce leggendaria. La luce del ricordo e degli affetti proiettati oltre il velo del tempo. Il padre, discendente da una lunga tradizione di imperial-regi funzionari, ma figlio ribelle di questa, intriso di ideali pangermanistici, di un tardo romanticismo aristocratico che lo fece essere, ad un tempo, pervicacemente antisemita e, poi, awerso ad Hitler ed al suo regime. Un padre cacciatore, o, come dice von Rezzori, uomo dei boschi, perennemente attratto dalla natura ancora selvaggia dei Carpazi, nella quale s'immergeva sino a perdere nozione del tempo e dei suoi doveri. Poi la madre, ritratto di donna che sembra uscire da una stampa d'inizio secolo, Belle epoque, elegante, raffinata, divorata da una nevrosi incoscientemente musiliana, quasi presagio e simbolo insieme della fine di un'epoca. E la sorella, morta nella piena giovinezza, presenza fantasmatica e costante nella vita dell'autore. Straussina, l'elegante, colta governante istituisce di stile bismarckiano, che aprì al giovane Gregor le vie della lettura e della letteratura; Straussina, la tedesca amica degli ebrei, destinata a spendere gli ultimi periodi della sua esistenza per aiutare e salvare tanti suoi vecchi allievi. E la serva Cassandra, il personaggio forse più intenso ed inquietante, dal tragico nome greco e dall'aspetto selvaggio di donna carpatica, contadina figlia di inintelligibili incroci di stirpi e lingue, che rappresentò sempre per von Rezzori il legame con una leggendaria terra-madre, il legame mitico con il suolo, con il vento profumato di neve, con l'istintività della natura. Ritratti tracciati con pennellate rapide, ma anche con un'attenzione ossessiva a certi particolari - i capelli di Cassandra, l'ironia di Straussina, il padre che canta nell'alba - che da soli costituiscono, in fondo, il tessuto delle memorie. Tessuto frammentario, eppure tessuto sentimentale complesso, che ci svela, a poco a poco, come questo non sia un libro di memorie familiari, bensì un ben più complesso libro della memoria. La memoria di una storia, di un'epoca, di una civiltà che von Rezzori intravide appena, prima che la grande guerra e la fuoia devastatrice di nazionalismi ed ideologia la divorassero totalmente. E tuttavia una civiltà che gli rimase nel cuore e nel sangue, e ancor di più nello stile, facendone l'ultimo, struggente, cantore di quella felix Austria, di quell'illusione asburg;ica che oggi appartiene ormai soltanto, come la sua Cernopol, la sua scomparsa Czernowitz, variopinta e caotica, al mondo, nostalgico, della poesia e del ricordo. 


GIANCARLO LEHNER: Storia di un processo politico-giudici contro Berlusconi 1994-2002
(da "Il Sebcolo" del 20 febbraio 2003)
A undici anni da Mani Pulite il sistema della giustizia continua ad essere al centro di un dibattito politico alquanto confuso ed incerto. Le inchieste giudiziarie del Pool milanese iniziate ufficialmente nel 1992, che dovevano riguardare la corruzione nel mondo politico italiano, sono infine servite a criminalizzare e a cancellare dalla scena parlamentare alcuni partiti, quelli di ispirazione moderata, e garantire un salvacondotto per la sinistra comunista e postcomunista, che ha ricambiato il favore dando sempre e comunque il suo appoggio ai pubblici ministeri politicizzati, fautori del teorema di Tangentopoli, che si sono specializzati nell'amministrazione della giustizia dei due pesi e delle due misure. La giustizia politica e il giustizialismo hanno sempre caratterizzato, fino ai nostri giorni, attraverso il meccanismo del circo mediatico giudiziario, il pericoloso intreccio tra una parte della magistratura e la politica (quella del Pci-Pds-Ds) che si è particolarmente accanita contro Silvio Berluisconi dal momento in cui l'attuale presidente del Consiglio nel 1994 decise di scendere il campo. Questa è la tesi sostenuta da Giancarlo Lehner nel suo Storia di un processo politico-giudici contro Berlusconi 1994-2002. La "strategia del ragno", che ha visto alcuni "magistrati di partito" costituirsi, nel vuoto politico causato dalla loro azione, in "partito di magistrati", è al centro dell'inchiesta di Mani Pulite. Quella stagione, violando le regole sacrosante dello Stato di diritto, ha imposto per un decennio il protagonismo di alcuni pm che si erano messi in testa, abusando della carcerazione preventiva con il facile tintinnìo delle manette, di "rivoltare l'Italia come un calzino". Lehner ha avvertito la necessità di andare a ritroso nel tempo e storicizzare il fenomeno Mani Pulite mettendo in risalto l'intreccio tra giustizia e politica e le relative connivenze che permettono di cogliere gli effetti devastanti di quella falsa rivoluzione. Nell'assedio giudiziario a Silvio Berlusconi, al quale fu recapitato a mezzo stampa (II Corriere della Sera) un'informazione di garanzia mentre da premier presiedeva a Napoli un importante vertice internazionale, l'autore vede la rappresentazione esatta di una strategia studiata e meditata. Questo libro nasce dal vivo, dall'aula del tribunale. Giancarlo Lehner, nella sua veste di scrittore-imputato, è riuscito ad accedere a documenti processuali riguardanti proprio l'incredibile vicenda dell'invito a comparire spiccato il 21 novembre 1994 a Silvio Berlusconi. Il giornalista, grazie ai processi intentati contro di lui per aver scritto in alcuni libri dai forti contenuti sul pool e le sue strategie operative, è venuto in possesso di testimonianze dirette rese in aula dai numerosi protagonisti illustri coinvolti in quella vicenda, tra cui Francesco Saverio Borrelli, Oscar Luigi Scalfaro, Paolo Mieli. Nel riportare alla luce singolari situazioni, come il fatto che Stefania Ariosto sia stata confidente della Guardia di Finanza ben prima di diventare teste d'accusa, o anche le pagine interessanti sulla possibile identità sulla "gola profonda" che ha permesso lo scoop al "Corriere della Sera", Lehner, documenti alla mano, ha voluto ancora una volta dimostrare quello che da sempre scrive e sostiene nei suoi libri:
"L'itinerario della guerra giudiziaria a Berlusconi e 1'ampia documentazione offerta alla libera interpreta/ione dei lettori descrivono soprattutto l'assenza, in Italia, di una radicata cultura giuridica liberale. L'inversione dell'onere della prova, specie nel circo mediatico-giudiziario, è, ad esempio, un dato pacifico e acquisito. L'autore ricostruisce il clima del Paese degli inizi degli anni '90, che annaspava sotto le grinfie della giustizia politica e il clima infernale di 'Mani Pulite, dove una cultura del sospetto prevaleva sul buon senso della legge: il circo mediatico-giudiziario che calpestava le regole più elementari di vita civile: le sentenze continuavano ad essere comminate, prima che nelle aule di un tribunale, da giornalisti senza scrupoli armati da alcune procure.
Lehner traccia il profilo della "via giudiziaria alla politica": Berlusconi nel 1994 aveva vinto le elezioni e questa vittoria dava fastidio a molti, perché aveva rotto un equilibrio politico. L'unico modo per ristabilire quell'equilibrio era quello di tentare di eliminare dalla scena politica Silvio Berlusconi.
Cosi si mise in moto il rito ambrosiano, e dal 1992 ai giorni nostri, secondo le opinioni nette e decise dell'autore di questo libro, i magistrati del Pool milanese vennero meno al loro preciso dovere, quello di applicare la legge, per occuparsi di politica inventandosi la rivoluzione di Mani Pulite, che ha finito soltanto per innescare il pericoloso meccanismo della giustizia spettacolo, sotto i cui colpi sono caduti alcuni partiti politici e un altro invece è stato premiato con il governo del Paese. Lo scrittore e giornalista, nell'analisi dei fatti, riporta nel libro una dichiarazione di Giovanni Falcone che oggi ha tutta l'aria di essere una profezia che si è avverata: "Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo, l'Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba".
Dalla lettura di queste pagine, che ricostruiscono per la prima volta e con completezza gli otto anni di storia giudiziaria (dando la parola direttamente alle "verità" processuali), che in un certo modo hanno sconvolto il Paese, emerge un dato di rilevante importanza: dello spirito di Mani Pulite, a parte il resistere, resistere, resistere, e la nostalgia del tintinnìo delle manette urlata dal popolo girotondino, non resta proprio nulla, visto che gli italiani il 13 maggio 2001 hanno voluto nuovamente Berlusconi presidente del Consiglio.


JEAN GUILLOU: Il Templare.

"Il Templare" è un romanzo storico di ambientazione medioevale, che parla della prima guerra santa, questione oggi terribilmente attuale. Il sottotitolo definisce "II Templare", avvincente libro dello scrittore svedese Jean Guillou, come "il romanzo dei templari", e attorno a questi cavalieri ancora ammantati di un soffuso alone di mistero, la trama trova inaspettati e coinvolgenti momenti narrativi.
Nell'anno del Signore 1150, una nobildonna svedese, Sigrid, decide di donare ai monaci cistercensi una sua tenuta, e anni dopo il secondogenito Arn, scampato alla morte in modo prodigioso. Ma se promettere è facile, mantenere è difficile, e la nobildonna, quando le cose vanno per il verso giusto, dimentica le profferte fatte al Signore e solo una malattia, che lei interpreta come il castigo divino, la induce a potare a compimento i suoi impegni. La cessione della vasta tenuta, però, scatena le ire di Erik,
marito della cugina di Sigrid, e innesca delle terribili guerre di potere, Arn cresce seguendo gli insegnamenti di frate Guilbert, un templare che ha abbracciato la vita monastica, dal quale apprende la spiritualità della Bibbia e a maneggiare valorosamente la spada. 11 giovane, che per la vita monastica non ha nessuna vocazione, viene lasciato libero di tornare a casa, dove conoscerà il mondo in tutte le sue sfaccettature, compreso l'amore per Cecilia, una ragazza angelica. Ma anche la sorella Katarina, dalla bellezza sconvolgente, attirerà l'attenzione del giovane Arn, che combatterà una battaglia passionale intensa e dolorosa. Tra guerre e passioni si svolge così la vita di un giovane guerriero templare che fa della sua fede una corazza e delle sue convinzioni un'alleanza indissolubile con la divinità. 

 

CESARE PAVESE: "La casa in collina"

IO non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è una guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Ne mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero". È' l'inciso che chiude il romanzo La casa in collina di Cesare Pavese. E' una opportunità che dovrebbe farci riflettere su tutta l'opera di uno scrittore che ha tracciato dei percorsi forti all'interno del contesto letterario italiano del Novecento. Spesso da queste pagine ne abbiamo discusso. Uno scrittore vero. Antirealista. Scrittore - mito che ha sempre saputo cogliere il simbolo, la metafora. Il destino dei personaggi è una avventura tra il mistero. E' proprio questo romanzo (come La luna e i falò) che parla con chiarezza della guerra di Resistenza e di Salò. Pavese con coraggio affronta il tema di quei "repubblichini" che sono uomini. Un romanzo chiave nella storia della contemporaneità letteraria. E' il romanzo, sostanzialmente, del superamento dell'ideologia. E' il primo romanzo post - resistenziale che ci offre una bella meditazione sulla riappacificazione. Ma poi ci sono i simboli e i miti come c'erano in quel suo primo scritto dal titolo: Paesi tuoi, nel quale la terra, la campagna, la morte assumono codici e archetipi che hanno derivazioni non solo letterarie ma soprattutto antropologiche. Il mito e il sacro sono due punti di forza. La morte come valore e nel valore della morte la forte capacità mitica di trasformare un fatto non in storia ma in griglia simbolica. Ciò non significa che in Pavese non ci sia il rapporto con la realtà e con la storia. In Pavese vi è anche questa condizione ma si risolve in una tensione che rasenta il mistico. Per esempio in La casa in collina c'è un percorso propriamente religioso. Il travaglio di Corrado è travaglio mistico. Pavese si è costantemente confrontato con la storia ma non si è lasciato mai catturare. Ha superato la storia in tutti i suoi scritti. Dalla poesia alla saggistica. Il senso della commozione è una pagina pregna di valori umanitari. "...ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile. Se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuoi dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il san-
gue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso". Così in La casa in collina ma in La luna e i falò il messaggio continua con quella chiusa che ci mostra il personaggio Santa bruciata dai partigiani. C'è da dire, senza alcun dubbio, che in questi due romanzi non c'è assolutamente il disimpegno come si era detto qualche anno fa in un saggio sul quale ci siamo soffermati. C'è invece l'impegno dell'intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell'ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica. Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E' qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. La casa in collina è appunto un riferimento e un libro, da questo punto di vista, testimonianza. Le riabilitazioni sul piano spirituale, in questo caso, non hanno alcun senso davanti a un tale contesto. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico.
E questo mito comunque costituiva l'altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale. L'incipit de La casa in collina:
"Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia...". La letteratura del sommesso trova in Pavese l'interprete del sublime. E proprio Pavese che fa del sommesso una chiarificazione metaforica. Così si hanno: "una donna sommessa", "luce sommessa", "gli sguardi sommessi", "parleremo sommesso", "Parleremo alla notte che fiata sommessa", "E le cose parleranno sommesso". Ed è questa letteratura che ricerca il simbolico e si intreccia nel mistero. Con la leggerezza di una consapevolezza che è destino e avventura. Il Novecento letterario italiano recupera nella dimensione del sommesso una pagina significativa che andrebbe costantemente riproposta sia sul versante teorico e tematico che su quello espressivo ed interpretativo. Interessa molti poeti e molti scrittori che non hanno aderito alla parcellizzazione del realismo e sono andati oltre verso i sentieri dell'indefinibile. L'indefinibile, in letteratura, è, appunto, il mistero che si racchiude nella parola e recita la vita nel sogno o il sogno nella vita. Un processo che prima di assurgere a valore culturale è testimonianza esistenziale. La casa in collina è un romanzo della pietas e non della storia, del sublime e non del realismo. Questa letteratura si misura costantemente con quel rapporto vissuto tra tempo e spazio. Tra tempo e spazio c'è la memoria. C'è Proust, c'è Ungaretti, c'è Pavese. Un cordone che segna identità in un paesaggio in cui le immagini sono fantasie e la fantasia è un viaggio al centro della memoria. Si possono fare i conti con questo Novecento. Da una parte una letteratura cronaca che non resiste più alla durata e si lascia leggere come mera rappresentazione di un fatto. Dall'altra una letteratura che prosegue il suo iter sul tracciato della metafora che si colora di paesaggi simbolici. Ed è quest'ultima che si innerva in un contesto di visioni in cui la parola si trasforma in senso poetico. La poesia dell'indefinibileè la poesia del sogno. Ed è nel raccontare il destino dell'uomo come personaggio nell'awentura della vita. È' inutile ormai spingere verso una letteratura dell'impegno. La letteratura non è impegno politico o sociale. Non è neppure divagazione. E' sostanzialmente dentro il processo esistenziale dell'uomo in una temperie in cui si ha bisogno di nuovi radicamenti. Fare i conti con questo Novecento letterario, e i critici militanti o la critica osservante devono certamente non trascurare, significa aprirlo nella sua globalità e nella sua interezza. Significa, tra l'altro, confrontarsi con i testi e con gli autori tralasciando le teorie precostituite che tuttora hanno una valenza ideologica. La letteratura non va letta con le lenti dell'ideologia. È tempo di discutere sui bilanci. E allora è necessario uscire allo scoperto senza permettere la prevalenza di resocontisti che usano il metro dell'impegno politico per dare pagelle. Rileggiamo Pavese attraverso questo scritto o partendo proprio da La casa in collina. Sarebbe troppo semplice dare un senso a Dialoghi con Leucò. La casa in collina è il romanzo dell'antiresistenza e della consapevolezza che si da alla centralità dell'umanesimo.
L'inquietudine di Pavese era profondamente un'inquietudine dettata da principi religiosi. Gli ultimi due capitoli de "La casa in collina" sono una testimonianza spirituale di alto valore e pensare a "riabilitazioni" è un'offesa che viene rivolta sia allo scrittore Pavese che all'uomo Pavese. Se poi si vuole entrare nella questione della sua morte, il suo suicidio, i parametri cambiano. Ma anche qui il discorso è tutto aperto e credo che chi ne uscirebbe spiritualmente a testa alta sarebbe sempre Pavese. Nel penultimo capitolo ancora del romanzo citato la chiesa non è soltanto una struttura o un rifugio. Rappresenta il simbolo, lo si dice chiaramente, dell'attesa, della speranza, della riconciliazione alla vita. Rappresenta il bisogno di sacro e di fede per l'uomo contemporaneo che è incarnato da quell'io narrante che è proprio lo scrittore. "Mi fermai contro la chiesa sotto il sole. Nella luce e nel silenzio ebbe un'idea di speranza".
Ebbene il 1949. La Seconda guerra mondiale era finita ormai da quattro anni. Il clima della speranza, la ricostruzione della democrazia, il bisogno di riprendere un cammino pur non dimenticando il recente passato: dalla caduta del fascismo alla spaccatura tra due Italie. Quella della Resistenza e quella di Salò. I giovani di allora vivevano ancora tragicamente una divisione proprio nel ricordo di ciò che Pavese aveva raccontato in romanzi come La casa in collina o La luna e i falò. Romanzi in cui la metafora e la realtà sono un intreccio che si esprimono nella visione delle storie e dei personaggi. Ma è il sublime, è la pietas che restano come elementi prioritari di un processo non solo culturale ma profondamente esistenziale. Un processo di speranza. 


VLADIMIR BUKOVSKIY: "Il libro nero del comunismo - 2"

Ottantacinque milioni di vittime, questo è il tragico bilancio del passaggio del comunismo nel nostro tempo. Com'è potuto succedere che un ideale che predicava il progresso, l'uguaglianza e soprattutto il paradiso in terra si traducesse all'indomani della Rivoluzione bolscevica in una devastante macchina di morte, nella dottrina prepotente della dittatura del proletariato e in novant'anni di deportazioni di massa e stermini?
Eppure il comunismo è stato soltanto questo, la sanguinosa ideologia totalitaria che ha condotto nel terrore e nella menzogna il Novecento.
In questi giorni la memoria intorno ai crimini del comunismo è stata oggetto di una serie di giornate di studio che si sono tenute a Roma organizzate dai Comitati per le libertà.
Nell'ambito del convegno, al quale hanno partecipato storici e politologi, è stata lanciata una provocazione forte. Quella di istituire il 7 novembre, anniversario della presa violenta del potere in Russia da parte dei bolscevichi, il "Memento Gulag", cioè un appuntamento annuale per ricordare le vittime dei crimini del comunismo.
Hanno aderito a questa importante iniziativa, oltre a Vladimir Bukovskij, leader storico del dissenso antisovietico, anche il professor Stéphane Courtois, storico di fama mondiale, autore e coordinatore del Libro nero del comunismo, uscito in Italia per i tipi di Mondadori nel 1998.
Courtois è convinto che bisogna intensificare il lavoro storico per non disperdere la memoria dei crimini del comunismo. Intensificare la ricerca ovunque esistano gli archivi dei partiti comunisti. Combattere tutti coloro che predicano il negazionismo dei crimini comunisti. E combattere anche i tentativi di mistificazione e la nuova "congiura del silenzio". Il quotidiano "Le Monde", tempio della cultura progressista, dice Courtois, dopo "aver attaccato 5 anni fa il "Libro nero del comunismo" oggi ignora sostanzialmente la seconda parte dell'opera".
Questo secondo libro sul comunismo, sui suoi crimini, sui genocidi e le stagioni del terrore, è particolarmente interessante perché si presenta ricco di informazioni detta-
gliate e di capitoli supplementari arricchiti di fatti inediti di natura diretta ed esperenziale che svelano altri atroci drammi della tragedia comunista nel mondo. Tre quarti del libro, infatti, è composto da rapporti autentici e inediti di diversi editori dell'Europa dell'Est. Il contributo da loro apportato alla stesura del volume è di notevole importanza. Questi editori hanno deciso finalmente di rendere noti documenti di prima mano e ricerche editoriali che testimoniano tutto quello che accadeva nei paesi dell'Est e che difficilmente riusciva a trapelare oltre la Cortina di ferro. Questo rappresenta un evento straordinario perché qui a parlare sono in prima persona coloro che hanno sperimentato sulla propria pelle gli anni bui del terrore comunista. Importanti anche i capitoli supplementari sui crimini del comunismo della Repubblica dell'Estonia incominciati nel 1940. La prefazione del libro è affidata al presidente della Repubblica estone, anch'egli storico di professione. Nel capitolo dedicato a quei crimini il presidente, nella descrizione di quegli anni violenti, ha raccontato la violenza cieca dell'ideologia comunista che nella sua terra ha lasciato ferite di dolore che difficilmente la Storia riuscirà a rimarginare. Particolarmente interessanti anche i capitoli supplementari, sulla repressione comunista nella Repubblica Democratica della Germania dell'Est, anche questi basati su documenti di prima mano e fonti dirette. Questo lavoro, in modo specifico, si deve alla dedizione di Gerome Gousk il quale ha presieduto una commissione che ha portato il suo nome, venuta in possesso di tutti gli archivi della Stasi adesso resi pubblici e finalmente accessibili a quanti vogliano conoscere in maniera diretta le verità terribili dell'universo repressivo del comunismo tedesco.



BARTHEL HROUDA: LA MESOPOTAMIA

Tutti, in tempi moderni, chiamano questa terra Iraq. Ma nell'antichità si chiamava Mesopotamia efu la culla della civiltà. Non sarà inutile riparlarne oggi, mentre infuria la battaglia per Baghdad. Il primo a definire con questo nome, terra fra due fiumi, il Tigri e l'Eufrate, fu Plinio il Vecchio nel 1 secolo d. C. che estese questo denominazione all'intera regione compresa tra le pendici meridionali del Tauro e dell'Antitauro ed il Golfo Persico. La storia di questa terra, che nell'antichità era un giardino circondato dal deserto e che suscitò in continuazione le invasioni delle popolazioni vicine, è narrata dal saggio "La Mesopotamia" di Barthel Hrouda. L'autore esamina la storia di questo territorio dal 5mila a.C. fino al VII secolo d.C. quando fu conquistata dagli Arabi. In questo lungo periodo vi si susseguirono popoli e stirpi che arrivarono, presero il potere, furono a loro volta scacciati: Summeri, Assiri, Aramei, Persiani, Greci, Parti, Sasanidi ed altri. L 'Eufrate e il Tigri, noti nell'antichità rispettivamente con il nome di Purattu e Idiglat, erano le arterie vitali dell'intera regione, anche se da soli non potevano garantire la fertilità dei campi coltivati. Nella Mesopotamia meridionale, infatti, non piove per due terzi dell'anno ed'in inverno le precipitazioni sono molto violente. In primavera, dopo lo scioglimento delle nevi, l'Eufrate ed il Tigri straripano e sommergono le terre vicine alle rive. L'uomo pose rimedio a queste condizioni climatiche sfavorevoli , con un sistema di irrigazione complesso: fu scavata una rete di canali che, nel corso dei millenni, fu rinnovata e migliorata. In questo modo si raggiunse, in particolare nella Mesopotamia meridionale, una fertilità leggendaria. Nonostante alcune lacune, per lunghi periodi è possibile ricostruire una cronologia attendibile. A Babilonia - sostiene l'autore - gli anni venivano designati da eventi particolari come la costruzione, di templi, l'edificazioni di mura cittadine o altri eventi simili. Cosi anche veniva notato il primo anno di regno di un nuovo Re. Nella prima parte il volume riassume le vicende di questo "giardino del deserto", dalla prima documentazione risalente al terzo millennio a. C. al trionfo dell'Islam nel VII secolo d. C. Nella seconda parte espone i tratti generali di questa civiltà che, insieme all'Egitto, fu la maggiore espressione artistico- culturale dell'Oriente antico. Tutto cambia, nella storia.



ALDO DI LELLO - Prima guerra globale - L'Islamismo, l'Occidente, l'Apocalisse.
Dopo l'11 settembre il nuovo ordine mondiale è definitivamente mutato. L'attacco di Al Qaeda al mondo occidentale ha aperto una crisi internazionale delicata che ha portato alla guerra angloamericana contro l'Iraq di Saddam Hussein. Questa guerra che si sta combattendo nel cuore del Medio Oriente è stata definita in diversi modi. Per alcuni è stata la prima guerra via internet, altri l'hanno definita una guerra tecnologica e telematica. Adesso sono in molti a parlare di guerra globale. Questa espressione, però, a noi non è sconosciuta Nel febbraio del 2002 Aldo Di Lello, giornalista, saggista e responsabile delle pagine culturali del "Il Secolo", dette alle stampe un pamphlet dal titolo profetico Prima guerra globale - L'Islamismo, l'Occidente, l'Apocalisse. Oggi l'editore, mentre assistiamo alla caduta del regime del raìs avvenuta grazie all'azione di una vera e propria guerra globale, ha deciso di riproporre una nuova edizione del libro nel quale il suo autore analizza, a caldo dopo l'attentato di New York, le ragioni del nuovo conflitto, disegnando il nuovo ordine internazionale nel quale il terrorismo islamico da una parte e l'Occidente con le sue divisioni dall'altra sono i protagonisti del conflitto bellico in corso che è anche l'espressione di un complesso scontro tra civiltà. Di Lello, nel suo libro, parte dalla geopolitica per disegnare gli scenari della prima guerra globale che oggi si sta combattendo. La riscoperta della geografia fa emergere soprattutto le differenze tra l'Occidente e le altre aree della terra.
"La guerra del XXI secolo non è altro, con ogni probabilità, che un modo per definire quella serie di tensioni, se non addirittura di conflitti, che si produrranno nella fase di transizione verso questo nuovo assetto mondiale. Molto dipenderà dalla stabilità che sapranno raggiungere i giganti demografici dell'Asia, India e Cina, nonché dall'equilibrio che potrà stabilirsi nella vasta area musulmana. Questa fase di transizione - scrive Di Lello - vede l'Occidente (che poi si riduce agli Usa e all'Europa) nella scomoda posizione di garante. Gli Usa di Bush non sembrano disposti a ricoprire da soli questo ruolo".
Nell'era della guerra globale, provocata da un confronto-scontro culturale, l'autore, all'uscita del libro, aveva ipotizzato l'Europa in prima linea. Il fronte della guerra del Terzo Millennio passa per il Vecchio Continente, perché in questi Paesi, trova spazio l'esportazione" dell'estremismo musulmano. L'opinione pubblica occidentale deve essere preparata ad affrontare un conflitto, culturale prima che militare, di lunga durata. La guerra globale non si concluderà con la scomparsa dallo scacchiere geopolitico del Medio Oriente del "socialismo arabo" di Saddam. Dopo l'11settembre, l'operazione in Afghanistan e la guerra contro il raìs non risolvono il problema dei problemi: una grande area della Terra, quella islamica, è diventata la sede delle tensioni esplosive.
Dopo le armi bisogna mettere in campo la ragione e le idee. La guerra globale, secondo l'opinione di Di Lello, diventa soprattutto una guerra culturale. "Non sarà una guerra di breve periodo quella del XXI secolo e non finirà con la distruzione di Bin Laden e dei suoi santuari. È una guerra per la cultura e si combatte attraverso potenti forze storiche. Ecco, per prepararci adeguatamente al conflitto di lunga durata, dobbiamo diventare consapevoli di essere noi stessi forza storica". Queste parole scritte un anno fa, oggi che la guerra globale vive il suo momento evolutivo più alto, sono di un'attualità sconvolgente e indicano la via da seguire per raggiungere la stabilità e la pace.
Di Lello, parafrasando il pensiero di Huntington, sostiene che la possibilità di scongiurare una guerra globale tra opposte civiltà dipende dalla possibilità dei governanti del mondo di accettare la natura a più civiltà del quadro politico mondiale e a cooperare per la sua preservazione. La soluzione si trova ripudiando in blocco i vecchi arnesi ideologici del terzomondismo progressista, della teologia della liberazione e dell'internazionalismo proletario. Non è cavalcando il pacifismo del Terzo Millennio che scongiureremo la guerra del XXI secolo. Dopo il fallimento del movimento arcobaleno del pacifismo progressista, che ha manifestato demagogicamente contro la guerra auspicando che gli angloamericani la perdessero, possiamo dire che le parole di Aldo Di Lello anche in merito a questo argomento si sono rivelate profetiche e giuste. Dall'11 settembre al dopo Saddam, l'inquietante scenario della guerra globale ha disegnato la mappa del nuovo ordine mondiale. L'lAmerica e l'Europa troveranno lo slancio per sconfiggere lo spettro dello scontro di civiltà agitato dalla violenza del fondamentalismo islamico. La vera arma strategica dell'Occidente, suggerisce Di Lello, è la razionalità. Bisogna adesso capire fino in fondo e in anticipo, in quale nuova epoca ci stiamo dirigendo, quali scenari si preparano, quale perverso meccanismo permette, al di là del Limes dell'Occidente, alle masse islamiche di acclamare una banda di terroristi come eroi. Nulla sarà come prima, ma abbiamo la necessità di comprenderne i motivi. Perché la guerra globale è ubiquitaria e planetaria, nel senso che qualsiasi punto del pianeta è potenzialmente teatro di scontro. Come dargli torto? 

 

EDITH NESBIT "L'ultimo drago"
"Voi tutti certo sapete che un tempo i draghi erano frequenti quanto gli autobus oggi, e quasi altrettanto pericolosi". Così inizia il breve racconto "L'ultimo drago"di Edith Nesbit contenuto in Draghi e Principesse (Marsilio), raffinata scelta di fiabe dell'Ottocento inglese selezionate da Luciana Tosi. La Nesbit e gli altri autori della raccolta, usando la chiave del racconto fantastico, testimoniano il momento di passaggio nella società inglese dalla staticità del conformismo vittoriano al dinamismo stimolato dalla borghesia riformista. I draghi sono timidi e pacifici, le intraprendenti principesse non aspettano più di essere salvate dai principi ma sanno affrontare da sole i pericoli (sempre agendo in una cornice di tradizionale fantasia). La stessa Nesbit nella sua vita fu antinconformista al punto da adottare due figli che il marito aveva avuto da relazioni extraconiugali.


GIAMPAOLO PANSA - "Il sangue dei vinti"
Che cosa accade quando finisce una guerra civile? Dopo il grande successo de I figli dell'Aquila, Giampaolo Pansa s'inoltra su un terreno ben poco battuto: la resa dei conti imposta ai fascisti sconfitti. Un tema proibito, per gran parte della storiografia dei vincitori. Con Il sangue dei vinti l'autore decide di affrontarlo come nessuno, sinora. aveva fatto. Aiutato da una vastissima documentazione, ricostruisce nei dettagli decine di eccidi e centinaia di omicidi, compiuti per punizione, per vendetta, per fanatismo politico e per odio di classe. Il teatro di questo bagno di sangue è l'Italia del nord. dal 25 aprile 1945 alla fine del 1946 e, in qualche caso, anche più in là nel tempo. Il risultato è un drammatico diario di viaggio dentro l'alba della nostra libertà, quella libertà che il fascismo aveva soffocato nel 1922. preparando la propria rovina di ventitré anni dopo. Pansa svela vicende prima d'ora ignorate e descrive la fine di migliaia di italiani che, pur avendo scelto di combattere l'ultima battaglia di Mussolini, non erano tutti criminali di guerra da punire con la morte. Da Milano ad altre aree della Lombardia, da Torino a Vercelli, Novara e Cuneo, da Genova e dalla Ligura al Veneto, dalla Romagna all'Emilia, passando per le terre del "triangolo della morte" - Bologna, Modena e Reggio -, l'inchiesta si snoda all'interno di una seconda guerra civile iniziata dopo la liberazione del paese. È un racconto terribile e spieato, dove a prevalere è la brutalità del castigo inflitto a chi era schierato con la Repubblica sociale italiana. Per molti la morte arriva dopo una via crucis di umiliazioni, violenze, torture e stupri. E si incrocia con l'eliminazione preventiva di quanti avrebbero potuto opporsi alla vittoria del comunismo in Italia: i borghesi ricchi, gli agrari, i preti, i democristiani. Il sangue dei vinti è un libro sconvolgente. Il lettore vi troverà le storie di tantissimi italiani incappati nella sorte che sempre tocca agli sconfitti: dai gerarchi del fascismo, come Pavolini, Starace, Farinacci, Mezzasoma, Buffarmi Guidi, Solaro, Vezzalini, Morsero, sino a una folla di donne e uomini qualunque, vite anonime anch'esse straziate. Le loro figure riemergono da queste pagine come fantasmi ancora in attesa di una dignitosa sepoltura. Dopo aver scritto molto sulla Resistenza e sui partigiani, Pansa squarcia la cortina di silenzio sull'altra faccia della guerra che divise in due l'Italia. E ci offre una nuova testimonianza della sua onestà di narratore, capace di osservare con sguardo limpido anche le vicende e le figure di un campo che non è mai stato il suo.



BERNARD BLUMENKRANZ - "Il Cappello a punta"
Curato da Chiara Frugoni, uno dei nostri maggiori medievisti, esce finalmente in edizione italiana"II cappello a punta" di Bernard Blumenkranz. Il saggio "traccia la storia di un sentimento [purtroppo ancora attualissimo], l'antisemitismo, a partire dalla sua nascita" studiando la percezione dell'ebreo nell'arte medievale cristiana. Apprendiamo così che fino alla prima Crociata (1096) gli ebrei non erano raffigurati con caratteristiche proprie: quella fu "la prima guerra contro un nemico straniero in cui la componente ebraica della popolazione si vide esclusa dall'inizio". Poi il Quarto Concilio Lateranense del 1215 impose agli ebrei abiti o segni distintivi e Filippo IV il Bello con un' ordinanza del 1294 fu il primo ad istituire nelle città un quartiere ebraico separato; piano piano anche nelle raffigurazioni artistiche la differenze di religione venne espressa attraverso stereotipi: naso pronunciato, cappello a punta, barba lunga, i peot, la rotella. Soprattutto nell'iconografia del Nuovo Testamento è evidente una tendenziosità antiebraica. Rispetto all'originale francese, questa edizione presenta numerose illustrazioni a colore che rendono vivacissima la documentazione.


RICK AKTINSON - "Un esercito all'alba"
Nella prestigiosa collana storica "Le Scie", Mondadori presenta "Un esercito all'alba" di Rick Aktinson. E' una puntigliosa ricostruzione della guerra combattuta nel 1942-43 in Nordafrica dalle forze angloamericane sotto il comando del generale statunitense Dwight D. ("Ike") Eisenhower contro le armate tedesche. Infatti la controffensiva degli Alleati nei confronti del regime hitleriano partì da un settore militare (il Nordafrica appunto) che poteva sembrare secondario rispetto all'Europa, in cui si stava combattendo già da tré anni e dove solo la resistenza dell'Inghilterra e della Russia aveva impedito alle truppe dell' Asse la conquista dell'intero Continente. Settore secondario ma che si rivelò invece fondamentale perché fu lì che gli americani "impararono" a combattere e a fare quell'esperienza sul campo che poi, trasferita la guerra in Italia e in Normandia, gli permise di vincere; è per equipaggiare le truppe che la produttività dell'industria bellica statunitense fu messa a pieno regime, fu lì che si formarono tatticamente tutti i generali (Eisenhower, Patton, Montgomery) che avrebbero vinto in Europa. Per oltre settecento pagine si sviluppa l'esame del segmento africano di una guerra che alla fine è costata una vita umana ogni tre secondi per 2174 giorni.


ALESSANDRO CAMPI - "IL NERO E IL GRIGIO- FASCISMO, DESTRA E DINTORNI"
Dal nero al grigio. Da Mussolini a Fini. Dal fascismo ad Alleanza nazionale, passando per la Repubblica Sociale Italiana ed il Msi di Nichelini e Almirante. Ripercorrendo la storia della destra politico-culturale italiana del Novecento ne "Il nero e il grigio - Fascismo, destra e dintorni" Alessandro Campi affronta, con grande libertà di giudizio, temi e questioni che da diversi anni sono al centro della discussione pubblica e del dibattito culturale:
l'incidenza della figura mussoliniana nell'immaginario e nella memoria degli italiani, il dibattito sulla natura e sulle interpretazioni del fascismo, le idee e gli autori della cultura della destra contemporanea, la nascita di Alleanza Nazionale ed il suo ruolo nel sistema politico italiano, la validità della dicotomia destra/sinistra. In proposito il volume così conclude: "La distinzione destra/sinistra è una delle possibili modalità di organizzazione e svolgimento del conflitto politico. E' altresì una categoria storica: come tale non può rivendicare alcuna perennità. Grava si di essa il destino di tutte le categorie e concetti politici. Che è quello, prima o poi, di essere superati o abbandonati o diversamente utilizzati, per quanto la loro memoria, come tutto ciò che è parte della storia umana, possa essere lunga e duratura e, per ciò stesso, finanche fuorviante."


ORIANA FALLACI - " LA FORZA DELLA RAGIONE"
Due anni dopo "La Rabbia e l'orgoglio" torna la Fallaci con una rigorosissima analisi di ciò che chiama l'incendio di Troia, ossia dell'Europa che è ormai Eurabia, colonia dell'Islam. Lo fa in chiave storica filosofica morale politica, al solito affrontando temi che nessuno osa affrontare ed usando una logica impeccabile. La "Forza della Ragione" è un inno al raziocinio ed alla verità che fa riflettere sulla nostra tolleranza culturale.

 

 

PIERSANDRO VANZAN - MARIELLA SCATENA - «Giovanni Palatucci, il Questore giusto»

A DACHAU, il 10 febbraio del 1945, muore un uomo giusto: Giovanni Palatucci. Di lui ci parlano le pagine di questo libro scritto dal gesuita Piersandro Vanzan e Martella Scatena. Pagine che si aggiungono alle poche appassionate voci che, a distanza di tanto tempo, interrompendo un lungo silenzio nella sua Patria, ci restituiscono la straordinaria figura del "Questore giusto". «Leggendo questo testo - scrive nell'introduzione il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu - non vorrei ci adagiassimo come nella celebrazione di un eroe, di un nuovo Schindler o Perlasca, la cui grandezza scopriamo solo ora».
A giudizio del responsabile del Viminale, infatti, «le nostre emozioni più vere non devono essere per ciò che è stato capace di fare, ma per i suoi dubbi, le sue paure di uomo che, illuminate dalla fede cristiana, hanno reso straordinarie le sue scelte di umanità». Già, umanità profonda, giacché il questurino di Montella, un paese di pietra in provincia di Avellino (dove era nato il 29 maggio 1909), ha salvato nei quattro anni del suo servizio alla questura di Fiume più di seimila ebrei, sottraendoli alle leggi razziali, alle persecuzioni naziste e a un destino di morte sicura. Grazie ai suoi fedeli collaboratori, e a uno zio vescovo di Campagna (Sa), Giuseppe Maria Palatucci, aiutò in ogni modo migliaia di persone: ospitandoli, avvertendoli dell'arrivo dei nazisti, procurando loro documenti falsi, rischiando sempre di persona. E quando alla fine il tenente colonnello delle Ss H. Kappler riuscì a incastrarlo, l'esito più tragico del lager di Dachau fu «semplicemente l'ultima oblazione di una vita tutta spesa per gli altri». Quel ragazzo che si era formato al ginnasio Pascucci di Dentecane, dopo la laurea in giurisprudenza arriva alla regia questura di Fiume il 15 novembre 1937, con l'incarico di occuparsi di un ufficio, quello per gli stranieri, collocato al terzo piano, che di lì a poco diverrà "il canale fiumano", l'unica via di salvezza per migliaia di uomini nati sotto la Stella di David. In queste pagine scorrono le testimonianze vive di tanti uomini e donne che nel volto pallido ed esile del questurino irpino, il penultimo di Fiume italiana, hanno incontrato il sacramento dell'umanità, quello vero, quello che resta.
Fino a quando svettò il tricolore sulla questura fiumana, Palatucci restò al suo posto, compiendo il proprio dovere. Avrebbe potuto mettersi in salvo e raggiungere la sua donna in Svizzera. Preferì aiutare gli ebrei, difendere l'Italia dall'occupazione nazista, e questa testimonianza di fedeltà lo portò alla baracca numero 25 di Dachau, dove morì a soli 36 anni di tifo petecchiale. Fu sepolto in fosse comuni, fuori dal lager, sulla collina di Leitenberg, così diversa dalla verde terra delle sue radici.  Mal a storia non lo ha dimenticato. Il treno che lo portò via non uccise la sua speranza nell'uomo e se allora sembrò che potesse essere solo una matricola, la 117826, il tempo ha reso giustizia al suo cuore, consegnando la purezza dei suoi ideali e delle sue azioni concrete alla memoria di quanti credono in un futuro migliore. A quelli che gli erano vicini, in tanti momenti di difficoltà ripeteva un'espressione dialettale e forte dei contadini irpini: «Nun ce penzà». Nel 2002 è stato aperto il processo di beatificazione di Palatucci, che viene dopo il massimo riconoscimento ebraico, quello di "giusto tra le nazioni" Una prova, sottolinea il testo, della forza dei valori ebraico-cristiani di solidarietà. 

 

ALESSANDRO VISANI: LA CONQUISTA DELLA MAGGIORANZA

Nella primavera del 2004 ricorre l'ottantesimo anniversario delle elezioni politiche del 1924 che, rappresentarono un punto di svolta per la storia italiana e un momento decisivo della parabola mussoliniana. Con quelle elezioni Mussolini poté dotarsi di una maggioranza parlamentare certamente più affidabile di quella che lo aveva sostenuto nei primi mesi della sua esperienza ministeriale. Quella maggioranza, formatasi in occasione della consultazione del 6 aprile, permise a Mussolini, una volta superate le gravi difficoltà seguite al delitto Matteotti, di avviare un rapido processo di smantellamento e di definitiva liquidazione dello stato liberale che portò infine all'instaurazione della dittatura e alla costruzione degli assetti di base dello stato totalitario. Buona parte della storiografia italiana, anche quella più recente, ha generalmente attribuito lo straordinario successo ottenuto dalle liste nazionali (o "listone fascista", come fu definito dalle opposizioni) al meccanismo elettorale (legge Acerbo) e al generale clima di violenza e di intimidazione che caratterizzò in molte zone d'Italia le
settimane della campagna elettorale. Si tratta però di un giudizio solo in parte sufficiente a giustificare il risultato della consultazione, che non tiene in debita considerazione altri importanti fattori che, di fatto, contribuirono in maniera determinante al largo successo ottenuto dalle liste governative. Trascurare questi fattori o semplicemente non tenerne conto (qualunque sia la ragione di tale scelta) significa rinunciare a capire i meccanismi e le dinamiche, lo sfondo e i motivi che permisero in Italia il crollo dello stato liberale e la fine della democrazia. Nel lavoro sono stati utilizzati prevalentemente documenti presenti presso l'Archivio Centrale dello Stato di Roma che mai, fino a questo momento, erano stati usati negli studi dedicati all'argomento.

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO: LE UOVA DEL DRAGO

Fatti di storia vera in Sicilia tra il 1943 ed il 1947. Poco prima dello sbarco angloamericano in Sicilia, il Muftì di Gerusalemme invia 11 agenti segreti, mussulmani, per rinsaldare l'alleanza ed i comuni obiettivi arabo germanici. Agenti che opereranno travestiti da frati e con la benevolenza e l'accoglienza dei conventi dei Cappuccini. Una lettura che spiazza, un  racconto che si leva da una sponda davvero aliena. Nell'immaginazione di Buttafuoco, il mondo corrusco e taciturno delle saghe nordiche si fonde con la loquace solarità mediterranea nell'unione più bizzarra eppure più coerente che si possa immaginare.

 

 DANIELA SANTACHE’:  LA DONNA NEGATA – DALL’INFIBULAZIONE ALLA LIBERAZIONE 

Un libro di Daniela Santanchè rivendica alla destra un ruolo-guida nel dialogo con le donne islamiche e nell’avvio di una stagione di integrazione e accesso ai diritti.

La vicenda delle vignette blasfeme, gli incendi alle ambasciate, i brividi del fanatismo che tornano a diffondersi dagli schermi, sembrano rianimare il ”partito della Fallaci”, e in particolare la sua ala leghista. E c’è chi vorrebbe tirar dentro al gorgo anche la destra italiana, magari afferrandola per i capelli di Daniela Santanchè, parlamentare di An e autrice di un saggio che tra pochi giorni sarà in libreria. La donna negata-Dal’ìnfibulazìone atta liberazione (Marsilio Editore, 118 pagg.). Un commentatore di Radio Teheran ha accusato ieri l’autrice di «aver attinto a piene mani ai pregiudizi sull’Isiam»: un caso curioso di polemica preventiva, poiché non si vede come il libro possa essere già arrivato in Iran, visto che in Italia ancora deve essere distribuito. E allora, forse è meglio parlarne subito, per sgombrare il campo dagli equivoci. Il libro, attraverso le storie di quattro donne musulmane, racconta la condizione delle
nostre “vicine di casa”: le migliaia di arabe e africane che vivono nelle città italiane secondo regole, accettate o imposte dal loro contesto famigliare, lontanissime dalla griglia di diritti e doveri che siamo abituati ad attribuire alla civiltà occidentale. In un’Europa dove non c’è discetto politico che non citi la parola ”integrazione”, queste storie-associate a una massa di dati sulla scolarizzazione, l’impiego, i livelli di reddito e le relazioni con i Paesi d’origine - rivelano l’esistenza di vaste enclave interdette a qualsiasi forma di dialogo. Sono enclave dove dominano altre norme, altre visioni, altri poteri, le enclave di un’Europa pigra, distratta o semplicemente indifferente, che accoglie milioni di donne islamiche ma non le protegge, utilizza il loro lavoro ma non risponde alle loro domande, teorizza la società  multiculturale ma non si preoccupa di fissare ne limiti, ne regole, ne sanzioni.

In questo contesto, scrive la Santanchè, «chi dovrebbe stare dalla parte degli oppressi, se non altro per tradizione politica, finisce invece sempre più spesso per pendere dalla parte degli oppressori». E a proposito, il libro cita un lungo e illuminante elenco di prese di posizione provenienti dall’area della sinistra, dalla giornalista Ritanna Armeni, che invita a «non osannare i modelli dell’Occidente per contrapporti alta barbarie degli altri» quando si parla di libertà femminili; alla sinistra milanese, che si batte per la conservazione della scuola-ghetto di via Quaranta; a Franco Ferrarotti, che difende il burqa presentandolo come una sorta di moda esotica.

In questo mondo alla rovescia, come lo definisce Magdi Allam, trovare la strada dell’integrazione è già difficile, ma diventa impossibile se si segue lo schema dei pregiudizi ideologici del progressismo, che sembra aver assunto la difesa d’ufficio della visione più fondamentalista e retriva dell’Isiam in contrapposizione all’odiato modello Occidentale e alla tradizione cattolica che ad esso si accompagna.

Chi cerca una risposta, allora, non può che rivolgersi alla destra. Ed è questa, certamente, la parte più interessante del saggio: quella in cui si descrive - attraverso le parole delle dirette protagoniste, le donne musulmane - l’importanza dell’accesso all’istruzione, di norme che sostengano l’associazionismo delle donne immigrate, di regole - come quelle approvate di recente-che mettano chiaramente fuorilegge la barbarie dell’infibulazione o che aggiornino il concetto di riduzione in schiavitù, di iniziative per evidenziare e affrontare il dramma diffusissimo delle violenze domestiche.

Una delle più attuali testimonianze raccolte dal libro della Santanchè è quella di Souad Sbai, presidente del’associazione Acmid, che raccoglie le immigrate di origine marocchina, la grande maggioranza delle 30omila donne musulmane che risiedono in Italia. Souad ha fondato e dirige un giornale -Al Maghrebìya - diffuso anche in Spagna e in Francia e orientato su posizioni decisamente riformatrici. Fa parte della Consulta islamica, recentemente insediata dal governo. E racconta che l’Italia «tra tutti i Paesi europei è quello più generoso e più accogliente con la popolazione musulmana», e anche per questo può essere l’avanguardia di una «strategia dell’immigrazione che finora è mancata in tutta Europa, una strategia di lungo respiro che abbia il coraggio di scelte profonde e la forza per eseguirle». Uno dei .punti di partenza è senz’altro l’alfabetizzazione. L’85 per cento delle immigrate musulmane che arrivano in Italia provengono da zone rurali, le più arretrate dei loro Paesi. Sono praticamente analfabete: non leggono, non scrivono, spesso non sono in grado nemmeno di riconoscere il numero dell’autobus che devono prendere perché non sanno contare da uno a dieci. Una seria campagna d’istruzione, magari collegata al rinnovo dei permessi di soggiorno, potrebbe essere il punto di partenza per imboccare la strada dell’integrazione.

Questo il tono del libro, che si avvale anche della postfazione di Ornar Camiletti, studioso di dottrina islamica, membro della Lega musulmana mondiale ed esponente della moschea di Roma. Dove sono i «pregiudizi» contestati da Radio Teheran? Dove sta, per citare il titolo di apertura de Il Riformistai, «la corrente Fallaci che cresce a destra»? Semmai, se un appunto si può fare al saggio, forse riguarda la prefazione a Umberto Veronesi, che da un punto di vista rigidamente laico affida la speranza del dialogo con l’Isiam all’affermarsi «di una sorta di Illuminismo islamico che potrebbe trovare una leva proprio nel mondo femminile». Il punto di vista dell’illustre scienziato è certamente politicallycorrect, ma non sembra il più utile (vedi la lezione francese, dallo scontro sul velo alla rivolta delle banlieu) per spianare la strada al dialogo con un mondo che fonda sulla religione la sua stessa identità e che va affrontato per quel che è, e non per quello che ci farebbe comodo fosse.

 

Racconti, diari, pagine d'evasione e ambiziosi progetti editoriali:

così molti autori non-conformisti fanno concorrenza agli onorevoli romanzieri della sinistra

(Secolo d’Italia – 28 gennaio 2006)


Chi fa politica ha bisogno ogni tanto di cose lievi: non proprio fughe nella fantasia, immersione nell'evasione, ma forse qualcosa che si avvicina ad un'escursione su terreni inesplorati e insoliti. E così la tentazione letteraria è sempre in agguato, tra un comizio e una conferenza, per addolcire propaganda e accademia con qualche sprazzo di riflusso nel privato. Sarà per questo che sono sempre più numerosi i politici che scrivono romanzi.

Il capofila di questa schiera di "romanzieri del tempo libero" è Walter Veltroni, del quale sta per essere dato alle stampe un romanzo giallo ambientato nella Roma anni Settanta. Da ultimo si è aggiunto Dario Franceschini, dirigente di spicco della Margherita, che ha pubblicato un romanzo dal titolo romanticissimo: Nelle vene quell'acqua d'argento. La storia di un uomo alla ricerca delle radici, degli interrogativi della giovinezza. Una scelta che contraddice il prosaico assunto di un democristiano esperto come Ciriaco De Mita: «Quello non sarà mai un politico: scrive romanzi». E invece l'antropologia del politico sta cambiando: scrivere romanzi, lasciando le "sudate carte" delle interrogazioni parlamentari, fa guadagnare ai leader un'aureola più umana. Insomma va di moda. E non solo nella galassia del centrosinistra.

Anche sul versante opposto ci si lascia sempre più spesso catturare da un tipo di scrittura che con la sociologia e con la saggistica non ha nulla a che vedere. Molti sono i titoli in preparazione a destra da parte di politici e intellettuali che, magari dopo essersi dedicati all'ideologia, tirano le somme con scritture più "esistenzialiste". Non è affatto detto, allora, che saggistica e politica debbano per forza andare a braccetto. Ciò che si scrive per diletto, per sfogo, per hobby, per divertimento, per caso o per gioco può alla fine risultare molto più serio dei testi legati alla propria professione. Un talento come Jane Austen non scriveva forse futuri capolavori pensando che non valessero nulla e vergognandosi persino di farli leggere ai parenti più stretti? E la trama di un fenomeno letterario di successo mondiale come la saga di Harry Potter non venne in mente alla Rowling mentre viaggiava tranquillamente in treno lasciando vagare i suoi pensieri in libertà?

Fatte le debite proporzioni, allora, è il caso di dare anche ai politici una chance. Il serio e contenuto direttore del Tg2 Mauro Mazza, per esempio, a modo suo ha intrapreso una sorta di "ricerca del tempo perduto": un po' per divertimento e un po' per nostalgia Mazza sta scrivendo un diario della sua esperienza al Secolo d'Italia, dove lavorava con Alberto Giovannini, Gianfranco Fini, Gennaro Malgieri, Francesco Storace e Maurizio Gasparri. Scuola di giornalismo più scuola di vita. Titolo (provvisorio) I ragazzi dì via Milano.

E l'algido Adolfo Urso, un politico-intellettuale che ha dedicato quasi cinquecento pagine alla globalizzazione, ha adesso in animo sulla scia di Goethe - di dare alle stampe le sue impressioni di viaggio. Alle avventure che hanno affascinato l'infanzia di più generazioni si ispira invece Andrea Augello, ex-assessore al Bilancio della giunta Storace che, tra una cartolarizzazione e l'altra, ha ultimato il suo libro sul mito del Graal, le cui tracce ha seguito non solo attraverso le testimonianze letterarie ma anche con originali itinerari geografici. La supervisione del progetto è di Franco Cardini, uno storico che condensava così la sua passione per il Medioevo: «lo ho l'impressione che un cavaliere avrà sempre più fascino di un agente di cambio...». Ha cercato di astrarsi dalle risse dell'Aula Giulio Cesare anche Marco Marsilio, apprezzato consigliere comunale capitolino, il quale è in questi giorni impegnato nella presentazione della sua opera prima. Stavolta si tratta di un saggio, ma assolutamente controcorrente, com'è nella tradizione della "comunità" dove Marsilio è i cresciuto, la storica sezione romana di Colle Oppio. Il suo libro si chiama Il razzismo. Un'ori-
gine illuminista,
l'ha stampato Vallecchi e se ne parlerà lunedì prossimo in Campidoglio. La tesi di Marsilio è così sintetizzabile: a torto si iscrive l'ideologia razzista nel dna culturale della destra, laddove invece esso è il frutto degenerato dell'illuminismo, della sua lettura materialista dell'uomo del quale si nega la superiore dimensione sacra. Furono proprio i filosofi dei "lumi" a inserire l'uomo nell'ambito della storia naturale, criticando la dottrina biblica della comune origine dell'umanità.

È nei romanzi, tuttavia, che con più prepotenza si insinuano e si intrecciano i miti che hanno nutrito le passioni giovanili di chi si è schierato a destra. E tra quelli che, già finiti o in fase di ultimazione, giacciono nei cassetti degli intellettuali d'area il campionario dei sogni irrealizzati ma sempre prediletti è vastissimo.

Gabriele Marconi, l'autore di lo non scordo (romanzo di successo e libro cult sugli anni Settanta), da anni perfeziona un altro romanzo, dedicato all'impresa fiumana, dal titolo Le stelle danzanti. È la storia di due giovani arditi, Giulio e Marco, che dopo l'assalto del Col Moschin cementano la loro cameratesca amicizia a Fiume, teatro di quel clima rivoluzionario di cui la storia del Novecento è prodiga: qui si incrociano patrioti, artisti, rivoluzionar! e avventurieri d'ogni parte d'Europa. Giulio e Marco non potevano trovare terreno più fertile per far germogliare i loro inquieti sogni di gloria. Se nel romanzo di Marconi è l'amicizia il tema che fa da filo conduttore, in quello cui Filippo Rossi (già coautore con Luciano Lanna del saggio-dizionario Fascisti immaginari) sta lavorando da mesi il mito ispiratore è la gioventù. Il titolo è "segretissimo", la trama pure, l'intento no: si tratta di cogliere l'archetipo del giovane tipico del Novecento attraverso un io narrante che filtra le vicende storiche di quel secolo dove per la prima volta sono i vecchi a rincorrere le nuove generazioni.

«Provocatorio», «goliardico» e un po' «allucinatorio»: così Aldo Di Leilo, saggista, direttore della rivista Imperi e capo del servizio cultura del Secolo, definisce il suo primo romanzo, una storia in forma letteraria della Seconda Repubblica vista da un protagonista di destra che, attraversando eventi, incontrando personaggi simbolo maggiori e minori della stagione che va dai primi anni Novanta ad oggi, matura delusioni e nuove certezze dipingendo uno scenario ironico e a volte grottesco. Sul titolo Di Leilo è ancora indeciso, ma non sul sottotitolo, che recita con convinzione: romanzo psicopolitico, il che-provenendo da un'area che ha sempre disprezzato i gli avvitamenti della psicanalisi freudiana - è già una piccola-grande notizia.

Allo stesso mondo umano e politico si rivolge il libro (in uscita ad aprile per i tipi di Marsilio) di Angelo Mellone, tra le penne più in vista dell'intellighentia di An. Il suo - si intitola Di' qualcosa di destra - è sì un saggio, ma di costume, e si propone di cogliere le tendenze - ancora forse non adeguatamente rappresentate - che fanno da sfondo alla destra pop maggioritaria nel Paese. Mellone non la chiamerebbe "destra diffusa" ma "postfascismo pop" o "destra inconsapevole", ancora in transizione, contaminata dai fenomeni popolari e di massa ma non dal palazzo, e capace di lanciare segnali in profondità che, più che attraverso i disegni di legge, si cristallizzano ad esempio nel plastico saluto romano del calciatore Paolo Di Canio.

Sempre con Marsilio pubblica il suo primo libro un'altra autrice di destra, Daniela Santanchè, parlamentare di An e dirigente del dipartimento femminile. Si chiama La donna negata ed è un racconto drammatico, con testimonianze dirette, sulle condizioni di vita delle donne musulmane nei loro Paesi e in Italia. Raccogliendo le sconvolgenti testimonianze di tante immigrate (da Amina, un'algerina picchiata a sangue insieme ai due figli piccoli perché non accettava la convivenza con la seconda moglie del marito, a Hirsi Ali, ispiratrice del cortometraggio Submissionì) e collaborando con le associazioni che rappresentano il milione.di donne jslamiche che vivono in Italia, il testo ci consegna una lucida analisi sui diritti ancora non acquisiti da parte della maggioranza delle donne musulmane. Alle donne, quelle a torto considerate protagoniste minoritarie di una destra che il luogo comune tende a rappresentare come maschilista e antifemminista nel senso deteriore del termine, è dedicato invece il libro in preparazione di Isabella Rauti e Annalisa Terranova. Una storia di tipi e figure - le ausiliario, le testimoni, le intellettuali, le missino, le militanti, le guerrigliere degli anni Settanta, le anticipatrici della rivista Eowyn, le pasionarie del Fdg, le elette di An – che nessuno ha fino ad oggi raccontato dando la parola alle protagoniste dirette di quel percorso ancora in ombra. Ancora storie che andavano raccontate.

 

 Massimo Pandolfi - Simona Pletto: "Un poliziotto in galera"

II titolo assomiglia molto a quello di un romanzo o a un film d'azione.  Nulla di tutto questo, è la storia vera e dolorosa di Ivan Liggi, Agente della Polizia Stradale che in questi giorni "compie" il primo anno dietro le sbarre, dove sta scontando la pesantissima condanna definitiva a 9 anni e 5 mesi. Unico poliziotto in galera per un omicidio commesso durante un'azione di servizio, l'inseguimento di una macchina il cui conducente non si era fermato all'alt (Rimini - febbraio 1997).

Da questa tragica vicenda, dalla quale sono purtroppo scaturite due vittime, è nata una storia scritta a due mani da Massimo Pandolfì e Simona Pletto, due giornalisti che si sono calati nel
fatto, che hanno voluto capire come possa da un inseguimento su una vettura di servizio e un colpo di pistola che determina la morte di un uomo, scaturire una condanna per omicidio
volontario, che lascia in galera un agente, mentre collaudati criminali autori di efferati delitti riescano a rimanere fuori.

I due giornalisti hanno sentito Ivan, hanno raccolto testimonianze, hanno ascoltato pareri. Hanno aiutato Natale, un padre disperato che oggi deve affrontare i costi, per lui elevatissimi,
della restituzione al Ministero della somma del risarcimento alle parti civili. Ivan è dentro, rassegnato ma non piegato, addolorato per l'accaduto, ma sereno al cospetto della sua coscienza, con la divisa ancora dentro di sé, ma dentro ora c'è lui, in attesa che la pratica della sua domanda di grazia trovi la giusta attenzione.

Il libro di questa sua assurda storia, che mai avrebbe voluto vivere, è stato presentato dagli autori al Teatro Verdi di Cesena il 25 Ottobre 2005.

Acquistare una copia del libro (€.10,00=) sarà un modo per non dimenticare, per aiutare e sostenere Ivan a superare questa strettoia della sua ancora giovane vita. Vita di poliziotto oggi
in galera. 

Il libro non è in distribuito nelle librerie, chi è interessato a richiederne una copia può inviare e-mail a infotiscali@coordinamentopgan.it

 

Luca Telese: "Cuori Neri"

Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli. 21 delitti dimenticati degli annidi piombo: il primo morto di piazza, il primo omicidio delle Brigate Rosse, il primo agguato di Prima Linea. Storie note e meno note, vittime e carnefici, una serie di delitti che sono il romanzo criminale degli anni di piombo. 21 morti, un unico filo di sangue che attraversa un decennio complesso di storia italiana. Ventuno ragazzi freddati nella guerra spietata degli anni di piombo: mitizzati dai loro camerati, demonizzati dai loro nemici, dimenticati da tutti gli altri. 

Ugo Venturini, 18 aprile 1970 - Carlo Falvella, 7 luglio 1972 - Virgilio e Stefano Mattei, 16 aprile 1973 - Emanuele Zilli, 5 novembre 1973 - Graziano Giralucci, 17 giugno 1974 - Giuseppe Mazzola, 17 giugno 1974 - Mikis Mantakas, 28 febbraio 1975 - Sergio Ramelli, 29 marzo 1975 - Mario Zicchieri, 29 ottobre 1975 - Enrico Pedenovi, 29 aprile 1976 - Angelo Pistolesi, 28 dicembre 1977 - Franco Bigonzetti, 7 gennaio 1978 - Francesco Ciavatta, 7 gennaio 1978 - Stefano Recchioni, 7 gennaio 1978 - Albero Giaquinto, 10 gennaio 1979 - Stefano Cecchetti, 11 gennaio 1979 - Francesco Cecchin, 16 giugno 1979 - Angelo Mancia, 12 marzo 1980 - Nanni De Angelis, 5 ottobre 1980 - Paolo Di Nella 2 febbraio 1983 

 

Andrea Spiri: Il Socialismo europeo e il sistema internazionale.

 Da Il Secolo 8 marzo 2006

 Il riformismo di Bettino Craxi oggi torna di grande attualità. Nella recente storia della sinistra italiana la figura del  leader socialista continua a suscitare ambigui imbarazzi. Esce una raccolta di saggi dedicata all'ex segretario del Psi, Bettino Craxi, II socialismo europeo e il sistema internazionale (a cura di Andrea Spiri, Marsilio, pp. 224, euro 18). Il libro affronta lo scontro tra socialisti e comunisti italiani negli anni Settanta e Ottanta nel campo della politica estera, e il diverso atteggiamento tenuto dai due partiti nei confronti dei regimi comunisti e dei dissidenti dell'Est.

Craxi è stato un alfiere dell'anticomunismo, soprattutto in politica estera. Ha sempre tenuto con estrema decisione un filo diretto con il mondo degli intellettuali più rappresentativi del dissenso. La solidarietà e il sostegno del leader socialista agli oppositori del regime comunista non verranno mai a mancare. Non è un caso che esponenti dell'opposizione socialista e democratica cecoslovacca come jirì Pelikan (che diventò nel 1979 europarlamentare del Psi) e Vàclav Havel, di quella polacca come Adam Michnik, dissidenti sovietici come Andrej Sacharov, trovano in Italia un forte sostegno per la propria causa nel Psi di Craxi.

Il premio Nobel deve a Bettino Craxi la libertà. Infatti Gorbaciov, su richiesta del segretario socialista, lo aveva liberato dal confino nel 1987. Nel maggio del 1989 Sacharov fu invitato al congresso socialista che si svolgeva nei capannoni dell'Ansaldo.
Cosi scrive nelle sue memorie: «Entrammo nella sala e salimmo sul palco in mezzo agli applausi. Craxi ci presentò, lo dissi che eravamo li in segno d'amicizia e di riconoscenza, perché Bettino Craxi e i socialisti italiani ci avevano aiutato negli anni difficili. Anche altri di altri paesi ci hanno aiutato, ma il vostro aiuto è stato il più grande!».

È’ importante leggere anche le parole di Lech Walesa, che con il suo intervento chiude questa raccolta in cui firme autorevoli (tra cui Sergio Romano, Gaetano Quagliarello, Antonio Ghirelli, Piero Craveri) si cimentano sulle esperienze europee del socialismo italiano di Bettino Craxi e sui mutamenti epocali che hanno portato al crollo del muro di Berlino.
«Non saprei dire - scrive il protagonista delle giornate di Danzica e leader di Solidarnosc - oggi, come sarebbero andate le cose se non ci fossero stati leader della portata di Bettino Craxi. Ma potrei azzardare un'ipotesi: il sistema dell'oppressione sovietica avrebbe continuato a imperare e, con ogni probabilità, a produrre continuo spargimento di sangue».

Senza l'appoggio concreto di Craxi non si sarebbe realizzata l'importante esperienza della Biennale del dissenso, che si svolse a Venezia nel 1977. Questa manifestazione si prefìsse lo scopo di portare al di là della cortina di ferro le opere degli artisti e degli intellettuali dissidenti. «Non è un'impresa da poco conto - raccontano Andrea Spiri e VictorZaslavsky - E in effetti, la scelta di dedicare l'edizione del 1977 della Biennale di Venezia al dissenso culturale nell'Unione Sovietica e nei paesi dell'Europa Centrale e Orientale suscita reazioni e polemiche a catena. Si muove lo stesso governo sovietico che fa sapere, a mezzo di proteste ufficiali, di considerare il programma della Mostra del dissenso una unilaterale manifestazione di antisovietismo».

Il grande successo di visitatori decretò l'importanza della mostra, che fu considerata dall'opinione pubblica la più importante iniziativa assunta da un'istituzione di livello internazionale per favorire la libertà di espressione nel campo dell'arte, della cultura e delle idee. Per tutto questo fu decisivo l'appoggio di Bottino Craxi. Nel frattempo l'atteggiamento dei comunisti nei confronti dell'Est continua ad essere ambiguo. Il Pci da un lato condanna i fatti di Praga, dall'altro mantiene un saldo legame con l'Unione Sovietica, la cui funzione di baluardo contro l'imperialismo non veniva assolutamente meno. Craxi vuole realizzare un partito atlantico e dimostrare, come giustamente osserva Sergio Romano, che il Psi non è succube del Partito comunista. Appartiene a questa strategia il sostegno al dissenso nei paesi satelliti e in particolare a quello cecoslovacco. Il Psi deve essere un partito europeo, in sintonia con i maggiori partiti socialdemocratici dell'Europa Occidentale.

Craxi già dai giorni del Midas aveva in mente il suo disegno politico. L'obiettivo principale era quello di realizzare una sinistra riformista. Questo poteva avvenire solo procedendo al ribaltamento di forze tra socialisti e comunisti. Nel disegno politico di Craxi il suo forte anticomunismo fu determinante e scomodo, se si pensa che nel nostro Paese in quei tempi avevamo il più forte Partito comunista d'Europa. Il volume curato da Andrea Spiri prende in esame quest'aspetto che sarà sempre alla base della politica del leader socialista. Craxi, nell'appoggiare culturalmente e politicamente le ragioni del dissenso, fu uno dei primi leader politici a intuire che il sistema sovietico si sarebbe polverizzato. «Spero vivamente - scrive Lech Walesa - che vi saranno persone disposte a riconoscere i meriti dei grandi uomini e che la storia renda indimenticabili i nomi di coloro che hanno osato fare cose realmente grandiose».

Gli studiosi che hanno contribuito con le loro analisi alla stesura di questo libro pongono l'accento sull'influenza che il Craxi anticomunista e libertario, ha avuto sulla sua stessa politica estera, sempre tesa a rivendicare il rispetto dei diritti umani.

 

Alessandro Campi: La Destra di Fini. Dieci anni di Alleanza Nazionale .

Dal Secolo 9 marzo 2006 alcuni stralci del libro di Alessandro Campi.

 Dalla sua nascita, nel gennaio 1995, Alleanza Nazionale è stata al centro di un crescente interesse da parte di studiosi e ricercatori: sono molti i lavori per chiunque sia interessato a conoscere in dettaglio - cifre e numeri alla mano - la storia e il profilo organizzativo di questo nuovo soggetto politico che rappresenta nello scenario odierno la destra politica italiana. Per quanto mi riguarda, ho preferito concentrarmi -ma sempre prendendo spunto dall'attualità e con un taglio in senso lato giornalistico - sui dilemmi politici che esso si è trovato ad affrontare nel corso degli anni, sulle scelte che ne hanno caratterizzato l'azione di governo, sulle discussioni che ne hanno segnato la vita interna e, per finire, sulle contraddizioni che, a mio giudizio, ne hanno accompagnato l'evoluzione "ideologica". In particolare, tenuto anche conto delle caratteristiche culturali e organizzative di Alleanza Nazionale - modello quasi pure di "partito con un leader", fortemente connotato in senso monocratico e "cesaristico" Mi sono sof-fermato sul ruolo del suo fondatore e presidente, nella convinzione, resa esplicita sin dal titolo di questa raccolta di saggi e studi, che il progetto teso a modernizzare, non senza traumi e scosse, una destra politica come quella italiana, rimasta per decenni prigioniera dei propri fantasmi e attraversata da impulsi contraddittori, sia indissociabile dal nome.e dall'azione di Gianfranco Fini. Alleanza nazionale non è stata soltanto, come spesso si è detto, la scommessa di una generazione alla ricerca, dopo cinquant'anni nel corso dei quali la destra ha svolto un ruolo assolutamente marginale nella vita pubblica italiana, di un'occasione per smetterla finalmente con la nostalgia e il culto sterile delle memorie. È stata anche, per molti versi, la scommessa dell'uomo politico che più di altri, non senza fasi d'arresto e errori tattici, ma sempre con convinzione e determinazione, ha scelto di battere la via di un profondo cambiamento, dovendo peraltro spesso scontrarsi con le resistenze provenienti sia dagli apparati interni del partito sia, più in generale, da certe componenti- le più orientale in senso "tradizionalista" e le meno disposte a mettersi in gioco -del mondo della destra culturale.

A quali risultati è approdata sino a oggi questa sfida? Quali traguardi si possono immaginare per il futuro più o meno immediato? Gli elementi politico-intellettuali in evoluzione stanno facendo emergere una destra moderna ed europea, quale quella che Fini e il gruppo dirigente di Alleanza nazionale stanno cercando di realizzare. Volendo ricordarne alcuni, direi che una simile destra è contraddistinta, per cominciare, da un forte senso delle istituzioni e della sfera pubblica (cosa assai diversa dallo statalismo); dalla difesa della centralità della politica a fronte di qualunque tendenza (dal populismo alla tecnocrazia) tesa a svalorizzarne il ruolo regolativo; dall'accettazione del professionismo politico contro ogni demagogia antipolitica; dal senso della continuità storica nella vita di una collettività (che è cosa diversa dal tradizionalismo o dal passatismo); da un'etica dell'agire politico improntata alla responsabilità pubblica; dalla tutela dell'interesse nazionale nel quadro di una visione della politica mondiale che non disdegna il linguaggio della potenza (che non è il linguaggio della forza o della violenza armata); dalla valorizzazione della meritocrazia intesa criterio di promozione sociale; da una visione solidale, non assistenzialistica e parassitaria, della società; da una concezione dell'economia in grado di bilanciare la libera iniziativa privata con la giustizia sociale; da una forte attenzione alla dimensione simbolico-religiosa dell'esistenza umana nel rifiuto di qualunque confessionalismo; dal realismo politico inteso come abito mentale del buon governante, caratterizzato da prudenza, misura e ragionevolezza; dalla difesa dell'unità e del sentimento nazionali nel quadro di una concezione pluralistica e aperta dell'appartenenza
collettiva; dall'europeismo visto come conciliabile con la tutela della sovranità politica nazionale; da un'idea di società incentrata non sull'individuo (titolare esclusivo di diritti), ma sulla persona (depositaria al tempo stesso di diritti e doveri, strettamente connessi allo status di cittadinanza politica); da un approccio empirico e pragmatico ai problemi sociali e politici (cosa assai diversa dal pragmatismo). Nascerà mai, in modo compiuto, una simile destra? Troverà elettori in numero sufficiente e intellettuali disposti a difenderla?

Il consolidamento di una "destra riformista" (quale in parte già è, quanto meno nelle sue premesse e nei suoi obiettivi, Alleanza nazionale) è non solo un auspicio intellettuale, ma una necessità del sistema politico italiano.

Per un lungo periodo, in Italia la politica ha subito il condizionamento negativo delle ideologie. I partiti, invece di confrontarsi sui programmi, si contrapponevano in maniera pregiudiziale e schematica, senza quasi mai entrare nel merito dei problemi. Ogni formazione politica portava con sé una visione astratta della vita sociale e dell'ordine politico, la cui validità ed applicabilità nella storia non veniva mai messa in discussione. La cosiddetta "crisi delle ideologie" ha prodotto uno scombussolamento radicale: ha messo in crisi culture politiche radicate ed ha costretto tutti gli attori politici a ridefinire la loro identità ed il loro profilo. Naturalmente, essersi liberati dalle ideologie (che per definizione sono rigide e astratte) non significa rinunciare alle idee ed alla dimensione progettuale: non significa convenirsi al pragmatismo ed alla politica del giorno per giorno. Significa - o, per lo meno, dovrebbe significare-"pensare la politica" in modo concreto e realistico, avendo
sempre ben presenti quali siano, nelle diverse situazioni, i rapporti di forza che si contrappongono, gli interessi reali in campo, i valori sui quali (essendo i valori per definizione non mediabili) non si può transigere e gli aspetti e le questioni sui quali, invece, si può trovare un accordo ed un compromesso. La filosofia del "riformismo" (di destra o di sinistra) in fondo è semplice:  non bisogna vagheggiare ciò che è impossibile (la pace universale, la società giusta e perfetta, un mondo definitivamente libero dalla violenza, una politica onesta ed irreprensibile, un universo nel quale tutti gli uomini sono eguali), ma cercare di realizzare ciò che è possibile tenuto conto delle imperfezioni e delle contraddizioni che sono intrinseche al mondo reale (come diceva Kant, l'uomo è un "legno storto": a volerlo raddrizzare per forza, si rischia di spezzarlo).

Uno storico come Ernesto Galli della Loggia ha evidenziato che la sinistra riformista ha, in effetti, una base culturale e una lunga e gloriosa tradizione culturale: manca però della forza necessaria ad acquisire un peso elettorale e una base di consenso adeguati. La sinistra riformista è forte culturalmente, ma debole politicamente. Ciò accade anche per colpe proprie al mondo riformista, vittima, sostiene Galli della Loggia, di un  atteggiamento mentale, di un vecchio riflesso condizionato, in virtù del quale "non si possono avere nemici a sinistra". In realtà, egli sostiene, la sinistra riformista diventerà ancora più credibile e politicamente forte nel momento in cui accetterà di porre dei confini netti e invalicabili tra sé e le posizioni della sinistra cosiddetta "massimalista" o "radicale". Non si può diventare egemoni, dunque, senza pagare uno scotto. E lo scotto consiste appunta nella rottura, senza più equivoci, con quella parte della sinistra che ancora ragiona e opera in modo ideologico e schematico, sulla base di vecchi preconcetti e di vecchi parole d'ordine. Mi sembra, in effetti, un'analisi molto lucida, anche se molto pessimista.

Quanto alla destra, vale in parte lo stesso discorso. Nella tradizione politico-culturale della destra, anche di quella italiana, ci sono orientamenti che si richiamano a posizioni di realismo ed altre che invece si ispirano a modelli culturali a loro modo "massimalisti": penso a certe forme rigide di tradizionalismo, a certe forme di liberismo sfrenato o, al contrario, di statalismo larvatamente autoritario, a certe forme di radicalismo populista. Anche la destra, insomma, se vuole muoversi sulla via del riformismo, se vuole proporsi come una realtà dinamica e modernizzatrice, all'altezza dei tempi,senza più nostalgismi e senza astruserie intellettualistiche, deve porsi il problema di rompere, sul piano delle idee e dello stile d'azione politica, con posizioni ed atteggiamenti in senso lato "radicali", che peraltro hanno sempre dimostrato una assoluta incapacità a misurarsi con la storia e con l'attualità. Il massimalismo di sinistra è spesso una utopica fuga in avanti verso un modo impossibile, il radicalismo di destra appare invece come una fuga all'indietro verso un mondo scomparso per sempre e forse mai del tutto esistito.

Alla luce di questo, non si tratta di perdere la propria identità, ma di costruirsene una nuova, all'altezza dei tempi. Una cultura, un mondo politico, incapaci di rispondere alle sfide della storia, sono fatalmente destinati a scomparire. I controrivoluzionari (penso ad autori come De Maistre o Bonaid) sono ancora oggi dei giganti del pensiero perché hanno saputo pensare, criticamente e in modo radicalmente conflittuale, la loro epoca storica, il loro tempo: non si può, oggi, riprendere alla lettera gli insegnamenti che ci hanno lasciato come se le sfide che abbiamo dinnanzi siano le stesse dell'e poca della Rivoluzione francese. Naturalmente, si potrebbero fare anche altri esempi: a partire ad esempio dal fascismo. La cui grandezza in termini storici è stata appunto quella di rispondere - culturalmente e politicamente -ai problemi di un'epoca storica specifica e particolare, che però è abissalmente diversa dalla nostra. La proposta di Fini sul voto amministrativo agli immigrati, ad esempio, se è apparsa "anomala" è perché nell'opinione corrente esiste una vulgata che tende ad associare il termine "destra" a posizioni sempre e comunque regressive, antimoderne, conservatrici, bigotte. Ma in realtà, le cose non stanno storicamente così. Lo "stato sociale", tanto per fare un esempio, è stato un'invenzione di una grande statista di destra: Bismarck. La sortita di Fini dimostra, semmai, come l'immagine diffusa ed abituale della destra sia ancora quella costruita alimentata dalla sinistra in modo polemico e riduttivo. Tra i compiti di una destra riformista ci dovrebbe essere anche quello di rovesciare certi cliché e certe visioni pregiudiziali. Non è scritto da nessuna parte che la destra debba essere xenofoba e socialmente retriva. A suo modo, la destra, e non è un gioco di parole, può essere - e in Europa e nel mondo lo è - "progressista", vale a dire riformista, modernizzatrice e socialmente avanzata.

 

LUIGI IANNONE: UNA DESTRA ATIPICA, G. PREZZOLINI: UN ITALIANO POLITICAMENTE SCORRETTO.

Una vera cultura non può che essere non-conformista» scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1965. Nel saggio sulla figura e sulle opere di Prezzolini, Una Destra atipica (De Prede editore), Luigi Iannone elabora una nuova sintesi, attraverso il filo conduttore del "politicamente scorretto" dell'intellettuale perugino. Dal ruolo di intellettuale scomodo, a quello di anarchico conservatore, passando per l'analisi delle riviste e «il giudizio sul fascismo. Un'analisi che non poteva prescindere dalla biografia, dalla storia personale e familiare agli incontri e le esperienze che, in quasi un secolo di vita hanno segnato il suo pensiero e il suo lavoro in modo inequivocabile. Il suo percorso professionale è stato rappresentato da una indubbia voglia di misurarsi con tutto ciò che offriva il panorama culturale, e la sua immensa produzione, pur avendo molte volte degli editori restii a pubblicarlo, gli consentì di elaborare compiutamente il suo pensiero nel quale è sempre stata evidente una linea di condotta chiara ed individuale. Un intellettuale simbolo di un conservatorismo che di rado ha assunto venature antimoderne e pre-ambientalistiche dell'ultimo Guareschi, ma si è tradotto in una critica serrata nei confronti di ogni retorica solidaristica, umanitaristica o imperialistica. Un pensatore "politicamente scorretto" perché, come sottolinea lannone " appartiene a quella esigua schiera di intellettuali che ha disapprovato l'ovvio, il banale, i facili giudizi e i complicati inerpicamenti filosofici". I.' insofferenza di Prezzolini nei confronti del socialismo e del welfare state nasce anche dalla consapevolezza che ogni sistema assistenziale si risolverà in uno spreco di contributi, da qui le sue simpatie per il sistema liberale che forse non teneva conto di altri fattori. Era, come ricorda l’autore, “un liberalismo antico, aperto verso socialità e partecipazione, non accecato, come il marxismo, da idilliache visioni e privo delle prospettive edonistiche che animano l’ottimismo del progresso liberale” Come scriveva nel suo Idearlo: “ Vedo con simpatia la partecipazione alla proprietà delle classi lavoratrici , dalla casa fino all’azione industriale, dalla cooperativa fino al fondo pensioni di ciascuna azienda (che premia con questa una lunga vita in essa), purché prendano forma individuale, esigano sforzo di risparmio ed eccitino l'orgoglio e l’indipendenza di ciascun nucleo familiare.” Prezzolino, coerente alla sua vita, se ne andò con sobrio distacco. Iannone, approfondendo il carattere, oltre ch eil suo pensiero, ricordando aneddoti spesso dimenticati, riprende una fase emblematica che riassume lo spirito e lo stile del grande conservatore: “Si potrà dir di me che giocai la mia partita tutto da solo, senza partiti, senza protettori, senza diplomi, senza un paese nativo (Siena, Perugia, Firenze: di nessuna città posso dirmi cittadino)”, come scriveva nei suoi Diari. 

 

PAOLO DI TARSIA DI BELMONTE: STORIE D’ITALIA PICCOLE E GRANDI NELLE ARRINGHE DI UN PENALISTA.  

La storia italiana può essere ricostruita da molti punti di osservazione. Ma quello di ripercorrerne alcuni momenti forti attraverso le arringhe di un avvocato dello Stato è sicuramente uno dei più originali. Uno dei più originali e, naturalmente, uno dei più produttivi di notizie. A inaugurare questo inedito filone, per così dire storiografico, è Paolo di Tarsia di Belmonte, Vice Avvocato Generale dello Stato, e autore del volume Storie d'Italia piccole e grandi nelle arringhe di un penalista. Tarsia è un avvocato che gode di grande considerazione. «In tutte queste arringhe - scrive Franco Coppi nella presentazione - assolutamente pregevoli sotto il profilo tecnico e ammirevoli sul piano formale, è agevole cogliere la partecipazione e l'impegno morale e sociale di un difensore consapevole del contributo che sta portando all'accertamento della verità». Secondo Giulio Andreotti (che firma la prefazione), questa pubblicazione è stata pensata per «per dare una una linea d'interpretazione obiettiva a vicende che suscitarono grande clamore (e anche tante speculazioni politiche connesse) in una stagione nella quale sembrò incrinarsi quel senso dello Stato che aveva consentito il passaggio indolore dalla dittatura alla democrazia». L'autore ha partecipato, ora come difensore ora come parte civile dello Stato, in quasi tutti i grandi processi politici degli ultimi quarant'anni. Dagli attentati dei terroristi altoatesini nei primi anni Sessanta al processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana, dal cosiddetto golpe Borghese ai fondi neri della Montedison ai fondi riservati del Sisde, dall’affaire Nomisma al processo per l'omicidio del sovrintendente della polizia Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano, fino al processo contro Oskar Piskulic, uno degli infoibatori che il giudice Pititto tentò di portare alla sbarra. Insomma, una vera e propria rassegna di fatti, fattacci e personaggi della nostra vicenda recente che è utile rileggere per capire un po' meglio tante oscure dinamiche che hanno reso l'Italia un Paese anomalo nel mondo delle democrazie occidentali. Lo spirito che anima di Tarsia è quello della valutazione obiettiva dei fatti al di fuori di ogni manipolazione ideologica, uno sport che è stato a lungo praticato in Italia e che ha spesso alterato l'idea della storia comunemente percepita. Di Tarsia emerge come uomo animato da un profondo senso dello Stato e del diritto e che, per tale motivo, si è trovato spesso a duellare contro i tanti ideologi con la toga (magistrati oppure avvocati difensori) che hanno fatto la loro comparsa nelle cronache nazionali degli ultimi decenni. Pur nella gravita delle situazioni riportate alla memoria, non manca, in queste pagine, ne il senso dell'ironia ne il coraggio di rintuzzare pesanti argomentazioni politiche. Vale la pena ricordare quanto di Tarsia annota su Catanzaro a proposito della deviazione del «processo dai suoi fini» e di come si colse l’«occasione per un pesante attacco alla maggioranza di governo (il processo si svolge nel 1978, ma i fatti si riferiscono al 1969 n. d. r.), accusata di connivenza, complicità, di coperture criminose». L'autore ricorda lo «schieramento dei difensori di parte civile, tutti o quasi tutti militanti del Pci di fronte a un testimone come Giulio Andreotti, il primo presidente del Consiglio dei ministri di un governo di solidarietà democratica, in cui la partecipazione esterna al governo del Pci era per quest'ultimo un vantaggio da non disperdere». Ma «occorreva comunque tenere alta la tensione». Un processo che fu «soprattutto un'occasione di scontro a livello politico». La giustizia piegata a interessi politici è storia vecchia, una storia che, purtroppo, sempre si rinnova. Talvolta la giustizia è occhiuta, pignola e tenace. Talaltra è corriva, indulgente e un po’ svagata. Nel 1989 di Tarsia si trovò a difendere tre ambasciatori accusati di peculato in relazione all’affaire Nomisma, società presieduta da Romano Prodi, che al tempo era anche presidente dell'Iri. Fu uno dei casi più grotteschi della declinante Prima Repubblica. Era stata stipulata una convenzione tra ii centro studi prodiano e il ministero degli Esteri a proposito di iniziative di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Ne vennero fuori delle belle. Vi furono studi -come si legge in una interrogazione parlamentare firmata nel 1989 da Mellini, Staiti di Cuddia, Biondi e D'Amato- che risultarono «ricopiati da enciclopedie e pubblicazioni varie (tra l'altro sulla riproduzione degli asini in Somalia, sulla velocità e autonomia di marcia del cammelli del deserto eccetera)». I tre diplomatici furono assolti con la formula piena perché il fatto «non sussiste». Prodi fu invece prosciolto in istruttoria con una sentenza che lascia un po' riflettere. Vi si parla di un testimone che non fu sentito in virtù del suo «sollecito trasferimento» per «altra lontana sede». Che strano, un'istruttoria si conclude perché un testimone s'è trasferito all'estero. Non poteva essere egualmente sentito e temporaneamente richiamato in Italia, trattandosi peraltro di un pubblico funzionario? Cosa ha impedito al giudice istruttore di convocarlo? Si dice che la Giustizia sia bendata. Ma ogni tanto, da sotto la benda, la dea riesce a fare l’occhiolino. 

 

MARCELLO STAGLIENO: L’ITALIA DEL COLLE

 Scandagliare le vicende politiche e istituzionali dei sessant'anni di storia repubblicana che abbiamo alle spalle e raccontarle in un libro che unisca storia e cronaca, aneddoto e analisi caratteriale dei singoli protagonisti è impresa che potrebbe far tremare i polsi anche allo storico professionista o a un attento notista politico di lungo corso. Marcello Staglieno, che si è cimentato in quest'impresa, ha avuto un'idea brillante nel suo nuovo volume L'Italia del Colle (Boroli editore), quella di far parlare la storia stessa dell'Italia attraverso la personalità, la statura istituzionale, il gioco dialettico dei partiti che hanno determinato l'elezione dei dieci presidenti della Repubblica che hanno abitato - alcuni sì alcuni no - il fatidico Colle, o meglio, "il" Colle per eccellenza, il Quirinale, come specifica il senatore Giulio Andreotti nella prefazione al volume. L'impresa è riuscita in pieno a Staglieno, giornalista - tra i fondatori del Giornale insieme ad Indro Montanelli, già condirettore responsabile del nostro quotidiano - saggista, studioso di letteratura tedesca e autore di numerosi volumi: è riuscito nel non facile compito di raccontare la storia della nostra Repubblica, ora sessantenne, fin dal suo nascere, il 2 giugno del 1946, analizzando figure complesse come quelle dei suoi dieci presidenti, complesse almeno quanto delicato è stato ogni singolo periodo storico che li ha espressi, di volta in volta, tra tensioni politiche e sociali, tra «defatiganti compromessi tra i partiti, all'insegna di giochi di potere, spesso tra l'annoiato disprezzo della pubblica opinione», scrive l'autore.

Staglieno, che è stato nella XII Legislatura vicepresidente del Senato, ha raccolto e annotato con pazienza e cura certosine giudizi, opinioni, lettere e confidenze di personalità d'eccezione del nostro
panorama politico, da Giovanni Spadolini - di cui sono riportate lettere e colloqui inediti - a Giulio Andreotti, oltre agli stessi presidenti della Repubblica che ha avuto modo di conoscere personalmente. Ma ha avuto anche l'opportunità di conoscere da vicino i grandi maestri del nostro giornalismo, da Montanelli ad Ansaldo, da Prezzolini ad Artieri a Bettiza, che di questi "primi 60 anni" di Repubblica sono stati oltreché testimoni diretti, acuti osservatori, "spietati" critici, e in molti casi, inascoltati profeti. L'amicizia personale di Staglieno con questi grandi giornalisti d'altri tempi rende il volume ricco di notazioni preziose che arricchiscono le analisi e la scansione cronologica degli eventi con il sapore delle cose vissute.
  

Anzitutto un particolare metodologico importante: l'autore considera a tutti gli effetti Luigi De Nicola il primo presidente della Repubblica italiana, a differenza di altre periodizzazioni storiche che iniziano il computo da Luigi Einaudi. Eletto infatti, il 28 giugno 1946 al primo scrutinio, capo provvisorio dello Stato dall'Assemblea Costituente, De Nicola divenne poi nel '48, per pochi mesi, il primo presidente della Repubblica italiana. Ma c'è anche un motivo conduttore alla base di questa scelta: c'è un filo rosso che lega Enrico De Nicola a Carlo Azeglio Ciampi come in una sorta di alfa e omega della storia repubblicana, un inizio e una fine. Non a caso Staglieno, "sparigliando" un po' lo stretto ordine cronologico, inizia la sua trattazione dalla fine, ossia dall'attuale nostro presidente: «Innanzi tutto – spiega - Ciampi è l'ultimo dei presidenti di una Repubblica che, se il referendum (quello del prossimo giugno n. d. r. ) sancirà le variazioni costituzionali in atto, risulterà ben diversa da quella generata da un altro referendum, quello del remoto 2 giugno '46... Si chiude con lui un ciclo: quello unitario che, nato nel 1861, si è protratto a tutt'oggi... L'Italia repubblicana - prosegue Staglieno - è sostanzialmente rimasta, sino al 2005, uno Stato unitario. A questo elemento strutturale - che fu esaltato dal Risorgimento (e dal fascismo, non a caso definito da Prezzolini «apice e fine del Risorgimento») l'antifascista Ciampi è sempre stato fedele». Per questo l'autore definisce efficacemente l'attuale presidente come «l'ultimo uomo del Risorgimento». Ed ha incarnato
magnificamente in tutto il suo settennato «queste valenze "repubblicane" che mai ebbero del tutto i primi due presidenti, lo stesso De Nicola e Luigi Einaudi, nel '46 e nel '48 ancora fedeli alla Monarchia». C'è insomma un dato unificante tra i due, che va al di là dell'essere stati presidenti e che è la comune appartenenza, con gli altri otto, a una Repubblica unitaria». Stagliene ribadisce a più riprese questo dato, sinceramente preoccupato per le incognite istituzionali,'tutte da verificare, nell'ipotesi che l'imminente referendum approvi le modifiche al nostro assetto costituzionale, soprattutto per quanto attiene alla devolution. Non sarà una stagione facile da affrontare sotto questo profilo, lascia intendere Staglieno, quale che sia la maggioranza che uscirà fuori dalle urne di questa competizione elettorale. Ciampi ha più volte espresso nei suoi discorsi ufficiali l'invito a rispettare il dettato costituzionale del giugno di sessant'anni fa. Ma dopo Ciampi? L'Italia del Colle oltre a fornire un excursus storico-politico rigoroso e dettagliato, offre, dunque, molti spunti di riflessione proprio in quanto "libro aperto", libro che, per sua natura, non ha una "conclusione" e che proprio per questo sentiamo vivo nel nostro orizzonte politico e intellettuale, in quanto compartecipi di una comunità di destino per la quale le vicende istituzionali del nostro Paese racchiudono un senso profondo.

Chi sarà il successore di Ciampi?, si chiede Staglieno. Quali caratteristiche - politiche e umane - dovrà avere per raggiungere il quorum necessario per l'elezione da parte del conclave laico che si riunirà a Montecitorio? Mai come questa volta le previsioni appaiono difficili. Ciampi ha ricevuto, negli ultimi mesi, molte sollecitazioni a ricandidarsi. «E l'ipotesi che Ciampi possa succedere a se stesso, avanzata da Fini il 20 novembre scorso, piace a molti». In questi anni si è guadagnato fama di uomo super partes, capace di raccogliere consensi diffusi nei due schieramenti. Ma prima di disegnare l'identikit del successore si dovrà attendere il risultato delle elezioni, dal qual dipendono le strategie immediatamente successive. Carlo Azeglio Ciampi è stato il decimo presidente della Repubblica Italiana, il primo scelto fuori dell'ambito parlamentare, il secondo (dopo Francesco Cossiga) ad essere stato eletto al primo scrutinio. Altri (Leone, Saragat, Pertini, Scalfaro) furono eletti dopo defatiganti bracci di ferro. Fatta eccezione per Cossiga, che lo escluse tassativamente, per Segni e Leone, che furono in qualche modo costretti a dimettersi, gli altri presidenti manifestarono tutti il desiderio di una riconferma nella massima carica dello Stato, racconta Staglieno in ritratti mai banali, mai condizionati dal "protocollo" che pur si deve a un presidente della Repubblica, ma anzi spesso irriverenti e fuori dalle righe. Dei primi due, i liberali De Nicola e Luigi Einaudi, viene sottolineato il fatto che contribuirono nel '22 all'avvento del fascismo e che poi, senatori del Regno, rimasero sostanzialmente fedeli alla Monarchia, tanto da votarla nel referendum. Gronchi, «eletto con una rivolta che oggi si definirebbe bipartisan», scrive Andreotti nella prefazione, rimane legato al suo "attivismo" in politica estera con il suo viaggio a Mosca. Ad Antonio Segni è legata la vicende De Lorenzo e del presunto golpe, mentre il socialdemocratìco Giuseppe Saragat si dimostrò uomo legatissimo al primo centrosinistra. Molto interessante e colorito il capitolo dedicato a Giuseppe Leone, eletto anche grazie ai voti del Msi, che fu oggetto, insieme alla sua famiglia, di una miserevole campagna denigratoria che lo indusse alle dimissioni. Solo successivamente fu riabilitato e i suoi accusatori chiederanno scusa. Fu poi la volta di Sandro Pertini tutto intento nella sua retorica resistenziale, poi dei "picconatore" Francesco Cossiga, accusato anch'egli ingiustamente da parte dell'allora Pci d'aver tradito la Costituzione: Staglieno ne analizza l'operato presidenziale ma si evince chiaramente la grande stima per un uomo definito da Junger «uno degli uomini più colti d'Europa». Picconata dopo picconata, si arriva al "curiale" Oscar Luigi Scalfaro, che porta il peso, non di poco conto, di aver giocato un ruolo non proprio super partes allorquando favorì il "ribaltone" che portò alla caduta del primo governo Berlusconi. Ricostruire, come Staglieno  ha fatto, il passato degli uomini che ricoprirono il più prestigioso fra gli incarichi istituzionali significa raccontare e aiutare a comprendere i motivi (quelli ufficiali, ma anche quelli meno confessabili) che spinsero i Grandi Elettori (e le segreterie dei partiti che ne guidavano il voto) a puntare su di loro. Ce n'è per tutti. Staglieno fa bene a far parlare i fatti, senza pregiudizi: bastano questi a far sì che ognuno possa giudicare se, in definitiva, ognuno di loro abbia operato al meglio oppure no. Il libro, quindi, è un ottimo vademecum per rileggere pagine importanti della recente storia italiana e per interpretare il futuro prossimo venturo che ci si profilerà tra pochi giorni, dopo le elezioni, ma sopratutto che si aprirà dopo il voto referendario. 

DOMENICO DI TULLIO: CENTRI SOCIALI DI DESTRA  

Sono quelli che rifiutano di «sbiancarsi nella piscinetta del politicamente corretto». E ancora «quelli geneticamente alterati che non puoi più alterare geneticamente».
Quelli che «nel bene o nel male, ma è sempre col cuore».

Quelli che rigettano il «vittimismo di maniera», e dicono basta ai «fasci cimiteriali e piagnoni...». Che si sognano "ribelli" alla maniera di Ernst Junger: attraversano la foresta guardando più avanti, con occhi d'aquila, per trovare la sorgente dove l'acqua è più pura. Minuscole avanguardie, che non si fanno contaminare ma hanno l'ambizione di creare nuove contaminazioni, con la loro musica e il loro linguaggio. Sono quelli delle "occupazioni nere", quelli della "destra non conforme", che a Roma muovono oltre 1500 militanti attivisti cui si sommano simpatizzanti e osservatori che frequentano i cicli di conferenze, le tavole rotonde, i dibattiti.

La loro esperienza politica e le loro speranze "di lotta" sono ora raccontate in un libro inchiesta di Domenico Di Tullio (ex-militante di Fare Fronte e oggi avvocato di chi organizza le Occupazioni a Scopo Abitativo) dal titolo semplice e diretto. Centri sociali di destra (Castelvecchi), esteticamente accattivante e rigorosamente documentato, che riporta anche i testi delle canzoni del rock identitario (musica di riferimento di questo arcipelago) e i loro volantini, le interviste ai "capi" e persino una webgrafia orientativa per chi vuole attingere ai siti internet. In copertina c'è la tartaruga, simbolo di Casa Pound, le frecce dentro l'ottagono indicano la volontà di proteggere le fasce sociali più deboli e di far convergere le energie positive), esperienza di occupazione tricolore che risale al 27 dicembre 2003: «Abbiamo occupato uno stabile vuoto da molti anni, abbiamo dato casa a venti famiglie. Siamo Italiani. Non siamo emarginati sociali. Siamo lavoratori, studenti, madri e padri. Tutti precari come voi, non per scelta». Dallo stabile di via Napoleone III si diffondono, spiega l'autore, vibrazioni "metapolitiche" che hanno origini lontane. Casa Pound esprimerà anche un proprio candidato alle scorse regionali del Lazio, Germano Boccolini detto Gerri (Lista Storace) i cui manifesti per il "mutuo sociale" hanno monopolizzato l'attenzione per la loro irriverenza (Gerri dava le spalle agli elettori, incuriosiva, rovesciava la propaganda del sorriso facile). Se i guerriglieri urbani del "mutuo sociale" (cui si deve la disseminazione di manichini "strozzati" dalle banche nelle strade di Roma) scelgono Ezra Pound come autore di riferimento, quelli di Casa Montag si ispirano al protagonista del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451. «Un eroe romantico - dice Di Tullio - con il singolare destino di difendere i libri, che la società in cui vive vorrebbe tutti divorati dalle fiamme, poiché il sapere conforme è garantito da schermi televisivi grandi come pareti intere. La sua lotta è la lotta contro la globalizzazione...». I "centri sociali di destra" -è la tesi centrale del libro - non sono e non vogliono essere una scopiazzatura degli antagonisti alla Casarini, non sono i figli minori e di segno opposto del Villaggio globale e di Forte Prenestino. Chi li organizza e li gestisce si richiama ai guizzi creativi della destra dei Campi Hobbit, all'impegno sociale nelle periferie, alla pratica delle organizzazioni parallele che ha dato i suoi frutti rigogliosi con sigle come "Fare Verde", alle prime embrionali esperienze di comunità giovanili aperte messe in campo sul finire degli anni Ottanta dal Fronte della Gioventù, come quella di Busto Arsizio, sorta nel 1989 in memoria di due militanti morti in un incidente stradale, uno dei quali era esponente di Fare Fronte. Lì si pratica il mito dell'«alternativa comunitaria», si aggrega in modo differente dalle forme classiche (oratorio, bar, discoteca) senza pregiudizi ideologici, così vivi nei centri sociali "rossi". Fu un successo enorme, un esempio politico da non dimenticare - spiega l'autore - «nella provincia varesotta devastata culturalmente e socialmente, dove il denaro fresco misura la rispettabilità, dove i giovanissimi lasciano l'inutile scuola per la fabbrica, mentre la crisi si appresta a fare a pezzi il ricordo degli anni del benessere diffuso, un gruppo che arriva a contare 4000 tra aderenti e simpatizzanti diventa la realtà giovanile egemone».

Da quel modello le occupazioni della destra che ama definirsi "non conforme" ereditano l'idea e la pratica dell'apertura al mondo esterno. «Le vecchie sezioni missine - spiega Di Tullio - erano vissute come riserve indiane, c'era la porta blindata, c'era l'idea di difendersi dal mondo, e i giovani avevano paura di entrare nel "fortino". A Casa Montag, a Casa Pound e nelle altre Osa si entra senza paura, perché si sentono avamposti in mezzo al mondo, pronti a dialogare anche con i nemici dei centri sociali di sinistra, perché loro fanno dell'antifascismo una religione mentre di qua c'è una cultura diversa, che ritiene superato tutto ciò che è "anti", compreso l'anticomunismo». Se la pratica dell'occupazione è comune con i cugini-awersari della rete antagonista, i valori di riferimento sono tra loro irriducibilmente distanti: «I ragazzi delle occupazioni non conformi - continua Di Tullio -vengono dalle periferie, è gente che ha trovato una valida alternativa allo stadio o all'ammazzarsi di canne sotto casa. Rifiutano la droga e ogni mezzo per annichilire il cervello, nelle case del coordinamento non è tollerato né il consumo di droghe leggere né quello di droghe pesanti». E
tuttavia la cronaca non registra episodi di epici scontri tra opposte fazioni, quasi come se antagonisti antifascisti e ribelli non conformi avessero abbandonato la logica dello scontro: contro uno dei centri sociali di destra, il "Foro 753" ubicato a! Celio, nell'ex-Casa del popolo di Via Capo d'Africa, si è distinta invece per astio e faziosità l'amministrazione comunale capeggiata da Walter Veltroni. Non a caso il primo atto della giunta Marrazzo appena insediatasi alla Regione Lazio è stato lo sgombero dell’occupazione non conforme del Foro 753. La colpa degli occupanti?

Per la sinistra erano “protetti da Francesco Storace”. Lo stabile, infatti, è di proprietà della Regione e Storace aveva avuto il torto di dialogare con il Foro destra radicale, da Ezra Pound, il poeta antiusura, a Marinetti, Celine ed Evola. Ma accanto agli "auctores" che affollano da sempre il pantheon culturale della destra questi giovani hanno adottato testi «certamente non sospetti di fascismo». «Chuck Palahniuk per esempio - sottolinea Di Tullio - con il suo romanzo Fight Club ha per certi versi spodestato il famigerato Capo di Cuib di Codreanu dal podio di primo libro consigliato, mentre nelle predilezioni di un mondo che fa del vitalismo uno stile di vita non può mancare il classico dell'avventura disegnato da Hugo Pratt, quel Corto Maltese icona di molti a sinistra. Un caso a parte poi è la figura di Capitan Harlock, che assurge a fascista immaginario d'elezione...». La cifra identificante del mondo degli occupanti di destra quale può essere, in definitiva, guardando alle esperienze attuali e alle "radici" rivendicate dai protagonisti? «Direi che l'azione metapolitica - osserva l'autore di Centri sociali di destra - è il comune denominatore di questi esperimenti. Per metapolitica si intende quel complesso di attività, sia artistiche che sociali, che coinvolgono i giovani in una prospettiva di vita e di valori comuni. Non è detto che questo debba avere per forza uno sbocco istituzionale, per esempio in un partito. Ma quello che contraddistingue questi ragazzi è anche il pragmatismo. Se una candidatura può servire per radicare in profondità un'azione utile alle fasce disagiate della società ben venga. L'importante è il risultato, non lo strumento». 

 

NICOLAS SARKOZY: LA REPUBBLICA, LE RELIGIONI, LA SPERANZA

 Il coraggio non gli manca, insieme con il gusto della provocazione e quello di remare contro i pregiudizi. Il ministro dell'Interno francese, Nicolas Sarkozy, enfant prodige  della politica d'Oltralpe, presenta l'edizione italiana di La Repubblica, le religioni, la speranza. Il libro con cui - dicono allo staff del Ministero degli Esteri — «il ministro francese (che ieri ha presentato al Consiglio dei ministri il suo progetto di legge sull'immigrazione, ndr) si è candidato ad andare oltre Chirac e a innovare la politica della destra europea».

È un Sarko sorprendente, un eretico della "laicità alla francese", quello che conversa con il filosofo Thibaud Collin e il domenicano PhilippeVerdin sui rapporti tra «l'Islam e la Repubblica» abbattendo fìn dalle prime righe il totem francese della "legge 1905", elaborata all'inizio del secolo scorso per dare un quadro alla presenza della Chiesa nella società statale. Niente è «scolpito per sempre nel marmo», dice Sarkozy. Le Figaro Magazine, che per primo lo ha presentato, ricostruisce la genesi del volume frutto di sei conversazioni dell'allora ministro dell'Interno e dei "culti", reduce — siamo alle fine del 2003 — dal successo di aver convinto le diverse e litigiose anime della comunità musulmana francese a dotarsi di un organo rappresentativo comune, il Cfcm (Conseil francais du culte musulman). Per capire l'humus del libro bisogna, infatti, tornare indietro ai giorni del rapimento dei due giornalisti francesi in Iraq e alla richiesta del ritiro della "legge sul velo". In quell'occasione, per la prima volta, il Cfcm mostrò la sua utilità e compattezza condannando il rapimento e la richiesta dei rapitori. In una Francia che ha fatto dell'anticlericalismo e del laicismo una religione, le parole e gli atteggiamenti di Sarkozy suonano come un'eresia, a cominciare dalla citazione di Alexis de Tocqueville («È il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà»). «Sono di cultura cattolica, di tradizione cattolica, di confessione cattolica. Anche se la mia pratica religiosa è episodica, mi riconosco come membro della Chiesa cattolica». Terzogenito di un immigrato ungherese arrivato in Francia senza un soldo ma destinato a sfondare nella pubblicità, l'astro nascente del neo-gollismo francese ha costruito con determinazione la sua veloce carriera politica. Formatesi all'Fcole nationale d'administration, dove è stata "allevata" buona parte della classe dirigente di Parigi, poco più che ventenne entra nel Comitato centrale del Rpr, il partito neogollista. Prima sindaco di Neuilly, la periferia residenziale ed esclusiva di Parigi, poi eletto deputato, è stato membro del gabinetto del ministro degli Interni Charles Pasqua e ha all'attivo la guida di tre ministeri: quello del Bilancio durante il governo Balladur e quindi quello degli Interni prima e quello delle Finanze poi nei due esecutivi guidati da Jean Pierre Raffarin. Oggi guida con piglio decisionista l'Ump Union pour un Mouvement populaire), il partito che ha raccolto l'eredità delle formazioni di centrodestra, unendo gollisti e liberali.

«Tutto quello che può aiutare a dare un senso alla vita è importante, in un mondo nel quale è così difficile trovare punti di riferimento. Non si possono educare i giovani appoggiandosi esclusivamente su valori temporali, materiali, o anche repubblicani», si legge nelle conversazioni sulle religioni che rompono con l'abituale prudenza dei politici francesi a parlare di sé. Affrontando senza complessi la sfida dell'Islam come religione in Francia - la costruzione delle moschee, il velo nella scuola e nell'amministrazione, il radicalismo di alcuni imam, le relazioni con il Vaticano, le violenze razziste che prendono a pretesto le appartenenze religiose - Sarkozy sposa tesi un tempo considerate roba da museo e oggi apprezzate dall'opinione pubblica e dai media come sfide d'avanguardia. Dal rapporto con l'Islam alla linea dura con l'immigrazione clandestina, il ministro francese conferma passo dopo passo l'intenzione di "rifondare l'ideologia della destra". Anche in politica estera il progetto è chiaro: porre fine al cinquantennale asse franco-tedesco al quale preferisce una cooperazione che comprenda l'Italia, la Spagna, la Polonia, oltre che Germania e Gran Bretagna; concludere la stagione francese dell'opposizione pregiudiziale e ideologica agli Stati Uniti, che ammira per il loro dinamismo economico e per la loro capacità di far coincidere pensiero e azione.

Con il libro (che nell'edizione italiana, edizioni Nuove Idee, ospita la prefazione di Fini) mette a dura prova i luoghi comuni parigini, sottolineando l'importanza della religione, troppo spesso e a torto considerata un ostacolo passatista alle magnìfiche sorti e progressive della Repubblica. Sarkozy rifiuta l'idea che l'Unione europea possa venire minacciata dal Trattato costituzionale perché - dice - «è certo che i valori cristiani in Europa sono stati civilizzatori e dominanti». «Il velo non è che la parte visibile di un problema ben più profondo, che deve impegnare la società francese in un dibattito più ampio su quello che è e su quello che vuole divenire».

Attento alla politica italiana, grande estimatore del leader di Alleanza nazionale, domani a Roma avrà l'occasione di suggellare un rapporto di amicizia politica e umana, già testimoniato in occasione della conferenza programmatica di An, quando, non potendo partecipare di persona, inviò un messaggio molto lontano dalle ingessature del linguaggio istituzionale. «Desidero rallegrarmi in particolare per l'azione di rinnovamento e modernizzazione che hai avviato da poco più di dieci anni alla guida di Alleanza nazionale», scriveva dimostrando di conoscere bene la parabola della destra italiana. «Tengo a dirti — aggiungeva rivolgendosi all'amico Gianfranco — che ammiro enormemente l'incredibile coraggio con il quale hai deciso di mettere in discussione i momenti più bui del passato denunciandone e correggendone gli errori. Attraverso la tua persona, desidero trasmettere i miei i saluti anche a tutti i simpatizzanti di An poiché, anche per loro, questa evoluzione ha richiesto grande coraggio e lucidità. Ma ne è valsa la pena; seguendoti sulla via del rinnovamento essi hanno consentito ad Alleanza nazionale di diventare ciò che oggi è: una formazione che, insieme a Forza Italia, incarna lo spirito di una destra moderna ed innovatrice». Sarkozy parla spesso di «coraggio di lottare contro le idee preconcette» e di «indipendenza intellettuale che induce a osare soluzioni innovatrici», sarebbero queste (per ammissione di ambedue i leader) le due qualità maggiori che accomunano la destra italiana e l'Unione per un movimento popolare. Due famiglie politiche che — dice il ministro francese — «dobbiamo assolutamente coltivare perché siano le principali forze di modernizzazione della vita politica». Fini ricambia la stima definendolo in più occasioni un «grande protagonista della politica francese che interpreta molto bene, attualizzandola, la politica gollista dell'Europa delle patrie». Condividiamo la linea della fermezza contro l'immigrazione clandestina e la necessità di non confondere mai, nell'azione politica di uno Stato, la solidarietà (che è un dovere) con il lassismo - dice Fini - L'immigrato è una risorsa se è in regola, rispetta le leggi e lavora; in caso contrario, rappresenta un problema che fa nascere tensioni sociali e xenofobia». Divergenze? Ce ne sono... «Ma le posso garantire — disse Fini tempo fa a un giornalista — che non è questo aspetto ad attenuare la reciproca stima».  A proposito degli immigrati che lo scorso ottobre hanno messo a ferro e a fuoco le banlìeue parigine, Sarkozy disse ai cronisti: «Dato che si ha "l'onore" di possedere un permesso di soggiorno, non si ha motivo per provocane le violenze urbane».

Ma è nel 2002, dagli studi televisivi di France 2 che, in carica da pochi giorni, Nicolas Sarkozy dimostra di saper parlare alla pancia dei francesi:
«Guardate le suole delle mie scarpe: sono consumate per quanto ho camminato, attraversando la Francia in lungo e in largo per svolgere il mio incarico. Mi considero un politico che non ha contatto con la base, con i problemi che vivono quotidianamente i cittadini», dice reduce da una notte trascorsa a fare il tour dei commissariati della periferia per rassicurare gli uomini in divisa. La sua già lunga biografia dimostra che non è un politico come tutti gli altri e non solo per la rapidità con cui - sostengono i detrattori - ha dato la scalata agli apparati di potere della famiglia politica che si vuole erede del generale De Gaulle. Non è lui, ma Dominique de Villepin, a guidare il governo di Parigi che Chirac si è affrettato a nominare dopo la batosta ricevuta nel referendum sulla Costituzione europea. In ogni caso, sarà ancora una volta il suo volto a incarnare il futuro della destra transalpina. Il Canard enchainé, giornale dalla formula tutta francese a metà strada tra l'inchiesta e lo scandalo, è arrivato a dedicare a Sarkozy un intero dossier: «L'homme (trop) presse» (l'uomo che ha troppa fretta). Certo è che il profilo politico dell'astro nascente dei gollisti si è formato all'ombra del futuro inquilino dell'Eliseo. È’ stato Chirac ad aver introdotto il giovane sindaco di Neuilly negli ambienti che contano indicandolo, implicitamente come proprio successore (facendo fuori i baroni del partito in lista d'attesa). Questo almeno fino alle presidenziali del 1995, quando Sarkozy decise di sostenere la candidatura di Eduard Balladur, in opposizione a quella di Chirac, annunciando a un
tempo la rottura con l'ex sindaco di Parigi e il debutto della sua camera da solista. Liberale, molto più vicino agli Stati Uniti di gran parte del ceto politico della destra francese, «uomo d'ordine», come ministro dell'Interno ha battezzato con coraggio la "via transalpina al comunitarismo" per rispondere alla sfida della globalizzazione e dell'integrazione con nuove forme di cittadinanza. 

 

Angelo Mellone: Dì qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo di Canio

Le  chiavi di lettura di questo densissimo libro di  Angelo Mellone, Dì qualcosa di destra. Da "Caterina va in città" a Paolo Di Canio  sono molteplici. A me, leggendolo, è venuto in mente un dato (nel volume non è presente, ma solo per ragioni temporali) su cui è bene che la destra rifletta un po': il fatto che la sinistra abbia preso più voti alla Camera che al Senato non succedeva da circa una ventina di anni (nel calcolo inserisco anche gli ultimi anni della Prima Repubblica). Che cosa significa? Significa che i giovani dei primi anni 2000 si sentono meno attratti da parole d'ordine di destra di quanto non fossero i giovani degli anni Novanta. Le spiegazioni sono tante, non ultimo il senso della precarietà diffuso tra quella che viene definita la generazione low cost. Ma c'è anche, probabilmente, una spiegazione più semplice, ancorché piuttosto scomoda: il centrodestra, nel suo insieme, riesce meno, oggi, a comunicare di essere quello che è: un forza di rinnovamento e di modernizzazione. Ha alzato (e giustamente) lo stendardo dei valori, ma senza realizzare quel mirabile cortocircuito comunicativo di dieci anni fa, quando valori morali, interessi sociali, proiezioni tecnico-economiche parvero perfettamente impastati tra loro. E produssero quella valanga che ha cambiato per sempre il paesaggio politico italiano.

Che c'entra tutto questo con il libro di Mellone? C'entra, eccome se c'entra. Dopo aver analizzato i fatti culturali, di costume e mediatici di questi ultimi due anni (e si tratta, di per sé, di un fatto inconsueto, giacché i libri che parlano di politica, laddove non siano raccolte di articoli, raramente analizzano in presa diretta i fenomeni sociali), dopo aver insomma scavato gallerie e percorsi all'interno della massa di parole che ci ha investito negli ultimi 24 mesi e dopo aver inventariato i tipi di destra che occupano la scena, l'autore lancia la sua proposta-provocazione: inventiamo un riformismo pop. Di cosa si tratta? Di accorgersi che l'«Italia è piena di "cose di destra", dette e fatte, da dire e da fare». Mellone parla di una «destra serenamente postideologica, popolare e popolarizzata nella fruizione dei suoi simboli, che ha reso "pop" anche una parola maledetta come "fascismo" (si potrebbe anzi discutere se stiamo assistendo anche al passaggio dal post.fascismo al pop-fascismo, sua versione "consumeristica", per dirla all'anglosassone». Insomma, parliamo di «una destra poco detta e molto praticata, ancora in attesa di essere raccontata, interpretata e rappresentata politicamente in forma compiuta».

Al di sotto della forma cordiale, brillante e piacevole, c'è una scorza dura, un'ambizione grande: «Ci sono le condizioni per governare da destra il processo di modernizzazione». Si possono «immaginare nuovi modelli sociali nell'epoca del "pensiero unico" dell'economia». Il tecnocrate della porta accanto dirà: ma la soluzione ai problemi economici e sociali non è cosa
che va al di là della cultura politica? È una delle semplificazioni politicamente più disastrogene che si siano mai abbattute sull'Italia. In realtà non si possono guidare i processi sociali di un grande Paese come si dirige un supermercato. «... Ma ogni "svolta", se non poggia sulla solidità di un percorso storico, rischia sempre di franare su se stessa e di implodere».
La storica difficoltà di attuare riforme in Italia dipende, tra le altre cose, anche dal fatto che il processo riformatore stesso riesce raramente (quando il discorso si fa serio) a diventare cultura diffusa e consenso spontaneo. Ai partiti (o più, in generale, ai vari mondi umani che si addensano sia intorno alla destra sia intorno alla sinistra) spetterebbe, non solo, di raccogliere il consenso, ma anche di crearlo, cioè di suscitare speranze vere oltre l'immobilismo del tirare a campare. La proposta-provocazione di Mellone è trasversale: «Oggi il riformismo, a destra come a sinistra, se non è pop, non affascina e non seduce, corre il rischio del minoritarismo, o della soggezione al neo-centrismo del “pensiero unico” e dell’ordinaria amministrazione. Si devono pizzicare le corde giuste dell'immaginario diffuso. Altrimenti, privo di stimoli, il prepolitico resta lì dov'è». La politica che ha paura dell'immaginario favorisce, alla fine, i revanscismi neocentristi e le derive tecnocratiche. Bisogna però stare attenti alla caricatura. Non basta il saluto romano di De Canio a fare "pop". Al massimo riesce a fare folklore. Ed è facile, quando il confronto di massa si riduce all'esibizione dei cimeli del '900 o al rivivere in forma parodistica storie vissute da altri, è facile, quando dalla saga si passa alla sagra, finire nel limbo dell'irrilevanza, con i poteri forti extra-politici che la fanno da padroni. Il post-modemo è bello, ma quando si basa sulla cultura e su uno studio approfondito dei linguaggi è ancora più bello. Proprio per questo Mellone ci invita a distinguere il pop dal trash. La pop-politica non segue pigramente le mode. Semmai le anticipa e le produce. Ma, per riuscire a tanto, ci vogliono tanto studio e tanta cultura. O, per lo meno, occorre che i produttori di linguaggio, i semplificatori della complessità, gli scultori delle forme politiche, i rabdomanti dell'immaginario collettivo siano messi in condizione di esprimersi al meglio. E tali condizioni - a essere sinceri - non è che siano state molto favorite, a destra, in questi anni.

Al netto della politica culturale (che non c'è stata, se non in taluni luminosi episodi), al netto delle nostre officine dell'immaginario affidate esclusivamente all'entusiasmo e alla follia di chi le ha tirate su, al netto dell'eterna disputa tra intellettuali e politici, non si può che convenire con Mellone quando ci parla della «sfida fraintesa»: il pop è stato spesso confuso con il «neo-cafonismo, il briatorismo, il codazzo dei ministri da accarezzare o ipocritamente censurare». In DÌ qualcosa di destra ci sono naturalmente molte altre cose e, soprattutto, molti altri personaggi: da Vasco Rossi a Gian Burrasca, da Kerouac a Party Pravo, da Marinetti a Lino Banfi. C'è il Che Guevara di Gianni Mina e il Che Guevara di Jean Cau. C'è tanto cinema e tanta letteratura, c'è tutto quello che normalmente non c'è in un libro di politica. Mellone trova granelli di politico setacciando la sabbia del nostro tempo e dimostrandoci quanto sia importante parlare al cuore oltre che alla mente. Ma c'è soprattutto la prova che le cose di destra possono interessare anche alla sinistra. Il volume reca una fascetta con una frase tratta dalla prefazione di Claudio Velardi, editore de Il Riformista e già capo staff di D'Alema quando era a Palazzo Chigi. «Sarebbe bello che anche a sinistra venisse fuori un libro del genere». E tanto basta.  Velardi rivela anche che, nella prima adolescenza, sentì per qualche tempo il richiamo della destra (perché aspettare tanto tempo per fare un simile outing?). Ma non è questo il punto. Il punto è quando dice: «... Insomma, perché l'Italia viva la sua modernizzazione è necessario un salto culturale». Per poi concludere: «Se tutti provassero a riprofilarsi senza proteggersi dietro le convenienze, mettendo in discussione lasciti ereditari largamente inutilizzabili, forse saremmo davvero sulla strada giusta».

Dunque anche a sinistra hanno il problema dell'insostenibile pesantezza del passato che rivive in forma di folklore. È una frase che potrebbe essere tranquillamente sottoscritta anche da un intellettuale di destra. 

 

Roberto Beretta: “Storia dei preti uccisi dai partigiani”

 La sera del 18 giugno 1946 (erano passati ben 14 mesi dalla fine della guerra) il sacerdote era appena rientrato dalla visita a un ammalato e usci di nuovo per recarsi da una famiglia vicina, a controllare le vesti nuove di due chierichetti. Fu aggredito e colpito, cercò di rientrare, bussò freneticamente alla porta, ma venne colpito da due rivoltellate; una pallottola rimase conficcata nella porta». Così, in poche righe, la ricostruzione dell'assassinio a Correggio di don Umberto Pessina, il morto più celebre del "triangolo", come lo definisce il giornalista e saggista Roberto Beretta.

Il più celebre non solo perché fu tra gli ultimi ad essere uccisi, ma anche perché dopo il suo omicidio finalmente si levò la ferma protesta di cattolici e non, sotto la guida del coraggioso arcivescovo di Reggio che pretese fermamente giustizia per quel suo sacerdote antifascista (tanto che aveva nascosto renitenti di Salò), ma evidentemente "scomodo" per qualche partigiano rosso. Celebre anche perché molti anni dopo, nel 1990, il suo "caso" indusse il militante comunista Otello Montanari «a spezzare il cerchio dell'omertà mantenuta dal suo partito sui delitti del dopoguerra e ad invocare: "Chi sa, parli! "». Tra l'altro furono così riabilitati dall'infamante accusa di omicidio alcuni "compagni" locali, ingiustamente condannati (tra essi un tal Prodi, Antonio sia ben chiaro, detto "Negus") ma evidentemente indotti a coprire i veri responsabili.

Il caso di don Pessina è solo uno dei tanti, ottanta nel resto d'Italia, più una cinquantina nell'area giuliana, di religiosi assassinati fra il 1944 e il 1951 a opera di partigiani comunisti, italiani o slavi. Un argomento particolarmente delicato, questo, "politicamente scorretto" si direbbe oggi, sul quale certa storiografia non mostra certo fretta d'indagare, forse sperando nell'affievolirsi delle testimonianze dirette per ovvie ragioni legate alla graduale scomparsa delle generazioni di sessant'anni fa. Eppure un giornalista e saggista tutt'altro che sospettabile di nostalgie fasciste, semplicemente cattolico e redattore de L'Avvenire, si è incaricato di un paziente e pietoso lavoro di ricerca sulla sorte di questi sacerdoti. Il frutto del suo impegno è Storia dei preti uccisi dai partigiani (ed. Piemme), che può essere inteso come un doveroso omaggio alle vite spezzate di questi sacerdoti, quasi sempre calunniati, in vita e in morte. Tra l'altro solo in un certo numero di casi
si trattava di religiosi più o meno simpatizzanti o impegnati con il movimento fascista (come d'altronde quasi tutti gli italiani fino a guerra inoltrata), ma anch'essi consci di non aver nulla da rimproverarsi, tanto da rimanere nelle loro parrocchie, dove erano generalmente ben voluti, pur con l'aggravarsi dei pericoli della guerra civile. La maggior parte dei sacerdoti, comunque, era semplicemente animata dallo spirito e dalla coscienza della propria missione, qualcuno aiutò prima gli antifascisti, poi i fascisti perseguitati. Qualcun altro commise l'errore di deprecare gli eccidi successivi alla liberazione, qualcuno infine s'impegnò a favore del movimento politico cattolico o di strutture collaterali. Il loro destino seguì schemi fissi, con qualche variante. Chi fu "prelevato" con la scusa di un necessario interrogatorio chiarificatore presso il locale comando partigiano rosso, chi fu attirato fuori casa con la scusa che c'era un moribondo da assistere, chi fu sorpreso di sera lungo una stradina di campagna mentre tornava dalla sua missione pastorale, chi infine fu accoltellato sulla sponda di un fiume e gettato dentro. Su molti di loro si accanì la calunnia che doveva servire a giustificare l'omicidio: don... era stato una spia dei fascisti, anzi per colpa sua tizio e caio erano stati arrestati e fucilati. E quanto alle motivazioni ci sembra riduttiva la spiegazione adombrata nell'ultima di copertina che parla di «eccessi ideologici della resistenza», piuttosto potremmo sintetizzare con Beretta nella sua introduzione: «Peppone (ma quanto diversi erano gli assassini dei preti, in realtà, dal volto che Guareschi tratteggiò al suo comunista...) pugnalava alle spalle i parroci per eliminare un nemico di classe, li colpiva con una raffica per vendetta o ideologia, talvolta persino quando il reverendo si trovava schierato dalla sua stessa parte come partigiano... E poi, anche dopo il delitto, infieriva sul nemico terrorizzando i fedeli perché non partecipassero ai funerali della vittima...». E purtroppo tra i parroci del centro nord ben pochi tenevano ben pronta in casa, come il don Camillo guareschiano, la doppietta carica pertenere a bada i più malintenzionati tra i Pepponi locali. 

Poi pian piano il vento mutò, le speranze di una seconda ondata rivoluzionaria vennero rimandate a data da destinarsi (ma non pochi mitra e un'ideologia sbagliata rimasero per un bei po' di tempo a portata di mano e di cervello), fra i responsabili di atti di sangue qualcuno se la cavò con l'amnistia, qualcuno dovette rifugiarsi a radio Praga, qualcuno riuscì a farsi dimenticare. Anche le sue vittime erano troppo spesso dimenticate. Fra esse un ricordo vogliamo dedicare a uno dei sacerdoti uccisi nel nord est dai titini, don Miroslav Bulesic, di etnia slava quindi, martire d'Istria. Era "colpevole" di essersi ostinato a somministrare la cresima ai giovani fedeli, insieme al suo vescovo, il 24 agosto 1947 a Mompademo (Istria). Nonostante la strenua difesa dei suoi parrocchiani fu accoltellato a morte nella canonica invasa da una massa di scalmanati. Al processo l'assassino ebbe la pena di cinque mesi per "troppo zelo nella contestazione". 

 

MANFREDO MARTELLI: “MUSSOLINI E L’AMERICA. LE RELAZIONI ITALO STATUNITENSI DAL 1922 AL 1941

 

Le relazioni tra l'"ltalia fascista" e l'"America democratica"? Improntate al reciproco rispetto, e sostanzialmente eccellenti sino quasi alle soglie di quella II Guerra Mondiale che vide, poi, i due paesi schierati su fronti opposti. Non lascia adito a dubbi l'ultimo saggio di Manfredi Martelli Mussolinì e l'America. Le relazioni italo-statunitensi dal 1922 al 1941 (Mursia editore): Mussolini intrattenne ottimi rapporti con gli Stati Uniti per lungo tempo, e fu considerato un interlocutore credibile e, per un certo periodo, addirittura privilegiato, non solo da Hoover, ma anche dal suo successore. Quel Franklin Delano Rooseveit che fu non solo il presidente del New Deal, ma anche colui che, con la sua politica, portò di fatto gli Usa a divenire la principale super-potenza mondiale. E per di più il Fascismo ed il suo Duce godettero dei favori della stampa americana, eco delle simpatie di un vasto pubblico popolare. Simpatie che si tradussero, anche, in un crescendo di rapporti economici e commerciali, pronube, anche, le comunità di immigrati italo-americani, nei confronti delle quali Roma sviluppò un'attenta e intelligente opera di propaganda.

Insomma, sino alla Guerra d'Etiopia, anzi, sino a quella civile spagnola, i rapporti italo-americani rimasero sempre intensi. E Mussolini godette della sostanziale stima e fiducia degli "inquilini" della Casa Bianca. Ma anche dopo questi due accadimenti - che non possono non essere visti come uno spartiacque nella storia del Regime Fascista- l'amministrazione statunitense continuò a mantenere le proprie posizioni nei confronti dell'Italia distinte da quelle delle potenze democratiche occidentali. Ed anzi, Rooseveit si adoperò perché le chiusure di Gran Bretagna e Francia non finissero con lo spingere sempre più Mussolini tra le braccia di Hitler. Un adoprarsi che, a dire il vero, trovò sorde le Cancellerie delle due principali potenze europee, arroccate in una miope difesa dei propri interessi coloniali, e incapaci di vedere come gli equilibri del Vecchio Continente - e lo stesso loro destino - fossero, in buona parte, legati alla posizione che l'Italia avrebbe alla fine assunto nella partita a domino ch'esse avevano cominciato a giocare con la risorta e sempre più aggressiva Germania nazional-socialista. E ancora, quando pure Mussolini aveva ormai stretto il ferreo patto dell'Asse con Berlino e Tokyo - che Washington considerava, a ragione, il proprio principale avversario geopolitica -sempre Rooseveit, e con lui buona parte della politica e della stampa statunitensi, cercarono comunque di mantenere distinte le posizioni (e le politiche) dell'Italia da quelle dei suoi alleati.
Sperando sino all'ultimo in una neutralità italiana nel nuovo conflitto europeo. Neutralità, purtroppo, impossibile, che i giochi ormai erano fatti, Mussolini troppo legato a quell'Hitler che pure ben poco amava. E ancora Inghilterra e Francia incapaci, o meglio, indisponibili ad accettare di pagare quei prezzi politici che la neutralità - pervicacemente perseguita da Washington - italiana avrebbe comportato. E fu la guerra. E Usa e Italia finirono per essere nemici. Con gli esiti per Mussolini e il suo regime, e anche, però, per il paese nostro tutto, che sono ben noti. Tuttavia, questo epilogo tragico non dovrebbe oscurare tutta la vicenda precedente di complesse relazioni politiche, economiche fìnanco umane tra Ialia fascista e America democratica. Non dovrebbe. Ma questo è uno di quei capitoli della nostra storia che sono, da mezzo secolo, caduti in un colpevole oblio. Pur rimanendo un oggetto di studio per pochi ricercatori, le relazioni italo-statunitensi durante il Ventennio di fatto sono ignorate dal vasto pubblico. Ignorate anche in scuole e Università, che una sorta di censura inconscia e occhiuta, nutrita d'ideologia, continua a rendere difficile uno studio sereno di quegli anni. Manfredi Martelli è uno storico sereno, appunto. Uno capace, sìne ira et studio, di ricercare e far parlare documenti, relazioni e carteggi diplomatici, atti politici, discorsi, articoli apparsi sulla stampa italiana e americana.... Una mole di lavoro imponente, quale già ci aveva abituato nei suoi saggi precedenti, quello – per citarne solo alcuni - su L'India e il fascismo e II Fascio e la Mezza Luna, sulla politica di Mussolini nei confronti del variegato e complesso mondo arabo. Saggi, questo e quelli, che hanno in comune la ricerca di un disegno complessivo della politica estera italiana durante il fascismo. Anzi, che sembrano individuare con chiarezza, nel loro complesso, non solo una strategia diplomatica intemazionale, ma anche un'autentica geopolitica capace d'interpretare, con estremo realismo - si potrebbe dire con pragmatismo-gli interessi nazionali dell'Italia sugli scenari mondiali.

Italia che non era certo una grande potenza, ma che aveva assunto un ruolo progressivamente sempre più rilevante, divenendo proprio per questo un interlocutore ineludibile per Washington. Dove, da sempre, domina il più pretto e pragmatico realismo politico. Ed è particolarmente interessante vedere come Mussolini e l'America illustri la complessità anche culturale dei rapporti tra America e Italia in quegli anni, la sostanziale assenza di pregiudizi ideologici reciproci. Anche perché se è vero - come dimostrano molti suoi scritti - che Mussolini guadava, almeno inizialmente, agli Stati Uniti con una simpatia di fondo esente da qualsivoglia sudditanza psicologica, è altresì ndubitabile che il Duce e il suo regime simpatie, oltre Atlantico, ne riscuotevano, e molte. E non solo tra gli italiani d'America, nei confronti dei quali, per altro, il Fascismo pose in essere una politica intelligente, volta a favorire non tanto una penetrazione ideologica in quelle comunità, quanto lo sviluppo di rapporti culturali ed economici sempre più intensi. Ottenendo – come ben documenta il Martelli nel suo studio-di far considerare l'Italia un terreno fertile e soprattutto sicuro per gli investimenti economici statunitensi, con un benefìcio crescente per !a nostra economia. Un beneficio che, se non fossero intervenute prima le tensioni degli ultimi anni ’30 e poi la guerra, avrebbe potuto oggi portare a risultati impensabili, Ancor più interessante, forse, è però la “simpatia” culturale che a lungo intercorse tra due paesi e due regimi apparentemente così distanti tra loro.

Simpatia da parte italiana, che, come si diceva, a lungo lo stesso Mussolini -e soprattutto i suoi eccellenti consiglieri diplomatici, le cui attività e personalità meriterebbero ulteriori approfondimenti - distinse tra l'America e quelle "demoplutocrazie", com'era solito chiamarle, con cui si sentiva in lotta per conquistare all'Italia "un posto al Sole". Ma simpatia anche da parte americana. Che gli statisti statunitensi videro nel Fascismo, almeno inizialmente, un sistema politico fortemente innovativo, per i canoni rigidi della Vecchia Europa. Un regime certo non democratico, ma modernizzatore; una modernizzazione di cui quell'Italia - e forse non solo l'Italia - aveva, ai loro occhi, disperato bisogno. E poi la modernizzazione non poteva non portare alla democrazia. In fondo, Mussolini stesso non aveva dichiarato, in più di un'occasione, che il Fascismo non era democratico nei mezzi, ma lo era nelle finalità?

Gli americani, poi, anzi, lo stesso entourage democratico di Rooseveit, restarono affascinati da alcuni aspetti salienti delle politiche economiche del Fascismo. Dalla riforma agraria di Arrigo Serpieri, innanzi tutto. E poi dal modo in cui Mussolini seppe fronteggiare la grande crisi del '29.
Tant'è che Manfredi Martelli ci racconta come la politica sociale del Fascismo venisse ritenuta, negli States, simile ed affine alla National Recovery Administration voluta da Rooseveit per fronteggiare la povertà di massa e rilanciare l'economia nazionale dopo il '29. E come, addirittura, una rivista (da sempre) autorevole come Foreign Affairs valutasse le politiche economiche di Mussolini come «fondate su un sistema di libertà controllata idonea ad incoraggiare l'iniziativa individuale, ma anche sul necessario intervento dello Stato per l'esercizio di un'azione di giustizia...».

Un saggio, dunque, che ci da un affascinante spaccato di un aspetto ancora (colpevolmente) troppo poco noto della nostra storia del '900. Da leggere senza porsi la domanda (idiota) se si
tratti o meno di opera "revisionista". Anche perché il mestiere dello storico, come insegnava De Felice ° sempre quello d'andare oltre le vulgata corrente. E di scavare nei documenti, sino a tirare fuori la verità sui fatti. 

 

DALLA MANO NERA A COSA NOSTRA di Enzo Catania

In occasione dell'undicesima "Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie", è arrivato in libreria un poderoso saggio di Enzo Catania, Dalla  mano nera a cosa nostra (Boroli, pagine 439, euro 24.00) una sorta di trattato storico in cui l'autore analizza con grande competenza «l'origine di tutte le mafie e delle organizzazioni criminali». È un libro straordinario, sorretto da una eccellente documentazione, che penetra i recessi oscuri di un male profondo, e fa capire i moventi criminosi e gli interessi economici di un intricato arcipelago delittuoso e scellerato. A Enzo Catania, giornalista e scrittore, che nel suo libro richiama tutti i protagonisti di ieri e di oggi, della mafia e della lotta alla mafia, dando al racconto il ritmo di un thriller mozzafiato, abbiamo rivolto alcune domande.

Il suo saggio si addentra in una sorta di labirinto nel quale proliferano le ramificazioni di una criminalità che sembra senza fine. Partiamo all'inizio: che cos'era la "Mano Nera"?

La "Mano Nera" era originariamente una consorteria specializzata in estorsioni, furti, intermediazioni parassitario e traffici clandestini che tra il 1850 ed il 1910 colpì soprattutto la popolazione italo-americana residente negli States, taglieggiando e minacciando anche attraverso lettere ricattatorie o disegni fatti recapitare — lasciati sulle porte delle case e dei negozi — in cui campeggiavano due spade incrociate sotto una mano nera, che per l'appunto diventò poi il simbolo dell'organizzazione.
Intorno alla "Mano Nera" si è fatta anche molta leggenda e costruito molto folklore. Resta il fatto che l'assessore alla polizia Bingham di New York cercò di combattere la "Mano Nera" formando una
squadra speciale di uomini ed inviando a Palermo il grande detective Joe Petrosino, che avrebbe dovuto tagliare il cordone ombelicale Palermo-New York e che invece, proprio nel capoluogo siciliano,
trovò la morte. Il ricatto della "Mano Nera" non risparmiò neppure un artista di fama mondiale come il famoso tenore napoletano Enrico Caruso, in tournée negli Usa con la Forza del destino. La
"Mano Nera" è stata considerata il Dna di tutte le mafie, quasi "brodo primordiale" poiché inventò il sistema redditizio della tangente a commercianti e a chiunque esercitasse un'attività professionale,
obbligando ad accettarne la protezione dietro il pagamento "d'u pizzu", come fin d'allora si chiamava la taglia, la tangente. Questo sistema, con il passare del tempo, si affinò e venne poi ampliato e
"industrializzato" da Cosa Nostra, i cui primi capi, altri non furono che esponenti della "Mano Nera".

Da questa prima associazione, come si è evoluta l'organizzazione mafiosa e come ha prosperato nel territorio?

La "Mano Nera", si alleò al grande gangsterismo. E quando si trattò di fare affari con gli alcolici, al tempo del proibizionismo, incominciarono a decollare le "famiglie", i padrini, i consiglieri, i luogotenenti, i picciotti pronti a entrare in carriera, i giuramenti. Il passaggio fu molto graduale, e l'irrobustimento dei clan avvenne attraverso l'emigrazione e non di rado attraverso "chiamate dirette", come ha dimostrato ampiamente la serie dei film imperniati su II padrino. Sono stati gli affari a far prosperare Cosa Nostra sul territorio nazionale. La latitanza di Luciano Liggio, capo dei "Corleonesi", i cosiddetti "viddani" (contadini) della mafia vincente, prese in mano Palermo e poi conquistò ampie zone del Nord Italia attraverso il riciclaggio e i sequestri di persone. E quando si parla di Liggio, non dimentichiamo la cosiddetta "trinità di Corleone", formata anche da don Totò Riina (attualmente in carcere) e da Bernardo Provenzano. Negli anni Settanta si tentò di combattere la mafia con i maxiprocessi, con il risultato che la stragrande maggioranza dei dibattimenti si concluse all'insegna del "tutti a casa per insufficienza di prove". Poi venne dispensato a larghe mani l'istituto del soggiorno obbligato, con il risultato che arrivarono al Nord e al Centro Italia decine di padrini, i quali immediatamente chiamarono intorno a se luogotenenti e picciotti, facendo in modo che nascessero clan mafiosi pure là dove non c'era mai stata ombra di mafia.

Queste alleanze, cosa hanno comportato?

Che non si può più parlare solo di mafia, ma di mafie. Più potente quella siciliana, ma di certo oggi non sono più solo "succursali" (poiché hanno anche una loro autonomia gestionale), la 'ndrangheta calabrese, la camorra napoletana, - Sacra Corona Unita pugliese. E tra le mafie straniere, è sempre più visibile lo zampino della mafia russa sulla Costa Adriatica, della mafia albanese nel
gestire gli assalti alle ville, e di un coacervo di altre estrazioni etniche nella gestione di prostituzione, lavoro nero, immigrazione sulle rotte clandestine di moderni negrieri. Circa i risultati di prevenzione e repressione, falliti i maxiprocessi degli anni Settanta che produssero innanzitutto grandi latitanze e fallito l'istituto del soggiorno obbligato, credo che i primi grossi colpi le organizzazioni criminali di ogni estrazione abbiano incominciato a subirli attraverso il pentitismo, a cui favore si batterono strenuamente personaggi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Vero che sono anche esistiti "pentiti a orologeria" e pentiti apparentemente fattisi strumentalizzare per ricavarne i benefici di legge. Vero che la normativa sui pentiti va continuamente aggiornata. Ma è altrettanto vero che se è stato possibile conoscere gerarchie, trame, infiltrazioni ed affari di Cosa Nostra, ciò è stato possibile solo grazie ai pentiti, la cui protezione costa allo Stato sempre di più relativamente anche alla protezione dei familiari di quanti sono ora chiamati "collaboratori di giustizia".

Lei ha conosciuto Mario Francese, un giornalista ucciso dalla mafia. Perché fu sacrificato? E perché i giornalisti sono spesso nel mirino di Cosa Nostra?

Mario Francese, da attento cronista giudiziario, fu, a mio avviso, il primo che mise a nudo gli affari dei "Corleonesi" e i tentacoli della mafia per impadronirsi di grandi appalti pubblici a Palermo e
nel Palermitano. Nel mirino di Cosa Nostra entrano solo quei giornalisti o opinion leader — da Poppino Impastato in poi — che mettono in pericolo i loro grandi affari, che godono di prestigio e di grande ascolto tra l'opinione pubblica. Mario Francese è stato sicuramente un grandissimo personaggio della carta stampata nel fare informazione documentale, seria e pignola e che, pur minacciato, continuò imperterrito sulla propria strada, in nome di una deontologia senza macchia, intesa pure come missione a favore della società civile. Uno insomma da far tacere per la sua credibilità e abilità nel documentarsi e nel non mollare mai una pista. Non solo tra i giornalisti, ma anche tra magistrati e fedeli servitori dello Stato, Cosa Nostra non ha colpito mai a caso o nel mucchio, ma selezionando accuratamente le sue vittime, in base al reale pericolo che rappresentavano per padrini e fiancheggiatori — spesso insospettabili — dei padrini. 

 

DEMOCRAZIA: IL DIO CHE HA FALLITO di Hans Hermann Hoppe.

E’ da qualche tempo in libreria un volume dal titolo scandaloso, Democrazia: il dio che ha fallito (Liberilibri, Macerata 2005, pp. 463. euro 19) di Hans-Hermann Hoppe.
Il contenuto di tale volume è all'altezza del titolo. Può infatti risultare indigesto alle tante anime belle bigotte che affollano la scena pubblica italiana. L'autore non ce l'ha tanto con la democrazia, quanto con lo Stato. O, per meglio dire, dichiara il fallimento della democrazia in quanto modello politico egemone dello Stato.

Hoppe è quindi un anarchico? Sì, ma un anarchico piuttosto speciale: è un anarchico reazionario. Tanto per dirne una, considera la monarchia un "male minore" rispetto alla democrazia. Propugna la frantumazione degli Stati nazionali, ma non per sostituirli con tossiche e sovversive comuni di punkabbestia, squatter e spostati vari, bensì con una moltitudine (non quella, orgiastica, degli individui dissociati e post-umani vagheggiata da Toni Negri) di Città-Stato e di libere Regioni. L'utopia di Hoppe (perché di questo in definitiva si tratta) ci riporta in qualche modo al Medioevo, al modello della Lega Anseatica promossa dai mercanti tedeschi del Nord. Fu un'esperienza che finì con l'affermazione del moderno Leviatano. Oggi - pare di capire - un simile modello potrebbe tornare d'attualità con l'affermazione del mercato globale che sta progressivamente svuotando la sovranità dello Stato nazionale. L'autore - osserva Raimondo Cubeddu nella prefazione - si «cimenta con tutta quella complessa serie di problemi che vanno sotto il nome di globalizzazione, destinati a mutare radicalmente la prospettiva della filosofia politica e della teoria delle istituzioni».

Prima d'approfondire il discorso è bene chiarire chi è Hans-Hermann Hoppe e perché c'interessa discutere le sue tesi. L'autore del volume, che insegna economia all'Università del Nevada, ha esposto il suo pensiero in un incontro che si è svolto l'altro giorno a Treviso su iniziativa della Fondazione Benetton. Ha introdotto la discussione Alberto Mingardi.

Hoppe è un allievo di Murray Rothbard. Il suo sforzo è quello di rinnovare la lìnea di pensiero libertarian. Mi rendo conto che non è una presentazione che a molti risulterà sufficiente. I libertarìan (definiti anche "anarco-capitalisti") sono conosciuti in Italia solo dagli addetti ai lavori e dai liberisti più convinti. Attorno ad essi l'establishment culturale ha steso una sorta di cordone sanitario. Le loro opere sono pubblicate da Liberilibri. Le loro tesi promosse dall'Istituto Bruno Leoni. Rothbard si muove nella linea del liberalismo di Mises e Hayek, portando fino alle più rigorose conclusioni la loro critica all'intervento dello Stato. «Privatizziamo il chiaro di luna», è il provocatorio invito degli anarco-capitalisti, che proseguono consigliando di privatizzare anche l'ecologia. L'interesse privato ci darà strade e campi più puliti. La società è una fitta rete di scambi mercantili. L'idea che ci sia un'autorità, dotata di potere coercitivo, che sia depositarla di un interesse collettivo, genererebbe di per sé violenza. L'imposizione fiscale è un esproprio, e come tale viola un diritto naturale dell'uomo, quello alla disponibilità dei frutti del proprio lavoro. La proprietà è il fondamento della civiltà umana, e come tale inviolabile. Siamo, con il libertarismo, ben al di là del liberalismo. Sicuramente ci troviamo molto lontani dalle sue forme progressiste, che assegnano allo Stato un ruolo di difesa dei diritti individuali. La costituzione non serve più a stabilire l'equilibrio tra i poteri, ne a preservare il privato dalle invasioni e dagli sconfinamenti del pubblico. Ogni potere è illegittimo. Il diritto pubblico non serve più. Tutto è diritto privato. Il cittadino non esiste. C'è solo l’uomo proprietario.

Non è roba che può essere facilmente assimilata senza essere prima passata per una fase di violente crisi di rigetto. Né si può d’altra parte dire che Hoppe si sforzi molto per rendersi cordiale.

“L’errore del liberalismo – osserva implacabilmente – consiste nell’aver accettato l’istituzione del governo come conforme ai principi base liberali di autodeterminazione, appropriazione originaria, proprietà e contratto: questo ha condotto alla sua stessa distruzione.

Anzitutto, dall'errore iniziale di attribuire uno "status morale" al governo consegue che la soluzione liberale all'eterno problema umano della sicurezza - un governo costituzionalmente limitato - è un'idea contraddittoria, prasseologicamente impossibile. In contrasto con l'intento liberale originario di salvaguardare la libertà e la proprietà, ogni Stato minimo ha un'inerente tendenza a divenire uno Stato massimo». Chissà cosa ne penseranno i seguaci di Nozik oppure quei liberai all'amatriciana che inseguono astratte teorie della giustizia sulla scorta di John Rawls.

Queste cose Hoppe non le scrive per scandalizzare gli odierni benpensanti. La radicalità delle sue asserzioni è frutto diretto del suo ragionare rigoroso. «Una volta che, erroneamente, il principio di governo - come monopolio della giurisdizione e della tassazione – sia ammesso come giusto, qualsiasi progetto o intenzione di restringere il potere di questo e di salvaguardare libertà e proprietà individuali risulterà illusorio. Prevedibilmente, sotto gli auspici monopolistici, il prezzo di giustizia e protezione crescerà continuamente, mentre la loro qualità tenderà a calare. Un'agenzia di protezione fondata sulla tassazione è una contraddizione in termini bella e buona - un protettore che diviene all'occorrenza espropriatore dei diritti dei protetti - e porterà inevitabilmente a più tasse e meno protezione». 

Se Hoppe la pensa così sui fondamenti politici del liberalismo, figuriamoci che cosa può dire dello Stato assistenziale scaturito dalla stagione della socialdemocrazia che fu al governo, durante i decenni passati, nella maggior parte degli Stati europei. Il passo che vi sottopongo è tratto da un altro libro di Hoppe, «Abbasso la democrazia» (Leonardo Facco ed.2000). È’ piuttosto forte nel contenuto, ma godibilissimo nello stile: «Sovvenzionando gli scansafatiche, i nevrotici, i negligenti, gli alcolizzati, i drogati e gli "handicappati" fisici e mentali attraverso la regolamentazione dello Stato sociale e la cassa malattia obbligatoria, si avranno più malattie, pigrizia, nevrosi, imprevidenza, alcolismo, dipendenza dalla droga, infezioni da Aids, così come tare fisiche e mentali (....). Forzando gli imprenditori, attraverso leggi contro il "razzismo" e la "discriminazione", ad assumere più donne, omosessuali, neri o altre "minoranze" che essi non desidererebbero, si otterranno più "minoranze" impiegate, meno datori di lavoro e meno posti per bianchi.

Il meno che si può dire è che le tesi di Hoppe e degli altri libertarìan offrono abbondandante materia alle discussioni più furiose. Ma non sono tesi ne banali ne male argomentate. Soprattutto, quello di Hoppe, non è un pensiero debole. Ed è forse per questo che intorno ad esso, come più in generale intorno al pensiero libertarian, regna - almeno qui in Italia – il silenzio più assordante. Il fatto è che la crisi della cultura politica è tale da spingere molti a fuggire ogni confronto con qualsiasi teoria che suoni un po' ardita.

Per il pensiero di destra si tratta di una sfida da raccogliere con interesse. Vi è nella prospettiva libertarìan, nella sua messa in liquidazione del Leviatano in nome del diritto naturale, la prefigurazione di un mondo di autonomie, di differenze, di varietà culturali, di solidarietà palpabili e concrete che rappresentano la più feconda eredità del Medioevo cristiano progressivamente cancellata dall'affermazione dello Stato moderno. Ma la domanda su come possa essere garantita la nuova civiltà delle autonomie portata dalla dissoluzione delle frontiere e dalla globalizzazione rimane senza risposta. È ingenuo e utopistico pensare che il solo fattore di unificazione e di garanzia possa essere il mercato. Vi è bisogno di qualcos'altro. Questo qualcosa, in assenza di valide alternative, noi continuiamo a chiamarlo "sovranità".
E la sua espressione odierna continua ad essere la politica. Il suo contenitore naturale non è detto che sia lo Stato nazionale così come lo conosciamo. La società delle autonomie medievali conviveva con un'altra entità, che era il vero punto di forza e di garanzia di quella civiltà. Questa entità si chiamava "impero". 

 

 I RAGAZZI DI VIA MILANO di Mauro Mazza (FERGEN)

 

Quando, verso la metà degli anni Novanta, una nuova generazione di dirigenti della destra fece la sua comparsa sulla scena, furono in molti, al di fuori del nostro ambiente, a chiedersi: ma questi giovanotti, così diversi dal vecchio stereotipo neofascista, da dove vengono, dove si sono formati, a parte naturalmente le sezioni e le piazze? Molti di loro venivano da un vecchio palazzo di proprietà del Comune di Roma sito in un viale alberato al centro della Capitale: via Milano, che per quasi quarant’anni ebbe una particolarità, quella di essere la strada in cui sorgeva la sede del Secolo d’Italia. In quel palazzo non pulsava soltanto la vita di una redazione. C’era qualcosa di più. Era un mondo a parte nel quale si svolse una piccola-grande epopea italiana.

Mauro Mazza, direttore del Tg2, l’atmosfera di quel luogo incredibile l’ha respirata per dieci anni, dal 1977 al 1987.

Quell’epopea la racconta oggi in un libro freschissimo di stampa, densissimo e agile I Ragazzi di via Milano (Fergen, pp. 142 euro 10- prefazione di Gennaro Malgieri). È una sorta di autobiografia collettiva. È la «trama di un racconto corale. È un tornare al passato e scoprirlo luogo dell’anima. Mazza fa salire in superficie qualcosa che c’è anche se non c’è più. C’è, anzi Ce’, come tutti (tutti quelli almeno che avevano il privilegio di dargli del tu) chiamavano Cesare Mantovani, che fu caporedattore, poi vicedirettore e quindi direttore del Secolo d’Italia in anni intensi e furiosi. Mantovani è morto il mese scorso. E ai suoi funerali si sono ritrovati molti dei suoi ragazzi, imbiancati dal tempo, ma con un che di struggente e, nello stesso tempo, di fiero negli occhi. Tra questi c’era anche Pino Rigido, uno dei pochi di quella generazione (insieme con il direttore Flavia Perina e con il sottoscritto) rimasti alla scrivania da combattimento sotto la gloriosa insegna.

Nel necrologio personale. Rigido ha salutato il vecchio direttore con un secco e commovente Ciao Ce'l. E Ciao Ce'è diventato il titolo della nota finale del libro. Il caso ha voluto che Mantovani morisse nei giorni dell'inchiesta giudiziaria di Potenza e del tracimare sui giornali delle intercettazioni telefoniche. Il libro era già pronto, ma l'autore ha voluto aggiungere una postilla. «Ancora una volta - scrive Mazza - all'esplodere dello scandalo sono stati tirati in ballo i ragazzi di via Milano, con tanto di foto della squadra di calcio pubblicata da la Repubblica nel classico pezzo di colore, impaginato di taglio basso. Ma quei ragazzi, e quei tempi, non c'entravano un bei niente. Perché allora - inesperti e squattrinati, giovani e incoscienti - si stava insieme soprattutto perché ci si sentiva parte di una storia più grande».

Già, il sentirsi parte di una stona più grande, che non è la semplice condivisione di un ideale politico, ma qualcosa di più. È il senso di un destino comune. E l'appartenere a una comunità umana in trincea permanente. Di questa comunità, la redazione di via Milano era l'avamposto presso la pubblica opinione. «Il Secolo - diceva Almirante - è un piccolo fucile. Ma un piccolo fucile puntato tutti i giorni».

Certo, le opinioni cambiano, le idee si evolvono, i tempi maturano, gli orizzonti si allargano, ci apriamo al mondo e il mondo si apre a noi. Però quel senso della stono più grande è una sostanza intangibile che non muta col mutare del tempo. È un viatico che i ragazzi di via Milano avranno sicuramente portato con sé nel loro cammino. Ed è forse lì la trama di quel racconto corale che anima questo libro forte e, nello stesso tempo, struggente.

È un sentimento che si rintraccia anche nella prefazione di Malgieri. «... Il Secolo d'Italia è stato per noi un rifugio e una famiglia; una comunità e un laboratorio d'idee; una trincea e un avamposto del quale eravamo orgogliosi; un punto d'incontro per chi non aveva ne parrocchie ne Frattocchie».

Ognuno, naturalmente, interpretava a modo suo il senso della storia. La redazione di via Milano era un microcosmo variopinto. A partire dal personale. Un tipo davvero sui generis era Giuseppe De Rosa, che tutti chiamavano "Peppe er matto". Era una sorta di genius loci. Mazza gli dedica un ricordo commosso. «Arrivava presto al giornale. Doveva accendere le telescriventi e preparare le mazzette dei quotidiani. Appena finito, la sua occupazione preferita era starsene, zitto, zitto, nella stanza del redattore capo, anche lui mattiniero». Peppe era stato alla Rsi ed era poi passato per l'attivismo duro del dopoguerra. Aveva un cuore grande come una casa. Pochi sapevano che devolveva quasi tutto il suo stipendio in favore di un orfanotrofio. Il mondo di via Milano era così: fede politica d'acciaio e umanità debordante. Un altro personaggio singolare era il telefonista. Franco Troiani. «I suoi racconti di guerra (forse) vissuta erano ricchi di colpi di scena e di particolari avvincenti quanto inverosimili. La sua militanza politica era incrollabile, di vero e proprio Ca. di si. fé. (camerata di sicura fede)». A cementare lo spirito di corpo provvedevano anche i disagi ambientali, che redattori e personale condividevano per molte ore al giorno. Tre piani senza ascensore. «Soffitti bassi, pareti dì cartongesso, una lacera e sporca moquette grigio scuro, molto scuro.
Stanze caldissime d'estate. Fredde d'inverno». I condizionatori d'aria, rumorosi e inutili, erano necessariamente spenti. «Nello stanzone della cronaca lavorava il grosso della redazione. Ogni volta che si apriva la porta d'ingresso, il rumore delle telescriventi copriva le voci dei giornalisti. Il fracasso era assordante». Ogni
venti minuti arrivava il fattorino con lunghe strisciate di carta. Le consegnava al caporedattore o a un giovane redattore: Gianfranco Fini. «Era il suo compito di leggerle e distribuirle con note a margine sulle più importanti, perché quelle notizie fossero riprese nei servizi in lavorazione». Sotto i locali della redazione, si scendevano due rampe di scale e si arrivava alla tipografia. «Il pezzo forte era la rotativa. Aveva un motore elettrico ausiliare appartenuto a una nave. Quando cominciava a girare, il rumore era assordante». Quel luogo fu preso di mira dai terroristi nel 1980. «Chi aveva orchestrato l'impresa voleva compiere una strage. Le bombe erano due. La prima, collocata nei pressi della rotativa [...], esplose e ferì sei operai. La seconda non scoppiò perché la miccia si spense». Il Secolo disertò soltanto un giorno. «Stampammo in un'altra tipografia e 36 ore dopo l'attentato riuscimmo a tornare in edicola». Si stava, al Secolo, in quegli anni, come in un fortilizio. Ma attorno stava per cambiare l'aria, ancorché nessuno pareva accorgersene. Proprio al Secolo, già negli anni Ottanta, arrivarono piccoli segni di disgelo. Più umano che politico, ma pur sempre significativo. Uno di questi segni venne nientemeno che da Sandro Pertini, il presidente partigiano. «La prima volta che il centralino del Colle chiamò perché il presidente voleva parlare con qualcuno del Secolo d'Italia, Mantovani pensò a uno scherzo [... ]. Invece era proprio Pertini, che voleva commentare un editoriale di Mantovani molto critico con lui. Lo fece con garbo, come si fa con chi si rispetta. E lo fece più volte». Proprio in quegli anni, i "ragazzi di via Milano", preparavano, senza saperlo e neanche sospettarlo, il loro gioioso assalto all'Italia, che nel giro di una quindicina d'anni li avrebbe catapultati ai vertici della politica e del giornalismo nazionali. Chi l'avrebbe mai immaginato? A via Milano cominciò la sua camera giornalistica un giovanissimo Storace. «Fisico massiccio, ruspante, simpaticissimo, barba incolta e occhiali spessi. Ci si mise d'impegno, umile, rispettoso». '' Un altro giovane redattore che avrebbe in futuro fatto parlare di | sé era Maurizio Gasparri, il quale «trascorreva molte ore in redazione». Lavorava alla pagina dell'economia. «E parlava, quasi sempre al telefono. Telefonava, praticamente, a tutti i dirigenti missini d'Italia... Parlava e parlava, velocissimo, senza pause». Gasparri scrisse un libro insieme con Adolfo Urso, anch'egli redattore del Secolo. S'intitolava L'età dell'intelligenza e parlava delle nuove tecnologie informatiche. «Tanto ciarliere Gasparri, quanto taciturno Urso. Più lunatico che timido. Capace d'immaginare per sé e per tutti noi un futuro radioso [... ]. In caso di luna storta, Urso diventava triste e depresso: tutto buio, presente e futuro, nessuna speranza per la destra e forse per l'umanità intera...». Mazza dedica pennellate sapienti ad altri ragazzi di via Milano che si sono fatti onore nella politica e nella professione: da Gennaro Malgieri a Silvano Moffa, a Teodoro Buontempo, Bruno Sodilo, Gianni Scipione Rossi, Claudio Pompei, Silvia Mastrantonio. E poi ancora l'ever green Adalberto Baldoni, il colto Carlo Cozzi, il grande e indimenticabile Franz Maria D'Asaro con la generazione dei maestri (Nino Tripodi, Alberto Giovannini, Cesco Giulio Bagnino), la presenza discreta di Almirante: «Gli articoli scritti con la portatile Adier erano proprio come i suoi discorsi: sintatticamente perfetti, senza un'incertezza, nemmeno un errore di battuta». Ci sarebbe molto altro da dire per descrivere la miniera di memorie nitide, solari, goliardiche e ironiche contenuta in queste centoquarantadue pagine. Ma lasciamo volentieri ai lettori il piacere della (ri) scoperta. Il cinico e il disincantato diranno che ogni evento o personaggio acquistano sempre, nel ricordo, un alone quasi mitico.
È vero. Ma nella trama del racconto corale dei Ragazzi di via Milano non ci sono solo vicende individuali. C'è la storia di una generazione in cammino, al varco tra due millenni, testimone e protagonista di grandi cambiamenti. E sì, sempre la storia. Era l'ossessione di quel gruppo di ragazzi negli anni della loro formazione professionale e politica. Non fa male, oggi, ricordare lo spirito di quegli anni.

Su intenet il libro ha un apposito sito: www.iragazzidiviamilano.it sul quale si trova anche materiale inedito, non riportato nel volume, che viene costantemente aggiornato.

 

 LO STUPORE DI DIO - VITA DI PAPA LUCIANI di Nicola Scopelliti e Francesco Taffarel

Nicola Scopelliti e Francesco Taffarel sono gli autori de Lo stupore di Dio-Vita di papa Luciani, un'accattivante biografia edita da Ares (prefazione del cardinale Angelo Scola, nonché introduzione a cura di monsignor Maffeo Ducoli). Il "segreto" del fascino di papa Luciani si nasconde, in sintesi, forse semplicemente in questa sua affermazione: «Noi cristiani siamo i figli della speranza, siamo lo stupore di Dio». Parole esemplari, in grado di spiegare pienamente come, nonostante la brevità del suo pontificato, questa figura così profondamente carismatica divenne amatissima in breve tempo, tanto da conquistare il mondo in pochi giorni. Ma ora una breve presentazione degli autori di questo libro. Scopelliti è vice-capocronista del Gazzettino presso la redazione di Conegliano. Tartarei, dal canto suo, è stato ordinato sacerdote direttamente da papa Luciani, diventandone poi segretario particolare dal 1967 al 1970. È quindi il maggior "custode" delle memorie di Giovanni Paolo I, e ha scritto diversi libri sui vari aspetti della vita del Pontefice; collabora inoltre con L'Osservatore Romano. Come tutti ben ricordano, purtroppo il pontificato di Albino Luciani durò appena un lampo, eppure quei pochissimi giorni furono sufficienti a rapire letteralmente il cuore di milioni di fedeli. Diverse le ragioni di tanta affezione: a partire dal sorriso dolce e contagioso, unito a una semplicità di modi che faceva da contraltare alla sublime immediatezza dei suoi racconti aneddotici. Quasi una sorta di moderne eppur antichissime "parabole", tuttora utilissime per rinfrancare l'anima dell'uomo di ieri e di oggi, bisognoso di parole di carità e di esempi di facile intendimento, al di là della crescente complessità della società odierna. In tal senso queste pagine si propongono di delineare a tutto tondo un profilo sia esteriore che squisitamente interiore degli episodi essenziali della sua vita, seguito via via fin dalla fanciullezza, povera e difficile, passando attraverso gli anni da seminarista, sacerdote e vescovo, fino all'inattesa elezione a Pontefice. Il lettore potrà agevolmente constatare come ogni evento nella vita di papa Luciani fu segnato dal bagliore di una Fede cristallina che aveva per emblema la forza sempreverde della Semplicità, mai disgiunta, comunque, da una tenacia e fortezza d'animo che l'accompagnò in ogni momento della sua esistenza terrena. Infatti in ogni istante egli rispose con un fervido "sì" agli inviti del Signore: dalla chiamata al sacerdozio in gioventù, ai fecondi anni d'insegnamento in seminario, all'elezione vescovile e fino a varcare il soglio petrino. Va sottolineato che questa biografia ha inoltre il merito non indifferente di aver raccolto una "galleria" di gustosi, umanissimi aneddoti del "Luciani minore", in grado di metterlo in evidenza come un grande catechista, profondo e la tempo stesso immediato conoscitore dell'animo umano, delle sue forze e debolezze. Un papato, il suo, che, nonostante l'incredibile e drammaticamente repentina brevità, è destinato comunque a rimanere nei ricordi di tutti, così come la sua figura al tempo stesso fragile, gentile eppur incrollabile, ricordando sempre le eterne parole di Gesù: «Il mio giogo è soave, il mio carico è leggero» (Mt 11,30). 

 

CARLO AIANELLO: L’ALFIERE

 

La prima impressione – quella che mi indusse, appena quindicenne, ha comprare il libro e che vivida continua a persistere nella memoria – è legata alla copertina: un soldato in divisa dei cacciatori borbonici, rossa, con una bandiera in mano. Una stampa d’epoca, che ricordava, nella sua stilizzazione, i soldatini di piombo dell’infanzia.

E poi il titolo L’Alfiere. Il nome dell’autore non mi diceva ancora nulla: Carlo Alianello. Ma il libro era pubblicato da Rusconi, in quella straordinaria – anche se troppo breve – stagione che la vide diretta da Alfredo Cattabiani. E questo era già, di per sé, un ottimo biglietto da visita.

In quei primi anni ’70 a destra trovare i libri non era affatto facile. Certo, pullulavano piccoli, anzi minimi editori di area con poca o nessuna distribuzione; con nessuna risonanza sui media e sulla grande stampa. Vigeva il più assoluto ostracismo nei confronti di nomi, autori, opere non allineati, o meglio non supini alla vulgata ideologica alla moda.

La Rusconi di Cattabiani ruppe, per un periodo, con il coro. E ci fece conoscere, scoprire o riscoprire, molti degli impresentabili della cultura italiana ed europea, da Jünger a Molnar, da Prezzolini a Barbey D’Aurevilly. Soprattutto ci fece conoscere una “cultura di destra” che non era fatta, solo, di revanscismo post-bellico, di nostalgia, di memorialistica, pur interessante e piena di dignità, e neppure, all’opposto, di saggistica, di trattati, opuscoli, discussioni sul corporativi-smo e sulla socializzazione, sull’idealismo ed il tradizionalismo. Una cultura che era, anche e forse in primo luogo, grande letteratura, romanzi, poesia. Insomma, che il meglio del ’900, i più grandi scrittori, i massimi poeti erano stati, piacesse o meno, di “destra”, quando non direttamente “fascisti”, per lo meno “conservatori”.

Oggi, è una sorta di dato scontato – Pound, Eliot, Ungaretti, Hamsun, Unamuno – solo i ciechi per malafede possono continuare a negare quello che, da ultimo, anche il vecchio comunista Raboni – comunista, ma poeta autentico e critico intelligente – ha finito con l’ammettere apertis verbis. Allora, però, le cose stavano ben altrimenti. E noi si doveva cercare i libri quasi fossero dei samizdat, semiclandestini, ma, proprio per quello, le “scoper-e” risultavano più illuminanti, i libri venivano divorati, amati, finivano con il segnarti la vita. Con il lasciare in te un’impronta profonda.

L’Alfiere di Carlo Alianello. Ricordo che, davvero, lo divorai come ben pochi altri romanzi. Lo lessi e, poi, lo rilessi con crescente entusiasmo. E ne parlai con gli amici, in quelle lunghe discussioni tipiche di quegli anni, che si traevano fino a notte fonda, quando ormai i caffé erano chiusi e ci avevano gettato fuori, e noi si continuava ad andare avanti ed indietro per la città parlando, parlando. L’Alfiere aveva tutte le caratteristiche per essere amato da quella generazione, che poi è la mia generazione. Caratteristiche che vanno, a ripensarci oggi, ben al di là della dimensione, potremmo dire, storica dell’opera. Certo, il fatto che fosse stato un libro sempre censurato, sempre avversato da tutti i conformismi di regime, aveva già di per sé un suo fascino irresistibile. 

Si racconta che quando venne pubblicato, nel ’42, un importante critico avesse detto ad Alianello di non poter recensirlo: troppo controcorrente, troppo antirisorgi-mentale. Antinazionale addirittura, che avrebbero detto i fascisti?

Poi, paradossi del destino, durante la Repubblica Sociale proprio quei fascisti, gli ultimi, sembra l’abbiano amato molto, vero libro da zaino e bivacco. Successo pagato, naturalmente, con una sostanziale damnatio memoriae nel dopoguerra.

Diamine, era un libro che piaceva “ai fascisti”. Noi, però, in quel primo, convulso, scorcio dei ’70, quel’Alfiere borbonico lo amammo per altre ragioni. Intanto perché era un grande romanzo, un romanzo classico nella sua struttura. Non che si fosse, per carità, dei raffinati critici letterari, tutt’altro, ma la classicità della scrittura di Alianello, la sua tersità, la capacità di costruire un intreccio solido, forte, ben strutturato aveva il potere di affascinarci. Di avvincere, coniugando così il piacere della lettura con il dettato “ideologico”, sempre che di ideologia, poi, si possa parlare, e non, piuttosto, di una sorta di simpatia viscerale. Che rende meglio il rapporto con un libro come questo.

Ché nella vicenda di Pino Lancia, alfiere dell’esercito borbonico, nel suo pervicace combattere dalla parte degli sconfitti, da Calatafimi a Gaeta, nella sua fedeltà, nel suo senso - arcaico forse – dell’onore, nella sua solitudine, soprattutto, era inevitabile ritrovarsi. E questo al di là del contesto storico della narrazione. Al di là della questione meridionale, dell’anti-risorgimento, delle polemiche sull’unità d’Italia.

Anche perché, ancor oggi, non credo che fossero queste davvero a costituire il cuore di quel romanzo, il più felice di tutta la produzione di Alianello.

Certo, vennero poi altri libri – La conquista del Sud, soprattutto – in cui la polemica dello scrittore lucano contro la vulgata risorgimentale si fece più dura, esplicita, financo faziosa. E, sulla sua scia, tutta una parte della cultura della destra italiana – marginale, forse, ma non insignificante – che riscoprì l’Italia pre-unitaria, le nostre “vandee”, la massoneria e la tradizione cattolica, l’orgoglio delle “piccole patrie”, dell’identità particolare contro la massificazione del presente, ma questo venne dopo, appunto; e, in fondo, non è veramente importante.

Allora, in quegli anni, si leggeva L’Alfiere senza alcun revanscismo borbonico, senza alcuna forma di nostalgismo anacronistico. E, forse, lo si leggeva davvero come andrebbe ancora letto. Alianello è stato un lottatore contro lo Spirito del Tempo e le sue forme degenerative, le sue mode, più che un filo-borbonico o un semplice reazionario di vecchio stampo. Erede della grande tradizione del verismo meridionale – la nostra più schietta tradizione narrativa – e figlio anch’egli di quella disillusione che prese la cultura italiana dopo l’Unità, ha saputo tradurre nei suo romanzi e saggi il senso dell’esistenza di un’”altra Italia”. O, se si vuole, le ragioni dei vinti. Perché quello che, in fondo, L’Alfiere di Alianello ci ha insegnato che è vero che a scrivere la storia sono, sempre, i vincitori, ma che questo non comporta, necessariamente, che quella sia la verità. O meglio, l’unica verità.

L’Alfiere è monumento alla memoria dei vinti. Dei vinti in generale, non solo degli sconfitti dal Risorgimento. È un po’ come la tomba di Ettore nella chiusa dei Sepolcri foscoliani: rende giustizia, attraverso la memoria, ai condannati dalla storia ufficiale. È il poema, epico e lirico insieme, dell’orgoglio dei vinti. Un ethos mille miglia lontano dall’ideologia del successo, dalla mitizzazione dei vincenti che caratterizza questo nostro mondo. Un ethos che ci portava (e ci porta) lontano, al Giappone dei samurai, a Mishima, allo splendido saggio di Ian Morris – un raro occidentale capace di penetrare l’anima nipponica – sulla “nobiltà della sconfitta”, appunto.

Lo stesso animus che, poi, ritrovai in altri autori, nel Joseph Roth de La cripta dei cappuccini, ne I proscritti di von Salomon, ne Il soldato dimenticato di Guy Sajer, ed in quell’altro Soldato postumo del nostro, sventurato, Marcello Gallian. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma Alianello venne prima. E resta, in fondo, il ricordo più vivido.

Anche perché la storia di Pino Lancia è particolarmente intensa, sapiente fusione di stile verista e spiriti tardo-romantici. Un libro sulla scia del De Roberto de I viceré, del Pirandello de I vecchi e i giovani, del Tomasi di Lampedusa de Il gattopardo, soprattutto. Ma con minor disincanto, anzi con una capacità ancora tutta intatta di sognare.

Poi, ovviamente, venne la lettura degli altri romanzi dello scrittore lucano. L’inghippo, Soldati del re e, soprattutto L’eredità della Priora, la grande saga epica del brigantaggio, con due personaggi straordinari, Andrea Guarna e Gerardo, capaci davvero di reggere il confronto con quello di Pino Lancia. E venne anche lo “sdoganamento” di Alianello. L’eredità della Priora pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli, il miliardario rosso, l’editore rivoluzionario, che, tuttavia, per il “reaionario” Alianello serbava una sorta di venerazione filiale. E lo sceneggiato tratto da questo romanzo, uno di quei bei sceneggiati di una volta - alla Anton Giulio Maiano per intendersi – di quando la Rai era altra cosa, per di più con le musiche, suggestive, di Bennato, i canti dei briganti in un dialetto che era anch’esso ben altro del birignao pseudosiciliano del Montalbano  di Camilleri.

È però L’Alfiere ad aver segnato una stagione della nostra vita e della nostra memoria. Ad averci in qualche modo insegnato che può avere un suo fascino nuotare controcorrente, opporsi al flusso montante della storia. Ad averci ricordato che la vita non è solo successo, che i vinti possono essere migliori, eticamente ed esteticamente, dei vincitori. E che esiste una bellezza ineffabile nella coerenza con se stessi. Anche con i propri errori e i propri anacronismi.

Così, come dicevo, in quei primi anni ’70, quando si era davvero nel “ghetto” – o come dicevano gli “altri” nella “fogna” – abbiamo seguito con la fantasia Pino Lancia, l’alfiere, fin sul Garigliano, sul Volturno, sulle mura di Gaeta senza porsi alcun problema ideologico sulla coerenza tra questa nostra “simpatia” viscerale ed il patriottismo della destra italiana di allora, tutto inni e bandiere tricolori, tutto risorgimento ed un po’ “libro cuore”. Forse perché Alianello ci aveva fatto capire che ciò che conta davvero non sono le ideologie, ma gli uomini. Uomini nutriti di idee, certo, ma non di astrazioni. Capaci non tanto di parlare e teorizzare, quanto di vivere, di essere. Sono loro davvero a fare la storia, o meglio le storie con la “s” minuscola.

 Uomini di carne e sangue, di passioni e viscere.

   

GIAMPAOLO PANSA: LA GRANDE BUGIA

E’ stato Ernesto Galli della Loggia ad argomentare – da storico e polemista qual è – l’importante contributo che, anche con questo suo ultimo libro (La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano, 469 pp, 18,00 euro), Giampaolo Pansa ha arrecato al dibattito culturale italiano. Che non è solo quello di aver rotto il tabù sulle migliaia di fascisti brutalmente assassinati dai partigiani a guerra finita, ma quello più sostanziale di aver sfatato tutti i miti sui quali per oltre cinquant’anni si è retta l’egemonia politico-culturale nel nostro Paese. Contro quest’operazione, sottolinea Galli della Loggia, si è però scagliato un antirevisionismo che «rappresenta un momento essenziale della battaglia della sinistra per continuare a pensare se stessa come detentrice del monopolio del Bene».

Tra i capitoli del nuovo libro di Pansa va sottolineato quello intitolato “Il maledetto Pisanò”, interamente dedicato al ruolo svolto – già negli anni Sessanta – dallo scomparso giornalista e uomo politico di destra in direzione di quello che oggi viene chiamato “revisionismo”. Così lo definisce Pansa: «Un uomo speciale, Giorgio Pisanò: un giornalista di destra, il primo revisionista comparso nella ricerca storica sulla guerra civile. E per questa ragione molto avversato, per non dire odiato, da tanti furbetti del quartierino storiografico di sinistra.

Invece di discutere delle sue ricerche, e di correggerle o di contestarle come sarebbe stato normale, e in più di un caso anche giusto, si sono limitati a metterlo al bando. Sostenendo che non bisognava leggerlo, che i suoi libri erano soltanto un insieme di falsi, che il maledetto Pisanò non era altro che un propagandista missino, premiato da Giorgio Almirante con un seggio in Parlamento...». Va ancora oltre, Pansa, individuando nel lavoro “revisionista” compiuto da Pisanò a caldo, quando non si erano ancora spenti i fuochi della guerra civile, la premessa di quanto va compiendo oggi lui stesso con libri come Il sangue dei vinti: ancora oggi citare Pisanò fa infatti «andare in tilt tutti i Guardiani del faro Resistenziale. E invece – aggiunge Pansa – il suo lavoro di tanti anni ha avuto un’importanza cruciale nel formare l’opinione media della destra italiana sulla nostra guerra interna. Può non piacerci, ma è la verità...».

Ben 19 pagine de La grande bugia sono dedicate, quasi a mo’ di risarcimento postumo, all’itinerario politico-giornalistico e alla vicenda personale di Giorgio Pisanò. Era nato a Ferrara il 30 gennaio del 1924, figlio di Luigi, un pugliese di San Vito dei Normanni laureato in giurisprudenza a Messina, poi funzionario dello Stato. Il padre di Pisanò concluderà la sua carriera come viceprefetto di Como, epurato nel 1945. Ma non era fascista. Il vero fascista della famiglia era il nonno materno, Lamberto Cristani, un impresario teatrale amico personale di Italo Balbo. Da lui, racconta a Pansa Paolo, il fratello di Giorgio, «il nostro imprinting di fascisti». L’8 settembre sorprese i due fratelli Pisanò a Pescara: Giorgio aveva 19 anni, Paolo 4: «In preda all’angoscia, Giorgio si nascose in un portone e pianse per lo sfacelo che vedeva, per l’armistizio, per il tradimento della monarchia, per il mondo che gli crollava addosso. Un ragazzo della sua età lo scorse e gli disse: vieni con me... Con altri ragazzi, corsero alla caserma Gavinana, abbandonata dai soldati. Raccolsero delle armi e riaprirono la sede del fascio. Di lì a poco arrivò alla Gavinana un reparto tedesco. Il comandante vide quei ragazzi armati e gli disse: bene, vi affidiamo la città di Pistoia. E se ne andò». Inizia allora il percorso di Giorgio nella Repubblica sociale italiana.

Lo narrò anche in un libro: La generazione che non si è arresa, pubblicato nel novembre 1964 dalle Edizioni Pidola e poi ristampato soltanto nel 1997 dal Saggiatore con il titolo Io fascista. «Alla fine della guerra – si legge nel libro di Pansa – Giorgio si trovava in Valtellina, ufficiale della X Mas e, insieme, tenente delle Brigate Nere, assegnato ai servizi speciali del Comando generale. Doveva ripartire per una missione clandestina in Svizzera, ma venne catturato dai partigiani dopo aver

combattuto sino alla sera del 28 aprile 1945. Scampò alla fucilazione perché sembrava un prigioniero come tutti. Passò di carcere in carcere: Sondrio, Milano, Spoleto, Perugia, Pistoia. Poi finì nei campi di concentramento degli inglesi a Terni e a Rimini. Qui rimase “ospite di Sua Maestà britannica” sino al 7 novembre 1946». L’8 novembre 1946, Giorgio, che stava per compiere i 23 anni ed era tornato in libertà, raggiunse a Lucino la sua famiglia di sette persone: padre, madre, quattro fratelli,

gli ultimi due bambini, una sorella di 3 anni e Paolo di 7, e la nonna. E Giorgio riscoprì la politica e incontrò quella che sarebbe stata la professione della sua vita: il giornalismo. Nel gennaio ’47, a Como, fu tra i fondatori del Msi, diventando il primo segretario di quella federazione. E a Milano prese contatto con il Meridiano d’Italia. «Era un settimanale di destra, neofascista, come si diceva allora, diretto – si legge ne La grande bugia – da Franco De Agazio. Il giornale, molto battagliero,

aveva iniziato un’inchiesta sull’oro di Dongo. Ed era stato il primo a rivelare che il misterioso “colonnello Valerio”, presentato come il giustiziere di Mussolini, si chiamava Walter Audisio ed era un comunista di Alessandria. Per questo De Agazio venne assassinato dalla Volante rossa il 14 marzo 1947, a Milano, di mattina, mentre andava al giornale. Alla direzione del Meridiano gli successe il nipote, Franco Maria Servello, che allora aveva 25 anni, destinato poi a diventare un dirigente nazionale del Msi e un parlamentare sempre eletto e molto esperto. Quello fra Giorgio e Servello fu l’incontro fra due giovani di fegato, impegnati in un’impresa che sembrava impossibile nell’Italia di quel tempo: fare del giornalismo di destra e d’inchiesta, in mezzo a mille difficoltà e rischiando sempre la pelle». Nel ’47 Giorgio aveva 23 anni, un’età in cui oggi i giovani non arrivano neppure a fare gli stagisti nei giornali. Una delle sue prime inchieste per il Meridiano fu proprio sugli omicidi del dopoguerra compiuti dai partigiani comunisti nel Comasco. Era una catena impressionante di delitti, molti dei quali legati alla scomparsa dell’oro di Dongo: il tesoro sequestrato dopo la cattura della colonna tedesca in cui stava Mussolini e finito nelle casse del Pci. Pisanò iniziò anche a indagare sulle circostanze dell’esecuzione del Duce e di Claretta Petacci. E sui misteri legati alla figura di chi aveva ucciso Mussolini. Raccolse l’esito delle sue ricerche di decenni nel libro Gli ultimi secondi di Mussolini, pubblicato dal Saggiatore nel 1996, un anno prima della sua morte. «In quel dopoguerra – leggiamo ancora nel libro di Pansa – occuparsi di certe faccende poteva costare la vita. Nel novembre 1951, un amico avvisò Giorgio che qualcuno aveva deciso di ucciderlo... Una notte, mentre facevano l’ultimo tratto a piedi, gli spararono per accopparlo. Lui gettò a terra la sorella Francesca e rispose con la Beretta. Chi gli aveva teso l’agguato scappò e Giorgio poté rientrare incolume a casa». Ma lui continuò a condurre le inchieste sui delitti del dopoguerra e sull’oro di Dongo. I comunisti impararono a conoscerlo e a odiarlo, anche perché andava a deporre ai processi. Per tutta la sinistra era una vera e propria bestia nera. Vale come esempio un titolo de l’Avanti! , il quotidiano dei socialisti, del 28 luglio 1957: «L’inconcludente collezione di voci di un poliziotto-dilettante fascista». Ma Pisanò non s’intimidì mai. Nel ’54 venne assunto a Oggi, il  settimanale fondato da Angelo Rizzoli e diretto da Edilio Rusconi, un rotocalco di massa che arrivò a vendere un milione di copie a settimana. Nel ’57 passa a un altro settimanale, fondato proprio da Rusconi, Gente. Lì nasce l’idea di stampare a puntate una storia della guerra civile italiana accompagnate da immagini. La prima delle diciotto puntate di quella storia fotografica uscì nell’agosto 1960 e si concluse con l’ultimo numero dell’anno. E furono pubblicate 408 fotografie, il nocciolo del racconto che Pisanò avrebbe sviluppato negli anni successivi. Le puntate vennero poi raccolte nel libro Sangue chiama sangue, 304 pagine, stampato nel luglio del ’62. Per la copertina Pisanò aveva scelto un’immagine destinata a diventare famosa: un fascista giustiziato dai partigiani a Piacenza, il 28 aprile 1945: attorno a lui i partigiani che l’avevano catturato, tra i quali, armato, il padre di Marco Follini. «Fu nel corso di quella prima inchiesta – racconta il fratello Paolo – che Giorgio capì fino in fondo quale fosse stato il motore d’avvio della guerra civile. Era la strategia dei comunisti di uccidere la colomba per scatenare il falco. Ossia di assassinare i fascisti moderati per spingere gli altri, i fascisti più scaldati, a replicare col pugno duro, con le fucilazioni e le rappresaglie, facendo divampare l’incendio. Il Pci vinse in quel modo, diventando il partito egemone di un conflitto terribile tra italiani».

A 44 anni Pisanò tenta un’altra Ini0ziativa editoriale: far rivivere un settimanale che aveva fatto opinione negli anni dell’immediato dopoguerra: Candido, di Giovannino Guareschi. I due s’incontrarono e Guareschi accettò, anche se poi morì qualche mese dopo.

Ma il 27 luglio la testata tornò in edicola diretta da Giorgio Pisanò. le inchieste sugli scandali pubblici che pubblicò scatenarono veri terremoti politici. Con l’inchiesta sul socialista Mancini, la vendita del giornale arrivò a 100mila copie la settimana, tanto che nel febbraio ’71 Pisanò venne arrestato per estorsione aggravata e continuata. Poi, dopo cinque mesi, venne assolto dal tribunale. «Quando uscì di galera, Giorgio stampò un manifesto rimasto famoso: “Mancini sei un ladro”, Venne offerto ai lettori del Candido al prezzo di 15 lire la copia. «Ne vendemmo – racconta il fratello – 180mila copie, che finirono sui muri di tutta Italia». Ma la ragione dell’odio delle sinistre per Giorgio fu soprattutto la sua Storia della guerra civile: «Con quelle 93 dispense, e poi con la storia delle forze armate della Rsi – ricorda ancora Paolo – Giorgio ruppe il monopolio della storiografia resistenziale, quasi tutta di sinistra. A pensarci bene, e senza far torto a nessuno, quel lavoro, sia pure discusso e discutibile come tutte le ricerche storiografiche, rimane l’unica storia generale del 1943-1945 che sia stata prodotta a destra». Un riconoscimento significativo in un contesto generale in cui, scrive Pansa, «la destra ha poche armi, pochi giornali, poche case editrici, Pochi clan intellettuali che contano... e la sinistra invece possiede tutto ciò che manca alla destra: una capacità di fuoco capace di stroncare chiunque... ». Ed ecco perché attaccarono a demonizzare anche il direttore di Candido, definendolo “il maledetto Pisanò”. E lo hanno fatto fin quando hanno potuto, commenta Pansa, «nella vana speranza di cancellare una versione storica della guerra civile che non collimava con la vulgata resistenziale.

Per di più scritta da un vinto, da un marò della Decima Mas, da un brigatista nero che, purtroppo, non era finito sottoterra...». È importante, a questo proposito, che l’autore faccia introdurre La grande bugia da una citazione dal discorso d’insediamento al Quirinale del presidente Giorgio Napolitano: «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie, laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni...».

 

 PETER HAHNE: “LA FESTA E’ FINITA”

 Pochi hanno il coraggio di ammetterlo, ma la festa di un'Europa edonista, leggera e scansafatiche è davvero finita. Non ci rimane che  imboccarci le maniche e restituire

serietà ai nostri giorni. 

Arriva in Italia, freschissimo di stampa, il pamplet di Peter Hahne che ha spopolato in Germania (settecentomila copie vendute). Il volume s'intitola per l'appunto

La festa è finita ed è pubblicato da Marsilio (pp. 116, euro io). L'autore, che è scrittore e giornalista televisivo, situa nell'11 settembre del 2001 la data fatale che ha posto

 fine a quella che egli chiama la «società del divertimento». Il che non vuoi dire, banalmente, che da quel giorno la gente europea abbia perso la voglia di divertirsi. Vuole

 dire, più in profondità, che la percezione della realtà è cambiata. «Sono svanite le fantasie onnipotenti di una pace mondiale basata sulla ragione. Questa è la fine dello spensierato piacere personale». E poi ancora: «Ricomincia una vera e propria guerra culturale, nella quale si gioca la partita della verità, della chiarezza e della questione

 della nostra identità». La coscienza della nostra «aggredibilità» ci spaventa. «In fondo esiste davvero una realtà che non può essere sostituita dalla divertente virtualità

televisiva».

È bene chiarire che Hahne non è un apocalittico profeta di sventure, ne un moralista tètro e bigotto. La lettura del libro non mette di malumore. Restituisce piuttosto un

 senso di liberazione. È come dire: «Non sono il solo a pensarla così. Non sono il solo a provare disagio per questa euforia malsana che ci circonda, per questa cultura

da struzzi che rifiuta la realtà in nome di un buonismo dolciastro dall'effetto intossicante». V’è l'indicazione di una rigenerazione possibile. È l'invito alla riconquista della

 dimensione del futuro. Lo scrittore cita Gadamer: «II futuro è l'origine. Se non ci ricordiamo più della nostra origine, non avremo alcun futuro». Per Hahne

 reimpossessarsi di identità e memoria non equivale a rimpiangere un passato dorato che non c'è più. La nostalgia appartiene piuttosto alla società del divertimento.

 È anch'essa una forma di stordimento, una fuga dalla realtà. A dispetto del suo titolo, il pamplet è un libro vitalistico. Ci induce a riscoprire ambizioni e sogni energetici,

che poi sono le visioni dell'avvenire. «Se la nostra vita, e con essa anche tutta la nostra società, deve riuscire bene, le nostre aspettative devono essere sempre più

grandi dei nostri ricordi, e la nostra speranza deve essere sempre più grande delle nostre preoccupazioni».

Siamo nel solco di quel risveglio culturale che si registra da qualche tempo nel Nordeuropa, dove aumenta la schiera degli scrittori realisti e politicamente scorretti che

 spopolano nelle librerie. Oltre al valore in sé, l'uscita di questo libro presenta al pubblico di destra un ulteriore motivo d'interesse. L'opera è infatti citata nel documento

di Fini "Ripensare il centrodestra nella prospettiva europea" presentato all'Esecutivo di An il 18 luglio e successivamente discusso sia nei tré forum organizzati dal partito

nelle scorse settimane sia alla recente Assemblea nazionale di An. «Hahne - si legge nel documento redatto dal presidente Fini con la collaborazione di Adolfo Urso e

 Pasquale Viespoli - ci rivela un'Europa profonda e molto diversa da quella di diffusi stereotipi. Un'Europa che si pone domande sul proprio futuro e che trova risposta

nelle proprie radici; che scopre l'ignoto nel confronto con l'altro da sé, il disorientamento per l'accelerazione delle ricerca scientifica e la discrasia con la necessaria

 consapevolezza morale, il timore che il vecchio continente rimanga indietro rispetto alla straripante tecnologia statunitense, alla inesauribile capacità energetica russa e

all'incontrastabile competitività cinese».

Non è privo di significato il fatto che la citazione di un libro in un documento politico preceda la pubblicazione del libro stesso. Non è un evento che capita frequentemente

nel panorama italiano. È il segno del tentativo di An di collegarsi alle correnti più vive dell'odierno pensiero europeo. «Alleanza nazionale - mi dice il presidente

dell'Osservatorio parlamentare, Federico Eichberg, uno dei giovani intellettuali di destra più in vista - coglie un interessante filone culturale in crescita. Oltre al libro di

Hahne, è significativo l'inserimento nel documento anche de L'imparfait du présent, di Alain Finkieikraut, un altro intellettuale europeo d'influenza crescente e che risulta

vicino alle posizioni di Sarkozy.

A questa rosa va aggiunto anche il britannico Roger Scruton». Sono tutti autori che reagiscono con forza al pallido nichilismo europeo. Per quanto riguarda Hahne,

merita di essere sottolineato il fatto che lo scrittore collabora con il ministro della Famiglia del governo Merkel, Ursula von der Leyen (Csu), una vitalissima donna tedesca

madre di sette figli. «Abbiamo bisogno di élites che, invece di distaccarsi dalla famiglia, siano di esempio nel mettere al mondo bambini. Più del quaranta per cento delle  accademiche già oggi non ha più figli». Sono le culle vuote la manifestazione più eclatante della crisi europea. «L'imperversante individualismo della "cultura single" e le

 patologiche incapacità di stringere legami hanno conseguenze demografiche devastanti».

All'origine di questa malattia spirituale ci sono molti fattori sia di ordine storico sia di ordine politico e culturale. Non è privo di significato che Hahne inserisca tra gli

elementi patogeni anche l'eredità del '68, «Esistono molteplici ragioni per spiegare il fatto che i valori classici, assai portanti per la nostra società, siano stati sottoposti

allo smontaggio sistematico e irrisi come virtù secondarie (...). La ragione fondamentale sta nella battaglia del '68 contro ogni forma di tradizione, di autorità e di

vincolo ai valori». Viene da lì anche l'idea dell'egocentrica autorealizzazione come misura di tutte le cose». Vale la pensa di sottolineare che il mito del '68 è stato

recentemente demolito da Sarkozy. «Gli studenti del Sessantotto -ha detto il leader neogollista parlando il 5 settembre scorso ai giovani del suo partito - erano i figli

viziati di trent'anni di benessere. Voi siete i figli della crisi. Loro vivevano senza costrizioni e oggi siete voi a pagare il conto».

 Questi i mali indicati da "Sarko": «L'inversione dei valori, il giovanilismo, la svalutazione del lavoro e del merito, la confusione di diritti e doveri, la dequalificazione

di massa all'insegna dei diplomi per tutti, l'esaltazione del maoismo e del castrismo». Non è una diagnosi molto diversa da quella di Hahne, segno che la cultura del

centrodestra europeo ha individuato un filone comune di idee e di problemi. Solo in Italia, a quanto pare, il '68 rimane un tabù, di cui è proibito parlare male.

Alla fine, la debolezza interna europea si manifesta a contatto con la compattezza politica e culturale dell'Islam.  «Non c'è da meravigliarsi che intellettuali islamici

 percepiscano il dialogo con i cristiani come una perdita di tempo, quando vedono quanto poco seriamente noi stessi prendiamo la nostra fede. La nostra pavida

società del compromesso teme il vero confronto».

Una delle cose più belle e atroci  sull'11 settembre le ha scritte il sociologo francese Jean Baudrillard quando ha rilevato che l'impatto degli aerei contro le Twin Towers

è come se avesse rivelato una insospettabile debolezza strutturale dei due giganteschi edifici. Questo discorso, riferito agli Stati Uniti, può essere esteso con più

pregnanza di significati all'Europa. È da tempo che sentiamo scricchiolii. Ma possiamo ancora intervenire, prima che la casa ci crolli addosso.

 

 

LA COMPAGNIA DELL’ANELLO: “altre storie”

Si affaccia alla soglia dei trent'anni la Compagnia Dell'Anello. E il gruppo è più che mai vitale, con una stagione di concerti già  programmata e con

 l'imminente uscita di un libro. Il volume è principalmente una raccolta di spartiti, «per rispondere alle richieste dei molti ragazzi che - spiega Mario Bortoluzzi, voce della band - ci chiedevano le note delle nostre canzoni». Anche il formato del libro, in A4, risponde a questa esigenza, ma in Altre storie c'è di più. Ci sono le tavole inedite dell'illustratrice Franca Montesin, che ha scelto strofe delle canzoni per le didascalie, e ci sono, soprattutto, ricordi e suggestioni. Testi e musica sono accompagnati da nove contributi, di altrettanti giornalisti e intellettuali, che ripercorrono la storia della Compagnia e con essa la più florida stagione creativa della destra giovanile italiana, che negli anni a cavallo tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 seppe immaginare un rinnovamento complessivo di contenuti e forme della propria politica. Nato .ufficialmente nel '77 il gruppo più longevo del panorama della musica alternativa affonda le proprie radici nel fermento culturale e di rinnovamento che caratterizzò i Campi Hobbit.

«Con il libro - aggiunge Bortoluzzi - abbiamo voluto fissare su carta i nostri trent'anni e un periodo che ancora oggi ha il tratto dell'innovazione». Fra i nove articoli inseriti nel libro, «nove-precisa Bortoluzzi - come la vera Compagnia tolkeniana», quello di Umberto Groppi offre un'analisi lucida di questa esperienza identificata - riferisce Bortoluzzi – come «una sorta di "residuato bellico", perché è l'unica sopravvissuta dello spontaneismo di quegli anni».

Il libro coglie l'occasione dell'anniversario per non perdere la memoria delle produzioni musicali che accompagnarono quella fase. La sua pubblicazione, prevista per fine novembre, è stata interamente sostenuta dall'associazione culturale "Compagnia dell'Anello", nata nel 2002 «per diffondere e conservare la canzone alternativa e, in particolare -spiega ancora Bortoluzzi - quella dei gruppi nati a Padova e nel Veneto, come la Compagnia, i Clessidra e gli Zpm».

Allo stato attuale sono già una trentina i convegni programmati per la presentazione del volume e per il primo incontro si pensa a un appuntamento preciso: il 6 dicembre nella Capitale. Esattamente trent'anni fa, in quel giorno, al teatro delle Muse si svolse il primo concerto romano di musica alternativa. Bortoluzzi  c'era, la Compagnia ancora no. «Suonavo – ricorda - con il "Gruppo padovano di protesta nazionale», acronimo "Gpdpn". Un anno dopo parte del "Gppn" diede vita alla nuova formazione, mutuando dall'esperienza appena conclusa alcuni pezzi "storici” come Ian Palach, Padova 17 giugno 1974, A Piero.
Dopo quello di oggi il prossimo appuntamento con la Compagnia in concerto è a Como, anche qui con un patrocinio istituzionale, nella data simbolica del 9 novembre.

 

 

LA DESTRA E IL SESSANTOTTO di Alessandro Gasparetti

 

Ma che ci facevano i fascisti a Valle Giulia? Una domanda che dev’essere risuonata spesso nelle menti incredule dei custodi di ogni ortodossia, così a disagio di fronte ad un fenomeno sociale (la partecipazione dei giovani di destra alla celebre battaglia urbana sessantottina ma anche a tutta la fase iniziale della contestazione) che irriverentemente si sottrae a ogni lettura conformista. A caldo si trovarono le chiavi di lettura più scontate: giovanilismo di stampo risorgimentalista come minimizzò Pasolini, lapsus ideologico, immaturità politica o magari la sempreverde "intelligenza col nemico". Più tardi, si preferì invece falsificare semplicemente i fatti e occultare i ricordi sgraditi. È così che, nell’immaginario collettivo, il ’68 è diventato la grande epopea rivoluzionaria della cosiddetta "meglio gioventù" indomita sulle barricate contro "fasci" e polizia. Una ricostruzione falsa e tendenziosa, che tende ad appiattire e banalizzare la complessità di una rivolta che ebbe – almeno all’inizio – tratti creativi, libertari e innovativi assolutamente non riconducibili alle stantie categorie del politichese e alla cultura ottocentesca di stampo marxista-leninista o illuminista.

Malgrado la vulgata, tuttavia, non è mancato chi, in questi anni, ha tenuto vivo il ricordo della verità storica, prima sussurrata e trasmessa quasi esotericamente, poi pian piano emersa in superficie, fino a suscitare la curiosità degli studiosi, finalmente decisi a estendere un salutare revisionismo anche agli eventi del dopoguerra.

 Il recentissimo libro La destra e il ’68, di Alessandro Gasparetti (Settimo Sigillo, pagg. 240, euro 20) si colloca esattamente nell’alveo di questa nouvelle vague storiografica. Il testo intende mostrare, grazie ai resoconti giornalistici di quegli anni, le disparate e spesso contrapposte reazioni del variegato mondo della destra ai cambiamenti politici, sociali e culturali di fine anni ’60. La ricerca minuziosa e accurata delle fonti mostra in modo chiaro l’assoluta trasversalità tanto dell’entusiasmo quanto dei timori che gli eventi del ’68 suscitarono nella società italiana di quegli anni. È così che le analisi vetero-togliattiane de l’Unità finiranno per convergere

con quelle delle testate borghesi che della rivolta non capiranno nulla fino alla fine, mentre viceversa non pochi ragazzi del Fuan e delle organizzazioni della destra giovanile si ritroveranno in piazza a braccetto coi compagni. L’episodio di Valle Giulia, con Fuan-Caravella e Avanguardia nazionale a guidare le cariche, è quindi solo l’espressione più eclatante di un fenomeno di convergenze parallele già da tempo in atto.

Ma, di nuovo: come è stato possibile tutto ciò? Per comprenderlo bisogna scoprire un altro Sessantotto, quello che non ha il profilo torvo dei "katanga" milanesi o l’occhio cattivo dei dreamers bertolucciani. Ovvero il Sessantotto della gioventù che in America scopriva Tolkien ("Frodo lives! ", gridavano gli hippies) e divorava la letteratura beat di Kerouac, l’anticonformista considerato dalla critica di sinistra un "qualunquista perdigiorno", e di quell’Allen Ginsberg che nel settembre del 1967 si era recato come in pellegrinaggio da Ezra pound a Portofino. Era il ’68 in cui i Led Zeppelin irrompevano sulla scena rock squarciando l’ipocrisia del falso impegno («Non ci interessa il potere, la rivoluzione, alzare i pugni chiusi nell’aria », ebbe a dichiarare Robert Plant) a colpi di barbari inni elettrici intrisi di riferimenti tolkieniani, celtici, vichinghi o neopagani; il ’68 delle ballate hardfolk dei Jetro Tull, il cui leader e flautista Ian Anderson dichiarava candidamente a Radio Montecarlo che sinché in Italia ci fossero volute le bandiere rosse per cantare, il suo gruppo avrebbe volentieri disertato il Belpaese; il ’68 degli Who, che a Woodstock cacciavano a pedate dal palco Abbie Hoffman che li aveva interrotti per intonare il solito sermone rosso e il cui film Tommy, basato sull’omonimo album, verrà così descritto dalla Voce della Fogna: «Un film fatto in esclusiva per noi; un film di cui siamo i soli a detenere la chiave interpretativa! È’ Zarathustra adattato alla rock generation, Evola su schermo panoramico su un fondo di chitarra elettrica e sintetizzatore!» (Cfr. Nico Forletta, "Il rock in fondo a destra", L’Indipendente 7, 14, 21 agosto, e 11 settembre 2004). Nello stesso tempo nelle hit parade italiane sfondava La bambola, della libertaria algida e aristocratica Patty Pravo e l’anno dopo usciva nelle sale americane Il mucchio selvaggio, capolavoro politicamente scorretto del céliniano Sam Peckinpah. Alla Sorbona, nel frattempo, si proclamava la morte della bandiera rossa comunista e di quella nera anarchica in nome di una rinnovata creatività ludica, mentre l’attualità filosofica vedeva l’esplosione della Nietzsche-Renaissance che ridicolizzava in nome di Zarathustra proprio quel linguaggio dialettico che qualche anno dopo sarebbe diventato il tedioso brand dei contestatori ormai invecchiati.

Segnali piccoli e grandi che fanno comprendere come quei giovani che gravitavano intorno a Msi e dintorni rientrassero a pieno titolo e senza ulteriore bisogno di conferme nell’ésprit du temps dell’epoca. Del resto, nella tradizione politica e culturale che quei giovani avevano alle spalle, i temi caldi del ’68 erano attuali da almeno mezzo secolo. Riconoscere che i primi a portare la "fantasia al potere" siano stati i legionari di d’Annunzio a Fiume, come ha fatto varie volte la studiosa Claudia Salaris, è, ad esempio, quasi banale. Lo stesso dicasi per l’ovvia constatazione che un certo spirito giovanilistico, antiborghese e anti-imperialista era già diffuso in Italia negli anni Venti e Trenta. Più interessante è forse scoprire come molte delle rivendicazioni studentesche sessantottine siano state anticipate e persino superate dall’invettiva di un Filippo Tommaso Martinetti che nel 1909 dichiara: «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie». E che dire di Giovanni Papini, che nel 1914 proclamava: «Bisogna chiuder le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. […] Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori

disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative». Su un piano meno provocatorio e più concreto, è sorprendentemente un Martin Heidegger, venti anni dopo, ad assumere posizioni sessantottine ante litteram. A farlo notare è Ernst Nolte, ex studente del filosofo: «La sua [di Heidegger] visione dell’università, con il tentativo di un cambiamento radicale che le voleva imprimere, presenta molte analogie con l’esperienza studentesca del Sessantotto […]. Heidegger pensava a una università senza più ruoli gerarchici. A qualcosa che fosse un corpo unico, in cui le specializzazioni non diventassero così dominanti da impedire la comunicazione fra le parti.

Desiderava che si creasse una sorta di comunione tra docenti e studenti […]. Uno dei punti della riforma cui Heidegger aveva pensato doveva riguardare i rapporti all’interno dell’università. Studenti e professori per almeno sei settimane l’anno avrebbero dovuto fare vita in comune in un campus, svolgendo in egual misura il lavoro intellettuale e manuale» (in: Gnoli e Volpi, L’ultimo Sciamano, Bompiani 2006).

Bisognerebbe ugualmente ricordare come negli ambienti giovanili tedeschi di inizio Novecento fosse già di casa il miscuglio di ecologia e liberazione sessuale, fino a giungere a vere e proprie esaltazioni (teoriche e pratiche) della pratica del nudismo come riscoperta della paganità originaria (vedi Hans Blüher e i Wandervögel). Né mancavano curiosi antecedenti delle comuni hippy: tale era, in fondo, Humanitas, la comunità dell’artista Karl Wilhelm Diefenbach, apostolo della rinuncia al superfluo con

tanto di tunica e sandali, di cui faceva parte anche Hugo Hoppener, in arte "Fidus", noto pittore völkisch in auge fino agli anni ’40. Ma non possiamo non citare anche la comunità svizzera del Monte Verità, fondata sulla base di analoghi principi da Ida Hofmann e Henri Oedenkoven e frequentata da Hermann Hesse, Rainer Maria Rilke, Erich Maria Remarque e Otto Gross. Tentativi forse strampalati e stravaganti, ma non di meno significativi di un certo spirito dell’epoca e che torneranno d’attualità proprio con la "controcultura" degli anni Sessanta.

È’ poi interessante notare come persino un certo tipo di pacifismo, per quanto non ottusamente irenistico ed umanitarista, abbia trovato spazio in autori come Ezra Pound, Drieu o Céline, almeno a sentire il finlandese Tarmo Kunnas in quello che Renzo De Felice ha definito «il più bel libro mai scritto sull’ideologia del fascismo», ovvero La tentazione fascista (Akropolis 1981). Mille rivoli, insomma, e un solo fiume di anticonformismo e ribellione libertaria che dagli esordi impetuosi del Novecento arriva fino a travolgere ogni cosa con i moti studenteschi, per poi disseccarsi e quasi estinguersi nel successivo conformismo progressista post-sessantottino.

Ben vengano, allora, dieci, cento, mille libri come quello di Alessandro Gasparetti a salvare la freschezza del Sessantotto dall’acidità dei "sessantottini" a senso unico. Quelli che ribaltarono lo spirito libertario dell’originario ’68 nel triste e tragico "sinistrese" degli anni Settanta. E che si trasformarono nei nuovi baroni, i reduci sessantottini in servizio permanente effettivo, contro i quali occorre attivare – e da subito – una nuova forma di contestazione.

 

 

LA FIAMMA E LA CELTICA di Nicola Rao

Un itinerario lungo sessanta anni. Nicola Rao, giornalista Rai, racconta in La Fiamma e la Celtica (Sperling e Kupfer Editori, in tutte le librerie italiane, ma da acquistare soprattutto nel circuito delle librerie alternative: Europa e Testa di Ferro di Roma, Ar di Salerno, Controcorrente di Napoli, Terra di Thule di Bari e nei centri di diffusione libraria di area di tante province) radici, storie ed idee del variegato mondo della destra. Tra partito (il Movimento sociale italiano), giornali (il Secolo d’Italia, ma anche Rivolta ideale ed i tanti periodici fascisti e neofascisti del dopoguerra), organizzazioni giovanili, movimenti extraparlamentari, il libro ripercorre con scrittura fluida e travolgente, con testimonianze dirette dei protagonisti, il vissuto politico di chi ha scelto di posizionarsi a destra nel panorama politico del dopoguerra.
Dal solenne funerale del Comandante, Peppe Dimitri, esempio autentico di “uomo di milizia”, al rapporto tra Evola ed il Msi, alla questione mediorientale, all’analisi dell’almirantismo (prima e dopo la conquista della segreteria nazionale del Partito), passando per la Nuova Destra ed il diario di Emanuela (baby militante degli anni di piombo) fino ai giorni nostri, con l’evoluzione del Msi in An (per non parlare delle esperienze movimentiste dei centri sociali di destra, da PortAperta a Casa Pound) è possibile conoscere tutte le tappe fondamentali dell’arcipelago della destra plurale italiana. Rao, nelle conclusioni, si pone una domanda irrituale e per niente retorica. “Chissà se quella mattina di marzo del 1919 un socialista massimalista in rotta con il suo vecchio mondo immaginava che avrebbe dato vita ad un’idea che dopo novanta anni avrebbe continuato ad affascinare centinaia di migliaia di suoi connazionali…”.
L’interrogativo meriterebbe un approfondimento diverso dalle coordinate di una recensione, ma di sicuro questo libro (una riedizione riveduta ed ampliata di Neofascisti, edito da Settimo Sigillo di Enzo Cipriano nel 2000) fornisce una gran mole di elementi, storie e immaginario di generazioni e generazioni di militanti che scelsero di lottare contro l’ingiustizia sociale e per difendere la dignità nazionale su posizioni anticonformiste, di destra (con tutti i limiti di una classificazione adottata soprattutto dagli osservatori politici e dai giornalisti, che non rendeva completamente il vitalismo e la voglia di futuro di tanti uomini contro vento e sistema).
Due postille alla lettura di un testo che dovrebbe essere custodito nella biblioteca del buon militante, insieme a buona parte dei riferimenti bibliografici che accompagnano ogni capitolo del libro.
La prima nota riguarda la definizione che lo storico Franco Cardini elabora per inquadrare il suo impegno e quello di una generazione di ribelli (il testo è del 1960). “Incontrai da solo il fascismo: un fascismo a mia immagine e somiglianza. Un tempo ho detto a Vittoria Ronchey che, se i suoi figli erano stati un tempo dei marxisti immaginari, io ero stato, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un fascista immaginario. Il mio fascismo era tutto lealtà, tutto altruismo, tutta dedizione ai poveri e gli oppressi: ero una specie di Balilla Vittorio che nel 1953 si era incontrato con la crisi di Trieste ed aveva imparato che cos’erano le foibe e nel 1956 si era innamorato dell’Ungheria e della causa ungherese e aveva divorato Peccatori di Kormendi e I sogni muoiono all’alba di Montanelli”.
La seconda nota è di Giano Accade, “il leone della destra italiana”, pubblicata sul Secolo d’Italia e sul mensile Area: “La nostra forza non era nell’eccesso, che caratterizza le macchiette, ma nella ragionevole moderazione della gente seria, che in fin dei conti ci ha fatto rispettare. Tante cose sono superate, da riporre nell’archivio della storia, ma quel solido equilibrio vale ancora, e a maggior ragione, nel Duemila”.

 

 

Nomi esotici, nomi che ai più giovani non diranno niente, ma che sono impressi nella memoria degli italiani:
Amba Alagi, Adua, Debra Sina, Assab, Dessié... e personaggi altrettanto leggendari, come  Hailé Selassié, Rodolfo Graziani, Amedeo d'Aosta, ras Desta. Re Teodoro II, di cui nessuno che non sia uno storico o un appassionato  oggi si ricorda, se non per reminescenze scolastiche. Eppure quella dell'Etiopia fu un'epopea, per il popolo italiano e per il governo di allora, quello di Benito Mussolini, e la guerra con Addis Abeba sarebbe stata veicolo per le premesse di importanti avvenimenti internazionali. Possibile? Possibilissimo, come racconta lo storico militare Andrea Molinari nel suo “La conquista dell'impero”, edito per la Hobby & Work.

Il contenuto del libro è molto meglio del risvolto di copertina, teso a mostrare la guerra in Etiopia secondo i consunti clichè politicamente corretti e inutilmente terzomondismi. Molinari infatti nel suo raccontare è molto rigoroso, lasciando poco spazio alla polemica politica, che comunque è giustamente presente, preferendo esporre ed esaminare i fatti che caratterizzarono la conquista dell'Etiopia da parte italiana e la famosa proclamazione dell’impero. Corredata da cartine d'epoca e da una consistente e significativa appendice iconografica, l’esposizione inquadra il contesto storico in cui l'operazione ebbe inizio, partendo naturalmente dal 1882, ossia quando l'Italia acquistò la baia di Assab da privati, e passando dalla sconfitta di Adua, che nel 1896 interruppe la corsa del colonialismo italiano in Africa orientale.

La corsa la riaprì di fatto il fascismo, non per mero imperialismo, ma semplicemente per far riallineare l'Italia al cospetto delle altre potenze europee: Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Spagna, Belgio e anche Olanda possedevano e amministravano fior di colonie in ogni parte del mondo, senza che nessuno trovasse nulla da ridire, e spesso era un colonialismo predatore e violento. Le colonie dell’ultima potenza europea, la Germania, se le erano  spartite i Paesi vincitori della Grande Guerra a Versailles, che però anche in questa circostanza lasciò Roma fuori dalla porta. L'impero inglese ad esempio attraversava praticamente tutta l'Africa, per rimanere solo a questo continente, ma quando, due pesi e due misure, l'Italia manifestò l'intenzione di entrare in Etiopia, tutta l'Europa, tranne Berlino, insorse. Addirittura la Società delle Nazioni, organismo inutile ieri quasi quanto l'Onu lo è oggi, ci comminò le famose sanzioni, che poi si rivelarono un boomerang per le grandi potenze e un trionfo per l'Italia di Mussolini, che proprio in quel periodo incassò un vastissimo consenso popolare. Tra l'altro, gli Stati Uniti non facevano parte della Società delle Nazioni, e quindi continuarono tranquillamente a commerciare con l'Italia.

Le operazioni di preparazione e belliche sono ricostruite e descritte minuziosamente dall'autore che, da vero esperto di cose militari, indugia molto sull'equipaggiamento, sui mezzi, sulle cifre, su ogni sorta di dati di cui oggi siamo in possesso. E sulla guerra di Etiopia non manca quasi nulla negli archivi. La cosa che forse sarebbe importate ricordare, ma nessuno lo fa, è il fatto che a quei tempi le cose andavano così, ossia che cose che oggi ci fanno inorridire, settanta o ottanta anni fa erano considerate dall'opinione pubblica, di qualsiasi appartenenza politica, come assolutamente normali e percepite senza pulsioni scandalistiche.

Così Molinari ridimensiona molto, sulla scorta di documentazione solidissima e condivisa, la storia dei "gas", che tanto orrore nelle anime belle hanno suscitato fino a ieri; quando poi si è scoperto che tutti ne facevano uso e che il fascismo non fu ne il primo ne l'ul-timo ad adoperarli, alla polemica è stata messa la sordina, tanto che non se ne parla praticamente più. Nel libro sono descritti i vari tipi di gas, e gli effetti che producevano: ma si è anche stabilito che certamente avevano meno effetto di un convenzionale uso di arti-glieria o di bombardamento aereo. Ne ci sono prove che i gas siano stati responsabili di stragi terribili tra la popolazione civile, mentre è
ben provato che un colpo di baionetta ben assestato fa sicuramente più male degli aggressivi chimici. Il vantaggio fu in realtà soprattutto psicologico, poiché i soldati etiopi non erano in grado ne di difendersi ne di replicare nella stessa maniera, e in molti casi i gas erano più dannosi e pericolosi per chi li usava che per chi li subiva. Insomma, le reazioni emotive suscitate dall'impiego dei gas non hanno riscontro nei danni limitati che essi causarono tra i soldati, sia in percentuale sia in termini assoluti. Niente a che vedere, comunque, con Hiroshima e Nagasaki, ma nemmeno con Dresda.

L'effetto finale della campagna anti-italiana portata avanti soprattutto da Londra, che vedeva minacciata la sua posizione in Sudan e in Egitto, fu quello di avvicinare l'Italia alla Germania, con le conseguenze oggi ben conosciute. Il libro racconta anche della Seconda Guerra mondiale in Africa, e di come l'Italia dovette cedere posizioni progressivamente anche laggiù. Rimanendo all'Etiopia, il dato nuovo che emerge è che la resistenza etiope non fu mai annientata del tutto, e riprese vigore nel 1940, grazie agli aiuti materiali e diplomatici dell'Inghilterra, e grazie anche al fatto che, contrariamente agli eritrei, ai libici e ai somali, gli abitanti dell'Etiopia rimasero sempre diffusamente ostili verso l'Italia, conducendo una guerriglia senza tregua nelle lande più impervie del loro Paese.Cosa rimane oggi? Rimangono le imponenti opere realizzate dagli italiani nelle loro ex colonie, le numerose città di fondazione, le infrastrutture costruite, le speranze degli emigranti, dei pionieri italiani che andarono a vivere in Africa orientale con gioia ed entusiasmo. e che poi, dopo aver lavorato duramente per anni. furono espulsi con la sola camicia che indossavano.

 

IN CATTIVA COMPAGNIA di Renzo Foa

La rivoluzione reaganiana dei primi anni Ottanta è stata probabilmente l'ultima vera occasione per la sinistra comunista italiana di buttare a mare i vecchi schemi ideologici. La svolta della Bolognina arrivò quando i giochi della storia erano fatti e i buoi già lontani dalla stalla. Ben più lesto di Berlinguer, fu Craxi. Capì che il vento di Washington non era un mero accidente ma qualcosa che annunciava una vera e propria svolta epocale. Da quel pregiudizio contro Reagan si sono poi via via alimentati tutti i vizi di cui la sinistra soffre oggi. «Le mitologie sulla superiorità europea. La paura del liberismo. Il rifiuto dell'internazionalismo democratico. Il catastrofismo sul destino del mondo. L'accettazione delle dittature nel nome degli equilibri globali. Fino, appunto, alla sottovalutazione del carattere universale della parola libertà».

Renzo Foa tira in questo modo le somme politiche del suo viaggio tra i «ribelli al conformismo» del Novecento. In cattiva compagnia (Liberai Edizioni, pp. 184 euro 12) è un libro che tiene buona compagnia, a dispetto del titolo. Ci riporta alla memoria la vicenda di tante «biografìe spezzate», quelle di tanti intellettuali e personaggi politici che non hanno fatto tacere la propria coscienza e che non si sono intruppati nella banalità del male, nel grande gregge criminogeno che ha devastato il secolo passato.

La vera ribellione - scrive Foa - non è «bloccare strade e ferrovie per impedire i lavori della Tav o la costruzione di un inceneritore nel nome della difesa dell'ambiente». È piuttosto un risveglio di coscienza contro il conformismo, un moto di reazione contro la banalità del dire, un improvviso senso di disgusto per le pappe
ideologiche precotte. «L'unica vera ribellione interessante è quella individuale».

In cattiva compagnia è un libro singolare e al singolare. Singolare perché rompe con la consuetudine retorica di invocare «princìpi e valori superiori». Al singolare perché ha di mira il singolo, che è poi l'uomo concreto, non l'Uomo con la "u"  rigorosamente maiuscola in nome del quale gli ideologi di ogni risma hanno sempre giustificato il massacro di milioni di uomini.

Questa verità i post-comunisti (e tutti coloro che non hanno realmente reciso il vincolo, per dirla con Robert Conquest, con le idee assassine del '900) non l'hanno
mai realmente capita ne interiorizzata. Se l'avessero capita, non si sarebbero fatti trovare impreparati davanti alla politica di Reagan che «apriva un nuovo orizzonte all'Occidente». Dietro il vento liberista non c'era solo una dottrina economica, c'era una forte spinta morale: la rivincita dell'individuo contro i Moloch collettivi che annullano la coscienza.

L'individuo dei liberali diventa la persona della prospettiva cristiana. L'altro grande gigante della fine del Novecento, l'uomo che riuscì a catalizzare la voglia di libertà e di dignità che cresceva nei cuori dell'Ovest capitalista e dell'Est comunista, fu Giovanni Paolo II. «Se c'è un simbolo della forza dell'uomo, di ciò che vorremmo essere, questo simbolo è dato dalla sua azione dalle sue parole, dalla sua filosofia». Il ‘900 non è stato soltanto il secolo del Male, ma anche quello del risveglio della coscienza. Questo risveglio è preparato da ribelli come Arthur Koestler, il cui grido  non verrà compreso subito.
«Davanti alle "grandi purghe" aveva rotto con il comunismo, rimanendo un isolato, bersaglio degli uni e degli altri». Temette di diventare pazzo. Ma la vera pazzia era quella della massa, che non s'accorgeva di stare marciando verso il baratro. «Siamo noi, quelli che gridano, a reagire in modo sano alla realtà che ci circonda, mentre i nevrotici siete voi, che brancolate in un mondo immaginario, perché vi manca il coraggio di guardare in faccia alla realtà».

Ribelle inascoltata fu anche Margarete Buber-Neumann, a cui capitò un'esperienza singolarmente atroce: quella di sperimentare sia i rigori del Gulag staliniano sia quelli del Lager hitleriano. E un'altra esperienza atroce fu quando nel '45 raccontò la sua esperienza e non fu creduta. «I francesi la ascoltarono con un silenzio davanti al quale avvertì subito una sensazione di rifiuto, se non di ostilità». Margarete fu «prigioniera prima del totalitarismo comunista, poi di quello nazista e infine della banalità».

È una lista lunga ed eterogenea quella delle «cattive compagnie» che tengono buona compagnia. C'è posto anche per Patrice Lumumba, giovane intellettuale africano che «infranse quello che sembrava l'eterno muro del colonialismo» e fu sacrificato alla real-politik delle potenze occidentali.   C'è anche Romèo Dallaire, generale canadese che comandava la missione Onu in Ruanda, nel 1994, e che avvertì Kofi Annan di quello che stava per accadere ricevendo solo la «risposta di attenersi alle regole della neutralità». La sua ribellione fu a lungo silenziosa, ma divenne nitida «nelle pagine di J'ai serre la main du diable che riuscì a scrivere solo dopo nove anni e che vanno lette come un classico».
Rimanendo nel tema dei disastri che può produrre la mentalità del non-intervento, vale la pena sottolineare che il viaggio di Foa nei ribelli del XX secolo si conclude con un personaggio che ha fatto udire il suo grido agli inizi del XXI: Oriana Fallaci, che «ha fatto letteralmente impazzire i sostenitori del pensiero debole dell'Occidente, in tutte le sue varietà». Fu certamente intransigente. Però quell'intransigenza ha liberato la
nostra società dal senso di colpa per la propria storia. Ed è proprio in questo relativismo morale che risiede la radice del nuovo male. Mai intransigenza fu più utile.
«Nel mondo, ma in particolare in Italia, c'è molta intransigenza sprecata. C’è una ventata di moralismo che non ha nulla a che fare con la morale».

Un nuovo ribelle sa già da dove partire

 

60 ANNI IN FIAMMA di Franco Servello

L’interesse storico per la Prima Repubblica e per la sua rilettura critica è in crescita esponenziale. E, a differenza che in passato, a scrivere, pubblicare, discutere non è soltanto l'area culturale che si riconosce nella sinistra, tradizionalmente più vivace e attiva in tutto ciò che attiene alla rieborazione del passato recente.
Anche da destra si affilano le armi, non più e non solo affidandosi agli strumenti della critica verso la produzione altrui ma anche con iniziative in prima persona. Proprio ieri, al cinema Capranichetta di Roma, un convegno di studio dell'Ircocervo e della Fondazione Magna Carta ha affrontato il tema dell'influenza del comunismo nella storia d'Italia, individuando come elemento di continuità fra il comunismo e il post comunismo del Pds e dei Ds la demonizzazione dell'avversario politico.
Tra i bersagli di questa demonizzazione Cicchitto ha citato De Gasperi, Fanfani, Craxi e ovviamente Berlusconi, con una singolare dimenticanza per il Msi di Giorgio Almirante, che fu oggetto non solo di una campagna di criminalizzazione culminata nella richiesta di scioglierlo d'autorità ma di strategie di vero e proprio annientamento fisico.

A colmare le lacune di memoria di molti arriva oggi il libreria 60 anni in Fiamma, il libro-intervista che Franco Servello ha realizzato rispondendo alle domande di Aldo Di Lello (Rubbettino, 219 pagine, 15 euro): non solo la biografia di passione politica e patriottica di uno dei protagonisti della destra italiana, ma un affresco della storia e delle vicende politiche dell'Italia dal dopoguerra a oggi.

Franco Servello è uno dei grandi protagonisti della politica in Italia. Vicesegretario nazionale del Msi con Almirante, poi deputato e senatore per svariate legislature, fino a concludere la sua carriera di parlamentare con la qualifica di questore del Senato, attualmente Servello è più che mai sulla scena politica, sia nella sua veste di presidente dell'Assemblea nazionale di An, sia come grande promotore di cultura, con convegni, manifestazioni, creazione di fondazioni. Il libro colpisce subito per il fatto che ogni capitolo-intervista è preceduto da sintetiche e avvincenti ricostruzioni degli eventi più pregnanti della storia italiana degli ultimi 60 anni: dal sanguinoso dopoguerra che vide, tra le sue vittime, il fondatore del Meridiano d'Italia Franco De Agazio (zio di Servello, assassinato dalla Volante Rossa, organizzazione armata del Pci, perché stava svelando i misteri del «tesoro di Dongo»), al voto del 18 aprile 1948 che risparmiò all'Italia la caduta nell'area di influenza sovietica; dal primo, timido inserimento del Msi nella dialettica parlamentare, alla sua emarginazione a seguito dei fatti di Genova del giugno 1960; dalla nascita del «compromesso storico», alla stagione del sangue e degli attentati, preludio degli anni di piombo; dal ruolo ricoperto, sulla via della pacificazione, dal grande Giorgio Almirante, all'arrivo di Gianfranco Fini alla testa del partito, fino alla storica svolta di Fiuggi, con la nascita di An e il suo ingresso nel governo. E così via fino ai nostri giorni.

60 anni in Fiamma è dunque il racconto della passione politica di un uomo che ha attraversato da protagonista la seconda metà del Novecento, ma anche l'esame dettagliato della vicenda di un partito che soltanto adesso viene riconosciuto come tutt'altro che marginale nel lungo dopoguerra, mentre da più d'uno gli viene finalmente attribuito il ruolo che gli spetta nell'aver reso possibile il percorso verso la pacificazione tra gli italiani. Questo rappresenta il motivo ideale che spinse, il 26 dicembre 1946,  un gruppo di reduci della Repubblica Sociale Italiana a dare vita al Movimento sociale italiano. Dai fatti che caratterizzarono l'immediato dopoguerra (tra i quali gli eccidi senza fine ai danni dei vinti) Servello prende le mosse per narrare la sua vita politica e dunque quella del Paese attraverso sei decenni, scanditi da tragedie e speranze, da lutti e da miserie, da cadute e da risalite, dai mutamenti nel costume e dall'indiscutibile decadenza civile e morale che in questi ultimi tempi caratterizza il nostro Paese e le sue istituzioni.

Il lungo racconto inizia dal momento in cui il giovanissimo giornalista Servello prende il posto dello zio assassinato dai comunisti proseguendo le sue campagne per la verità, incurante delle minacce, delle devastazioni della sede del giornale, e affiancato da collaboratori di straordinario prestigio come Concetto Pettinato, Giorgio Pini, Filippo Anfuso, Giorgio Almirante, Carlo Costamagna, Edmondo Clone, Giorgio Pisano, Mario Tedeschi, Ezio Maria Gray, Giorgio De Onirico. Il meglio della cultura italiana non collusa con il comunismo. Dal giornalismo politico alla politica vera e propria il passo è inevitabile, e Servello diviene prima consigliere comunale del Msi a Milano, poi deputato al Parlamento, assurgendo al tempo stesso ai vertici dell'organizzazione del partito, a fianco di Giogio Almirante. E, a questo proposito, va sottolineata la grande sincerità dell'autore, che non nasconde nulla delle lotte interne, dei contrasti, delle polemiche che - come in ogni altra formazione politica - contraddistinguevano la vita del Msi, diviso, sostanzialmente, tra i nostalgici del fascismo a tutti i costi (e quindi anti-americani) e i più realisti sostenitori della necessità di una unione delle forze per contrastare il pericolo rosso.

Questa politica di appeasement e di inserimento nel sistema, portata avanti da Arturo Michelini, fu annientata allorché il Pci, con la complicità di forti correnti democristiane (quelle che facevano capo a Moro e Fanfani), organizzò a freddo i «fatti di Genova» del giugno 1960 allo scopo di far cadere il governo di Fernando Tambroni, il primo, nella storia italiana del dopoguerra, a reggersi con i voti determinanti del Msi. Il 1960 fu l'«anno terribile» del Msi, e Servello, protagonista di prima fila, ne svela tutti i misteri, compreso il doppio gioco del ministro dell'Interno del tempo, che lasciò la polizia disarmata nelle mani dei massacratori genovesi, con il risultato di 73 agenti gravemente feriti, deturpati per sempre con i ganci da portuale. Non mancano rivelazioni su Pertini (il «presidente buono») che, a Genova, promise «morte ai fascisti», urlando che nel dopo Liberazione ne erano stati ammazzati troppo pochi. Proprio lui che – come racconta Franco Servello in una delle sue decine di rivelazioni storiche – era stato salvato, durante la Rsi, per decisione personale di Benito Mussolini.

Le domande di Aldo Di Lello si addentrano poi negli Anni Sessanta, preludio di quelli che diventeranno i tragici «anni di piombo», nel corso dei quali il Msi si batterà con coraggio per l'ordine e per il rispetto delle legge, con il sacrificio e il sangue dei suoi giovani, assassinati dagli estremisti di sinistra.

Si leggono come un romanzo, pieni di suspence e di passione, i capitoli nei quali Servello narra del partito assediato dalla violenza; dell'agente Marino, colpito da ultra di estrema destra sulle teste dei quali Servello non esitò a porre una taglia; dell'attentato organizzato ai suoi danni da Lotta Continua: avrebbe dovuto essere la prima vittima della «giustizia proletaria» a Milano, ma l'agguato fallì, perché, racconta Servello, «fu l'Inter a salvarmi la vita». Appassionato tifoso dell'Inter, Servello aveva infatti tardato a rientrare a casa (dove l'attentatore era in agguato) proprio per godersi fino in fondo una partita di calcio. Due mesi dopo veniva assassinato a Milano il commissario Luigi Calabresi. La storia politica italiana si snoda così attraverso gli anni della violenza e dell'odio, seguiti da quelli, determinanti, del distacco del Psi -
voluto da Craxi - dal Pci, della presa di coscienza di quest'ultimo nei confronti del fenomeno terrorista, dello storico passaggio del Msi dall'area dell'emarginazione all'area del confronto democratico con le altre forze politiche.

Dopo la comparsa sulla scena di Berlusconi, Servello illustra le vere ragioni che spinsero il Msi (dopo che egli stesso, assieme ad Almirante, ebbe incontrato il re delle televisioni private) ad appoggiare la liberalizzazione del mercato televisivo: rompere il monopolio di una tv di Stato completamente in mano alle sinistre. Giorgio Almirante morì il 22 maggio 1988, lasciando suo erede politico il giovane Fini. La strada era ormai aperta per la storica svolta di Fiuggi, con l'abbandono del vecchio Msi e la fondazione di An.

 

ANIMA DESTRA di Aldo di Lello

Ho incontrato per la prima volta dieci anni fa Aldo Di Lello a Firenze, per la presentazione di un volume di cui era autore, nella sede cinquecentesca dì un consiglio di quartiere che il centrodestra era riuscito fortunosamente a conquistare. L'iniziativa, forse per il boicottaggio degli impiegati della circoscrizione legati alla vecchia maggioranza, fu un fiasco.
L'ampiezza della sala faceva risaltare ancora di più l'insuccesso dell'iniziativa. Unica consolazione: additare all'ospite uno degli affreschi che istoriavano il soffitto della sala. Raffigurava il sacco di Maastricht compiuto dalle truppe imperiali contro i "pezzenti" calvinisti dei Paesi Bassi e mi piaceva presentarlo come un'anticipata nemesi storica per il sacco delle nostre finanze che gli accordi stipulati nella città olandese stavano comportando. Aldo Di Lello  presentava il volume Controrivoluzione culturale, ma più del suo libro mi piacque il suo comportamento. Senza far pesare agli organizzatori l'insuccesso, parlò come se invece che dinanzi a una ventina di persone sì fosse trovato in una sala stracolma. La conferenza continuò in pizzeria e l'impressione positiva trovò conferma.  

Aldo era persona molto diversa dall'intellettuale egocentrico che tende a estraniarsi dalla conversazione e ostenta un'aria di sufficienza nei confronti degli interlocutori. La dimensione della convivialità, la possibilità di conoscere altre persone, gli importava molto più del fatto di aver perso una giornata di lavoro per parlare a quattro gatti. La sua conversazione a tavola risultò più interessante della conferenza e lo lasciai partire con un po' di rimorso nella notte alla volta di Roma.

Incontrai di nuovo Di Lello qualche mese dopo, a un convegno in provincia di Mantova, in un clima già cambiato. La destra aveva conquistato la Provincia di Roma, il centrosinistra mostrava le prime crepe. Aldo mi dette un passaggio nel viaggio di ritorno per Firenze e nel corso della conversazione mi lanciò segnali d'ottimismo, motivandoli con un sintomo da lui ritenuto più attendibile di molti sondaggi: il consistente afflusso di donnine allegre nelle sale dei convegni e nei saloni delle kermesse. Concordai con lui sul fatto che la donna, più istintiva dell'uomo, dotata di capacità intuitive non appannate da un eccesso di razionalità, possiede un sesto senso per il potere.
Per questo decidemmo di progettare uno strumento che, verificando elettronicamente il numero di procaci postulanti nei corridoi dei partiti, avrebbe potuto fornire attendibili sondaggi d'opinione. Lo battezzammo "puttanometro" e da allora, ogni volta che telefono a Di Lello al Secolo, dove lavora, la prima cosa che gli chiedo è da che parte penda l'ago della bilancia. Debbo ammettere che assai di rado le sue previsioni sono state smentite.

Dopo quel facondo percorso Mantova-Firenze Di Lello ha scritto molti libri, ha fondato una rivista, Imperi, che costituisce il Limes di destra in ambito geopolitico, ha promosso una riflessione seria sui temi della globalizzazione affrontando in termini scientifici il problema della crisi dello Stato nell'era dei grandi organismi sopranazionali e dei localismi etnocentrici. Ma per me è rimasto l'ideatore del puttanometro, anche se non abbiamo ancora brevettato l'invenzione. Non potevo immaginare, però, che questo strumento di misurazione del consenso sarebbe diventato uno dei temi non di un saggio politologico ne di un pamphiet satirico, ma del suo primo romanzo.

Mi rendo conto, introducendo così la sua opera, di non fargli un grande favore. Anima destra (Mursia, Milano 2007, pp. 254, € 17,30) è opera di ben maggior spessore di una trovata goliardica e l'ironia costituisce solo una delle sue molteplici chiavi d'interpretazione. La trama del romanzo non si riduce alla vicenda di un giornalista alle prese con tic nervosi e fobie, ma si fa autobiografia di una generazione passata nel volgere di pochi anni dall'incanto al disincanto, dall'illusione di poter cambiare il mondo con l'impegno nella destra alla consapevolezza che è stato il mondo a cambiare la destra. Il suo è anche il romanzo di formazione - o meglio di riformazione - di un intellettuale che scopre nel tempo della crisi delle ideologie il valore della vita, ritrovando la perduta capacità di sognare.  La graffiante ironia e autoironia, che traspare anche dai titoli di vari capitoli - da «I giorni del puttanometro» a «Le truppe leopardate» - non esclude una lezione più alta, nell'invettiva dantesca contro l'ignavia di un Occidente pago delle sue «emozioni sintetiche» e della sua «ritualità circense». E da chi ama l'Alighieri e l'allegoria la trama di Anima destra può essere letta come un itinerario salvifico che dal Meeting di Rimini del 1991 conduce l'io narrante alla salvezza, pur fra molte "anime prave", complici i consigli di un moderno Virgilio, lo psichiatra Brontocefalo, e l'amore di una moderna Beatrice, Stella, ciellina nel 1991, "polista" nel 1995, poi cooperatrice in Africa coinvolta dalle tematiche no-global.

Il romanzo di un redattore del Secolo d'Italia che racconta la storia di un giornalista di destra suo coetaneo potrebbe legittimare il timore di trovarsi di fronte al solito libro di un intellettuale in crisi che scrive sulla crisi degli intellettuali. È onesto riconoscere che in questo libro il sedimento autobiografico non manca e che nei gusti e nei disgusti, nelle abitudini, nelle letture del protagonista, nella sua carnale passione per i piaceri della vita e della mensa c'è molto di Aldo. Ma c'è anche molto di una generazione che si è trovata ad avere due volte vent'anni quando la caduta della Prima Repubblica rimetteva in gioco gli equilibri politici, per cui saranno in molti a riconoscersi nelle sue certezze riconquistate come nelle sue illusioni perdute. L'autore ha avuto però il buon gusto di filtrare un documento umano ancora limaccioso attraverso una felice mediazione letteraria, con invenzioni come la somatizzazione della crisi della Prima Repubblica da parte del protagonista, abituato a vedere un mondo in bianco e nero e per questo a disagio nel chiaroscuro dei nuovi equilibri politici. In più non solo è assente in queste pagine il rancoroso vittimismo dell'intellettuale frustrato, ma il racconto si apre a una dimensione corale, con i protagonisti e comprimari che interpretano le diverse sensibilità dell'autore e del suo ambiente. I dolori del non più giovane Aldo si rivelano espressione di un disagio ben più ampio e il romanzo di ri-formazione si fa romanzo di generazione.

Il valore di un'opera letteraria non si misura solo dalla sua leggibilità e dall'interesse delle vicende descritte, ma dalla sua qualità di scrittura. E proprio qui, sul terreno della scelta degli aggettivi, dell'efficacia descrittiva, dell'immediatezza sintetica, Anima destra fornisce le maggiori sorprese. C'è, nella prosa di Di Lello, una vocazione immaginifica che non smette di stupire. Ecco così i libri che ad ogni rilettura, «come i camaleonti, cambiano a seconda dei colori dell'anima» del lettore. Ecco il vuoto pneumatico di un'Italia distratta e incattivita riflesso nei titoli dei giornali sportivi che «drammatizzano il nulla» o rie-cheggiante nei clap clap dei confronti televisivi in «una guerra civile combattuta a colpi di applausi». Ecco i «ragazzi dalle cravatte gialle a pallini blu» che si accostano ad Alleanza nazionale nel 1994 e che scompaiono sette anni dopo, quando la destra accoglie senza entusiasmo la sua vittoria elettorale. Ecco la campagna per le politiche del 2006, «copia, in brutto, di quella del 1996. Le stesse facce, lo stesso linguaggio, la stessa animosità isterica [...]. Di peggio c'erano le tante rughe in più». Ma ecco anche la prima descrizione della salvifica Stella, con i suoi «grandi occhi marroni con riverberi dorati, che mi riportavano alla pastosa fragranza delle castagne d'ottobre».

Con buona pace di Karl Kraus, secondo il quale «il giornalista deve scrivere in fretta, perché quando ha tempo scrive male». Di Lello si è preso il suo tempo per ultimare questo romanzo, di cui
mi parlava da almeno due anni. Eppure, anche scrivendolo con calma, è riuscito a scriverlo bene.